"La Rivista Madonna dello Splendore" n° 35 del 22 Aprile 2017 - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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"La Rivista Madonna dello Splendore" n° 35 del 22 Aprile 2017

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I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
L'Ordine dei frati minori cappuccini (in latino Ordo fratrum minorum capuccinorum, sigla: O.F.M.Cap.), è uno dei tre ordini mendicanti maschili di diritto pontificio, che oggi costituiscono la famiglia francescana. L'ordine nacque intorno al 1520 circa, quando il frate francescano osservante Matteo da Bascio — ordinato sacerdote nella regione delle Marche, Italia — si convinse che lo stile di vita condotto dai francescani del suo tempo non era quello che san Francesco aveva immaginato. Egli desiderava ritornare allo stile di vita originario in solitudine e penitenza come praticato dal fondatore del suo ordine. I suoi superiori cercarono di sopprimere queste innovazioni, e fra' Matteo e i suoi primi compagni furono costretti a nascondersi dalle autorità della Chiesa, che desiderava arrestarli per aver abbandonato i loro obblighi religiosi. Erano, del resto, gli anni della Riforma luterana e, pertanto, qualsiasi tentativo di rinnovamento era mal visto dai superiori degli ordini religiosi. Matteo e i suoi amici trovarono rifugio presso i monaci camaldolesi, in segno di gratitudine essi adottarono successivamente il cappuccio indossato da quell'ordine, che era il marchio dell'eremita nelle Marche, e l'uso di portare la barba. Il nome popolare del loro movimento ha origine da questa caratteristica dei loro abiti. Nel 1528, Matteo ottenne, con la mediazione di Caterina Cybo duchessa di Camerino, l'approvazione di papa Clemente VII con la bolla Religionis zelus e gli fu dato il permesso di vivere come un eremita e di andare ovunque predicando ai poveri. Questi permessi non furono solo per lui, ma per tutti quelli che si sarebbero uniti a lui nel tentativo di restaurare l'osservanza più letterale possibile della regola di san Francesco. Matteo e il gruppo originario furono presto raggiunti da altri ed inizialmente vennero detti frati minori della vita eremitica ed a causa dell'opposizione degli Osservanti, si trasformarono in una congregazione, i Frati minori eremiti, ramo dei francescani conventuali, ma dotati di un proprio vicario. Un momento difficile fu nel 1542 quando il vicario generale dell'Ordine Bernardino Ochino aderì alla Riforma protestante. Papa Gregorio XIII, nel 1574, permise all'Ordine di insediarsi in "Francia e in tutte le altre parti del mondo e di erigervi case, luoghi, custodie e province", autorizzandone, nei fatti, la diffusione al di fuori d'Italia. Nel XVI secolo i cappuccini poterono contare su circa 14.000 frati e su quasi 1000 conventi. I numeri dell'ordine aumenteranno ulteriormente tra il 1600 e la metà del Settecento. I frati, infatti, arriveranno a 34.000 ed i conventi a 1700. Questi furono, del resto, anche gli anni in cui l'Ordine modificò, o meglio, perfezionò alcune sue caratteristiche iniziali. Pur mantenendo fede al voto di povertà radicale, i cappuccini si erano andati dimostrando ottimi predicatori e questo, visti anche i rapporti iniziali con il ramo conventuale, portò ad una "conventualizzazione". Questo processo fu inoltre sostenuto anche dalla Santa Sede, che in quegli anni spinse gli ordini religiosi a sopprimere i conventi minori o troppo piccoli, convinta che dando vita a realtà più grandi queste potessero essere meglio controllate. Gli iniziali piccoli scaffali di libri divennero vere e proprie biblioteche, necessarie per assicurare una buona formazione di predicatori. Per comprendere il ruolo dell'ordine in questo secolo e mezzo, basti pensare che Alessandro Manzoni sceglierà proprio un cappuccino, fra' Cristoforo, per opporsi a don Rodrigo, nei suoi Promessi Sposi. I cappuccini furono molto attivi anche nelle missioni: per esempio, come riferisce Pellegrino da Forlì, l'arcidiocesi indiana di Agra fu affidata ai confratelli del suo ordine fin dal 1703. Dalla seconda metà del Settecento ad oggi: Dalla seconda metà del Settecento alla fine del 1800, l'ordine visse un momento di crisi. Basti pensare che tra il 1787 ed il 1847 non si tenne il capitolo generale dell'ordine, l'assemblea generale di tutti i responsabili delle province in cui quest'ultimo era suddiviso. Queste difficoltà furono dovute più a motivazioni politico-sociali che religiose. La Rivoluzione francese e le esperienze simili in altri stati europei portano alla soppressione i conventi ed anche di intere province. Altrettanto si può dire per l'Italia di fine Ottocento, dove la legge delle Guarentigie privò gli ordini religiosi di molti beni ed addirittura dei conventi. A ciò, però, si accompagnò una più consapevole opera missionaria, soprattutto nelle Americhe, dove l'Ordine crebbe con molta facilità. Nonostante le difficoltà agli inizi del Novecento i cappuccini erano circa 9.500 ed alloggiavano in oltre 600 case. Il capitolo generale del 1884 aveva del resto deciso di riacquistare molti dei conventi che erano andati perduti nel corso del secolo precedente e venne approvata una nuova regola. La precedente era del 1643. Il XX è stato, un po' per tutti gli ordini religiosi, il secolo del ritorno alle origini e dell'apertura alle novità del mondo contemporaneo. Basti pensare al Concilio vaticano II e l'invito rivolto a tutte le comunità religiose a riscoprire le ragioni originarie del proprio carisma. I cappuccini non sono stati esenti dalla crisi di vocazioni, che ha colpito la Chiesa cattolica in Europa e nel Nord America negli anni '60 ed '80. Ciò nonostante i cappuccini restano uno degli ordini più grandi e diffusi della Chiesa cattolica. I cappuccini, fin dalle origini del loro ordine, si segnalarono per un attaccamento particolare nei confronti della preghiera e per la cura dei poveri e degli ammalati. L'ordine crebbe rapidamente sia in dimensioni che in popolarità, vista la sua tendenza di imitare la vita di Gesù così come descritta dai Vangeli. Questi differenti approcci erano spesso complementari con le missioni nelle zone di campagna servite poveramente dalle esistenti strutture parrocchiali, sopperendo ai bisogni dei fedeli in mancanza di un clero efficacemente preparato. Caratteristica è proprio la loro vicinanza agli ultimi delle città e delle campagne, adottando uno stile omiletico semplice e impregnato di quotidianità. Al 31 dicembre 2011, i cappuccini erano 10.364, dei quali 6.968 sacerdoti. I cappuccini, presenti in 106 Paesi, sono così distribuiti: Africa: 1321; America Latina: 1720; America settentrionale: 662; Asia-Oceania: 2283; Europa: 4378. L'Ordine dei frati minori cappuccini è il quarto ordine religioso per diffusione, dopo la Compagnia di Gesù (gesuiti), la Società salesiana di San Giovanni Bosco(salesiani) e l'Ordine dei frati minori.
Con i Frati Minori e i Frati Minori Conventuali, sono il terzo ramo dell’unico grande albero piantato da Francesco d’Assisi; la loro denominazione completa è Frati Minori Cappuccini. Pur ispirandosi tutti alla Regola e al carisma di S. Francesco, nel corso dei secoli ognuno dei tre rami del I Ordine si è dato una struttura indipendente. Per tutti, il cardine della spiritualità è “osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, vivendo in obbedienza, senza nulla di proprio e in castità”, come dice in apertura la Regola di S. Francesco. Nel suo insieme, quella francescana è la famiglia spirituale di gran lunga più numerosa nella Chiesa, sia per quanto riguarda i frati, che le suore e i laici. Il sorgere dei tre rami del Primo Ordine, quello dei Frati, ha una sua ragione nel fatto che Francesco ha lasciato in eredità un ideale di vita cristiana di tale straordinario spessore, che lui solo era riuscito a realizzare in pienezza con il genio della sua santità, e da cui è nata quella grande famiglia spirituale che storicamente si è espressa in una feconda ramificazione, la cui ricchezza continua ancor oggi a riversarsi copiosa sulla chiesa e sulla società. Riguardo all’esperienza francescana, si potrebbe dire che è accaduto quello che nel campo dell’arte è successo per Giotto: la rivoluzione del linguaggio pittorico da lui iniziata ad Assisi - non a caso proprio narrando la vita di Francesco - e proseguita poi a Rimini, a Padova e a Firenze ha saputo “mutare l’arte del dipingere di greco in latino” (secondo l’incisiva espressione del contemporaneo Cennino Cennini), esercitando un fascino travolgente su tutta l’arte del ’300 e oltre. Dalle tre città ove egli ha operato più a lungo sono fiorite e si sono diffuse tre celebri “scuole giottesche”, che del genio inarrivabile del maestro hanno colto caratteri diversi e tra loro complementari: ciascuna di esse ha avuto personalità di alto rilievo, che hanno saputo interpretare con creatività le intuizioni del grande maestro fiorentino, pur senza mai raggiungerlo. Qualcosa di analogo, ma in dimensioni assai maggiori, è accaduto per il francescanesimo, il cui fondatore è stato riconosciuto fin dal suo primo apparire - ed è rimasto poi anche in seguito sino ad oggi - come l’interprete più geniale della santità cristiana. Attorno a lui e grazie a lui, sono sorte alcune personalità straordinarie - come i santi Antonio da Padova (1191-1232), Bonaventura da Bagnoregio (1217-1274) e Giovanni Duns Scoto (1265-1306) - che non solo hanno vissuto il suo carisma, ma hanno saputo farsene interpreti autorevoli sul piano filosofico e teologico, rendendolo accessibile a tanti e capace di influire positivamente nei campi della spiritualità e della cultura in generale. Non stupisce dunque se la Regola di vita proposta dal Santo di Assisi ha dato origine sin dall’inizio a diverse interpretazioni con differenti percorsi: tra la metà del ’300 e la metà del ’500, modi e stili diversi di vivere l’inesauribile carisma francescano si sono espressi in una molteplicità di “riforme”, che si sono poi coagulate nei suddetti tre rami riconosciuti come autentici dalla Chiesa. Vediamoli brevemente. Una prima interpretazione della Regola è stata quella che consentiva ai frati di vivere in mezzo alla gente, impegnati in un forte apostolato come desiderava la Santa Sede, ma che per questo richiedeva ampie chiese e grandi conventi: è la strada seguita dai Frati Minori Conventuali, che oggi sono circa 4.000 e hanno la cura pastorale di tutte le grandi e bellissime chiese dedicate a S. Francesco nelle nostre principali città (era loro anche l’attuale cattedrale di Rimini, già affrescata da Giotto e dunque madre della gloriosa “scuola giottesca riminese”, prima che l’Alberti la trasformasse nell’incunabolo dell’architettura rinascimentale italiana). Portano un abito nero o grigio con il cordone (nel mondo anglosassone sono noti come i Grayfriars). Tra le figure più note, basti ricordare del XVII secolo S. Giuseppe da Copertino (il “santo dei voli” e patrono degli studenti un po’…“zucconi”) e più vicino a noi S. Massimiliano Kolbe. In Italia, le loro presenze più significative sono il Sacro Convento con la tomba di San Francesco ad Assisi e la chiesa di s. Antonio a Padova. Una lettura moderata della Regola, che conservava l’impegno pastorale, ma con un tipo di vita più “osservante” dei valori della povertà e semplicità francescane, è quella perseguita dalle varie “riforme” partite timidamente nella seconda metà del ’300, consolidatesi a metà del ’400 grazie alle figure eminenti di Bernardino da Siena, Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano e Alberto da Sarteano, di nuovo in fermento tra la fine ’400 e gli inizi del ’500 e confluite poi quasi tutte nel grande fiume dell’ “Osservanza” nel 1517, quando Leone X ha conferito a questo grande ramo la totale autonomia dai Conventuali. Dal 1897 le diverse correnti interne all’Osservanza sono state unificate ed hanno assunto il semplice nome di Frati Minori. Sono anche oggi il ramo più numeroso, con circa 17.000 frati, e tra le loro tante benemerenze hanno, ad esempio, la fondazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (che si deve all’inesausta e geniale animazione del laicato da parte di padre Agostino Gemelli nel primo dopo guerra) e la polivalente opera dell’Antoniano di Bologna, resa famosa tra l’altro dal festival della canzone dei bambini, lo Zecchino d’oro. I Frati Minori sono i custodi di molti santuari francescani assai rinomati: S. Maria degli Angeli, S. Damiano e l’Eremo delle Carceri ad Assisi, La Verna, lo Speco di Narni e i quattro Eremi della Valle Reatina. Infine, vi è sempre stata una corrente che ha ricercato una fedeltà ancor maggiore all’eredità spirituale del Poverello d’Assisi: essa ha avuto numerosi cultori già nei due rami precedenti e ha sempre cercato di dar vita ad un terzo ramo che potesse esistere accanto agli altri due.
Con i Frati Minori e i Frati Minori Conventuali, questa corrente era particolarmente forte e numerosa proprio nel periodo in cui è avvenuto il distacco degli Osservanti dai Conventuali, ossia agli inizi del ’500. E sull’onda di quella prima separazione è stato possibile far partire anche la seconda: con la Bolla Religionis zelus di Clemente VII, del 3 luglio 1528, la Santa Sede autorizzava la nascita del terzo ramo dell’albero francescano, quello dei Frati Minori Cappuccini appunto. Alcune delle ragioni per cui anche questo terzo ramo di francescani si è guadagnato fin dall’inizio la benevolenza della gerarchia ecclesiastica, la stima dei governanti e l’amore del popolo, rendendo possibile la sua rapida diffusione per l’Italia prima, e dal 1574 in poi per tutta l’Europa, sono le seguenti: la loro vita semplice e povera condotta in piccoli conventi situati appena fuori dai centri abitati e quindi più capaci di favorire la vita contemplativa; il loro zelante apostolato fatto in primo luogo col buon esempio dei tanti “frati questuanti”, così familiari anche tra i contadini delle nostre campagne fino a pochi anni fa, e con una predicazione rinnovata nello stile e nei contenuti così da essere aderente ai bisogni umani e alle aspirazioni spirituali della gente semplice, che essi sapevano introdurre con finezza anche alle profondità della meditazione o “orazione mentale”; la vicinanza affettuosa alla gente umile delle città e delle campagne nelle prove personali e nelle pubbliche calamità, per cui fin dal principio i Cappuccini sono stati considerati in modo particolare come “i frati del popolo”. Portano la barba (più o meno lunga e più o meno… bianca) e sono attualmente circa 11.000. Gli unici due luoghi delle origini francescane che hanno in cura sono gli Eremi di Montecasale e Le Celle di Cortona. Hanno una lunga tradizione di figure assai popolari: S. Felice da Cantalice, S. Giuseppe da Leonessa, S. Crispino da Viterbo, S. Serafino da Montegranaro, S. Francesco Maria da Camporosso (il “Padre santo” di Genova)… nei secoli passati; e, più vicino a noi, S. Leopoldo Mandic´, S. Padre Pio da Pietrelcina e il noto volto del Servo di Dio p. Mariano da Torino (il cui apostolato in TV è oggi continuato con efficacia da un altro cappuccino, p. Raniero Cantalamessa, che è un profondo teologo e da oltre 25 anni è “Predicatore Apostolico”, ossia predicatore ufficiale della Santa Sede, un compito che da alcuni secoli è riservato ad un Frate del nostro Ordine). Di particolare interesse è poi il fatto che tra i Cappuccini sia fiorita una serie di personalità che hanno segnato la loro epoca con servizi di straordinaria levatura non solo spirituale, ma anche politico-diplomatica. Un fenomeno che può trovare una spiegazione plausibile nella grande libertà interiore e nella netta presa di distanza dalle cose del mondo che ha caratterizzato l’esperienza francescana dei Cappuccini. Per fare solo alcuni esempi, basterà accennare a S. Lorenzo da Brindisi (1559-1619), erede di S. Giovanni da Capestrano nell’animare le milizie cristiane in difesa della civiltà europea assalita dai turchi (il Capestrano a Belgrado nel 1456, Lorenzo ad Alba Reale presso Budapest nel 1601); Giacinto da Casal Monferrato (1575-1627), per più di vent’anni sapiente ed autorevole consigliere degli imperatori asburgici nel far sorgere quella “Lega Cattolica” che sola poté contrastare in modo efficace il dilagare delle forze protestanti per l’intera Europa; Giuseppe du Tremblay da Parigi (1577-1638), famoso consigliere del Cardinal Richelieu, instancabile promotore di missioni in Medioriente, noto come “eminenza grigia” a motivo del suo abito cappuccino; Valeriano Magni da Milano (1586-1661), uomo di eminente cultura, per molti decenni legato pontificio presso varie corti europee; ed infine un autentico gigante del quale si è parlato molto alcuni anni fa sui principali quotidiani europei in occasione della sua beatificazione avvenuta il 27 aprile del 2002: si tratta di quel Marco d’Aviano in Friuli (1631-1699) a cui si deve, nel 1683, l’ultima e definitiva vittoria delle truppe cristiane contro l’enorme armata turca che stava per far cadere Vienna, capitale dell’impero e ultimo baluardo per la difesa della cristianità: le guidava il valoroso sovrano polacco Giovanni Sobieski, che subito dopo poté veder realizzato il suo desiderio di avere finalmente i Cappuccini anche in Polonia. Nelle pagine introduttive all’opera monumentale sul primo secolo di storia dell’Ordine3, il Cargnoni scrive che il cappuccino autentico, “pur avendo compiuto eroici sacrifici o troncato legami forti, non è però duro di cuore, stoico, cinico o masochista. È un uomo che ha il genio del buon cuore. è una figura nobile, gentile, di affetti profondi, di generose amicizie, gioviale e spiritosa e popolarmente simpatica. Per questo il popolo ha avuto sempre un debole per i Cappuccini. Li ha amati a suo modo, con tenerezza e forza, con rispetto e trastullo, come cosa propria”. E dopo aver riferito alcune testimonianze letterarie da diversi paesi europei che comprovano questa sua affermazione (W. Mendel, L. Palomes, Réné de Chateaubriand, P. Lacordaire, L. Veuillot…), continua: “Anche in Italia due autori italianissimi, che vissero i momenti difficili di una sofferta maturazione sociale e politica che sfociò nell’unità della nazione e preparò la democrazia popolare4, dipinsero in diversa proporzione, ma con uguale ammirazione, le caratteristiche dei frati cappuccini: sono Vincenzo Gioberti e Alessandro Manzoni”. E prosegue: “Gioberti, in una pagina del suo Gesuita moderno, spiega i motivi della sua simpatia verso questi frati popolari, così spiritualmente nobili, evangelici, penitenti: ‘Benché uomo del secolo decimo nono, io confesso di amare i cappuccini… Il cappuccino è il frate del popolo.
 

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La Madonna dello Splendore n° 36 del 22 Aprile 2017 
Giulianova (Te) La Rivista “Madonna dello Splendore” nasce, con il primo numero, nel 1982 da una timida idea di Padre Candido Donatelli, Pierino Santomo, Mario Orsini e Sergio Di Diodoro. Si pensa ad un’iniziativa editoriale che non vada oltre la raccolta di qualche scritto divulgativo sulla Festa e di qualche rara foto d’epoca. Ed è subito successo. La Rivista è ricercata, letta, bene accolta. Pur nella sua veste tipografica, all'inizio umile, è diventa, di anno in anno, un corredo importante della manifestazione e nel corso degli anni cresce sempre di più. Aumenta di conseguenza l’impegno dei curatori che estendono la collaborazione a chiunque voglia scrivere di Giulianova, della sua storia, e della festa in generale. La rete di interventi, pertanto, comincia ad estendersi e documenti inediti e preziosi cominciano a diventare oggetto di studio, di analisi, di pubblicazione. Entrano a far parte della rosa dei redattori nomi illustri, storici, giornalisti, ricercatori. Artisti di fama dipingono copertine e disegnano immagini della Madonna. Si va alla ricerca di foto rare negli archivi e nelle abitazioni private della città, si riportano aneddoti e vicende del passato, storie destinate, diversamente, a perdersi per sempre nella notte della dimenticanza. Si scrive, insomma, la storia di Giulianova e della sua Festa, ma il racconto è arricchito da continui riferimenti a tutto il tessuto socio culturale, all’arte, alla musica, all’urbanistica, alla letteratura, alla poesia, alla scienza. Una silloge di tutto ciò che riguarda la città, senza nessuna imposizione tematica, né tanto meno ideologica. Così nel tempo la Rivista si fa grande e si affranca dalla primitiva immagine di modesto libello per assumere i connotati di una testata ormai emancipata; la voce ufficiale della Festa più importante dell’anno.
   Indice Rivista Madonna dello Splendore  

Editoriale – Saluto del Presidente Luigi Marinelli
Il Comitato festa
Saluto del parroco, Don Abramo Olivieri
Saluto del sindaco, Francesco Mastromauro
Il programma della Festa della Madonna dello Splendore del 22 Aprila 2017
1864-1865. I Cappuccini tra le reprimende della Curia generalizia e il “caso” Tommaso da Spoltore, di Sandro Galantini
L’angolo della poesia, di Dante Di Pompeo
Pierino Santomo e quel lontano giorno del 1982. Così nacque la rivista “La Madonna dello Splendore”, di Sergio Di Diodoro
Bacco in Castro, di Daniele Di Massimantonio
Come eravamo nell'estate del 1945
“Su, Bertolino, levati e vanne tosto in Giulia”. Sulle tracce storiche e documentarie del legame profondo tra Giulianova, il culto della Vergine dello Splendore  e la sua festa, di Sino Maria Pomante
Il riconoscimento del Senato della Repubblica Italiana per i festeggiamenti del 22 Aprile 2017
Salvatore Baldini. Un teramano divenuto giuliese ma dimenticato da tutti, di Walter De Berardinis
L'arte di Emiliano Alfonsi: la contemporaneità dei simboli, di Marialuisa De Santis
Lo stupore di un incontro di luce, di Antonio Mrozek Gliszczynski
Come eravamo nell'estate del 1922
Pagliaccetti torna a casa, di Sirio Maria Pomante
Autoritratto giovanile, relazione sul restauro, di Serena Petrelli
Memorial “Emilio Della Penna”, di Edoardo Ettorre e Marco Ferrari
Lino Manocchia, ora “La Voce dal Cielo”, di Ludovico Raimondi
Come eravamo - ricordi di scuola - nel 1949
Ricordo di scuola 1962 - 63
Ricordo di scuola 1964 - 65
Ricordo di scuola - Maggio 1974
La piccola chiesa di San Pietro, di Cinzia Falini
Fonti per lo studio della popolazione di Giulianova in Antico Regime, di Ottavio Di Stanislao
Come eravamo nella “Rivista mensile di propaganda alberghiera” Anno VIII N. 9 del 1932
Gianni Rivera, fiore all’occhiello del Memorial “Marco Ettorre”, di Ludovico Raimondi
Caterina Noceti nelle parole di Amedeo Grue, di Walter De Berardinis
Come eravamo nell'estate del 1936
Io, Braga e il violoncello, di Giuliano Braga
La voce antica, di Cesare Marcello Conte
Gli ospedali dei pellegrini e degli infermi nei percorsi storici dal Tordino al Tronto, di Luigi Girolami
Dall’Archivio di Stato di Teramo... Cronaca di un processo civile della Doganella d’Abruzzo, di Luciana D’Annunzio
Come eravamo al tempo del “Premiato confettificio Orsini”
Giovanni Di Giannatale, di Andrea Palandrani
Segnalazioni di storia locale, a cura di Donatella Stacchiotti
Come eravamo nel 1959
Come eravamo nella nevicata del 1956
I collaboratori della Rivista "La Madonna dello Splendore" n° 36 del 22 Aprile 2017
  
Tutti i diritti riservati agli autori. Riproduzione anche parziale di testi e foto sono
da concordare con i curatori della rivista “La Madonna dello Splendore”
Finito di stampare nell’aprile del 2017 da EDITPRESS - 0861.230092 Castellalto (TE)
La pubblicazione e curata da Cinzia Falini con la collaborazione di Sergio Di Diodoro
La ricerca degli sponsor si deve a Luigi Martinelli, Mario Di Ferdinando, Ruggero Ripani, Alessandro Spinozzi
Con i Frati Minori e i Frati Minori Conventuali e finché vi sarà un popolo, come quello delle nostre campagne, costretto a sudar sulla gleba e a rusticarsi nei campi, una confraternita religiosa che si dedichi specialmente a dirozzare quegli animi e ad addolcir quei sudori, emulandone l’asprezza coll’esempio, e nobilitandone la bassezza colla religione, potrà sempre essere di gran frutto morale e civile. Il cappuccino è il tipo dell’uomo povero, faticante e plebeio, innalzato e purificato dall’Evangelo. Umiltà e dignità, semplicità e grandezza si accopiano nella sua persona, in virtù di quell’idea che, accordando gli estremi, vi forma un’armonia cristiana. Poetico è il cappuccino anco all’apparenza, perché l’abito, la portatura, i modi rappresentano idealmente il genio del popolo, che è poetichissimo; e l’Ordine cappuccinesco è la democrazia del chiostro… La barba e il saio del cappuccino piacciono anco in pittura, e hanno un non so che di antico e di primitivo, che ricorda l’Oriente e i tempi patriarcali. Forse tal poesia deriva in parte da più alta origine e riverbera dalla rimembranza del primo fondatore (San Francesco), alla cui semplicità antica e greggia mirò il (Matteo) da Bascio nella sua riforma. E davvero nel cappuccino sopravvive e rinverdisce del continuo quel vecchio tipo di Francesco d’Assisi così bello, così poetico, così italiano…’. è stato però Alessandro Manzoni, il più grande romanziere della letteratura italiana, ad offrire il ritratto più penetrante e suggestivo, più storico e ideale insieme, dei frati cappuccini. La sua famosa pagina merita di essere qui ricordata”. Il Cargnoni continua poi riportando questo bel passo dei Promessi Sposi, che nel romanzo precede immediatamente l’episodio del “miracolo delle noci” raccontato da fra’ Galdino. Scrive dunque il Manzoni: “Al vedere che una povera ragazza mandava a chiamare, con tanta confidenza, il padre Cristoforo, e che il cercatore accettava la commissione, senza maraviglia e senza difficoltà, nessun si pensi che quel Cristoforo fosse un frate di dozzina, una cosa da strapazzo. Era anzi un uomo di molta autorità, presso i suoi e in tutto il contorno; ma tale era la condizione de’ cappuccini, che nulla pareva per loro troppo basso, né troppo elevato. Servire gl’infimi, ed esser servito da’ potenti; entrar ne’ palazzi e ne’ tuguri, con lo stesso contegno d’umiltà e di sicurezza; esser talvolta, nella stessa casa, un soggetto di passatempo e un personaggio senza il quale non si decideva nulla; chieder l’elemosina per tutto, e farla a tutti quelli che la chiedevano al convento: a tutto era avvezzo un cappuccino. Andando per la strada, poteva ugualmente imbattersi in un principe che gli baciasse riverentemente la punta del cordone, o in una brigata di ragazzacci che, fingendo d’esser alle mani tra loro, gl’inzaccassero la barba di fango. La parola ‘frate’ veniva, in que’ tempi (siamo intorno al 1630), proferita col più grande rispetto e col più amaro disprezzo: e i cappuccini, forse più d’ogni altro Ordine, erano oggetto de’ due opposti sentimenti e provavano le due opposte fortune; perché, non possedendo nulla, portando un abito più stranamente diverso dal comune, facendo più aperta professione d’umiltà, s’esponevano più da vicino alla venerazione e al vilipendio che queste cose possono attirare dai diversi umori e dal diverso pensare degli uomini”. A questo punto ci pare pertinente il quesito che si poneva il noto saggista Mario Pomilio, uno degli esponenti più brillanti di quella scuola di scrittori cattolici milanesi che ha saputo raccogliere l’eredità del Manzoni e l’ha fatta giungere sino ai nostri giorni (alcuni altri nomi assai noti sono Luigi Santucci, Giovanni Testori e Italo Alighiero Chiusano, tutti scomparsi di recente): “Come mai, - egli si chiedeva - dei tanti Ordini religiosi operanti nel ’600, vediamo sulla scena de ‘I Promessi Sposi’ solo i Cappuccini?”. E continuava: “La nostra mente va ad un fatto sintomatico ed estremamente qualificante: attraverso i Cappuccini - l’ultimo ramo uscito dal gran tronco francescano nel 1528 - il Manzoni raccoglie e rilancia, come cardine del proprio messaggio religioso, l’insegnamento francescano nella sua parte più evangelica: la noncuranza dei beni terreni, la religiosità caritativa, lo stare a contatto diretto con la gente, l’operare a favore degli umili come un Ordine essenzialmente popolare…”. E passando la parola ad un altro sagace studioso di storia della Chiesa, l’inglese Cuthbert of Brighton, autore tra l’altro di una ancor solida Life of saint Francis e fondatore, agli inizi degli anni ’30 del secolo appena trascorso, del benemerito e tuttora attivissimo Istituto Storico dei Cappuccini in Roma, leggiamo: “Mentre negli ultimi decenni del ’500 e i primi del ’600 al di là delle Alpi i Cappuccini andavano diffondendosi col favore della nobiltà e del popolo (come s’è detto, solo nel 1574 Gregorio XIII li aveva autorizzati ad “esportare” il loro carisma), in Italia essi erano già saliti con la predicazione e la loro molteplice attività sociale all’apogeo della loro influenza sulla mente e sulla fantasia del popolo italiano, tanto dei grandi quanto dei piccoli. Il loro spirito caritativo ed umanitario li rese i confidenti di tutti i poveri e di tutti i travagliati; il loro indomito coraggio s’interpose spesso tra gli oppressi e i tiranni. Come predicatori, con il loro linguaggio semplice, immediato ed efficace sapevano toccare il cuore della folla tanto degli illetterati che dei dotti: tutti accorrevano ai loro discorsi. Durante le pubbliche calamità (ed erano abbastanza frequenti), i Cappuccini furono sempre tra i primi a consacrarsi al servizio dei fratelli. Non è un caso se il Manzoni, nel suo immortale romanzo I Promessi Sposi, ci ha lasciato in Padre Cristoforo un vivo ritratto del tipo del cappuccino italiano. Il nome di Padre Cristoforo non rispondeva a un Cappuccino solo; ma a molti che si potevano trovare non solo in Milano, ma dovunque fosse un convento cappuccino. Sotto vari nomi, è sempre un Padre Cristoforo che viene venerato con riconoscente amore in tutta Italia: dalla Lombardia alle Puglie e alla Sicilia. Nelle Puglie si chiamava Giacomo da Molfetta (di lui il Cuthbert aveva già delineato un bel profilo alle pp. 172-174); in Sicilia, Arcangelo da Sacca; a Firenze, Pier Francesco Mainardi; a Parma, Romualdo dei Conti Castellina; a Lucca, Giuseppe di Fulvio Dondoli; a Milano, Felice Casati; in altri luoghi si chiamava con nomi che ancora risuonano sulle labbra del popolo. Molti di questi ‘Padri Cristofori’ erano uomini che potevano trattare con Don Rogrigo, con qualsiasi prepotente signorotto o con ufficiali di corte come fossero loro pari, anzi col vantaggio di appartenere a un Ordine non legato ad alcuna classe, dal momento che l’abito cappuccino in una stessa comunità religiosa.
 

La Rivista “Madonna dello Splendore” nasce, con il primo numero, nel 1982 da una timida idea di Padre Candido Donatelli, Pierino Santomo, Mario Orsini e Sergio Di Diodoro. Si pensa ad un’iniziativa editoriale che non vada oltre la raccolta di qualche scritto divulgativo sulla Festa e di qualche rara foto d’epoca. Ed è subito successo. La Rivista è ricercata, letta, bene accolta. Pur nella sua veste tipografica, all'inizio umile, è diventa, di anno in anno, un corredo importante della manifestazione e nel corso degli anni cresce sempre di più. Aumenta di conseguenza l’impegno dei curatori che estendono la collaborazione a chiunque voglia scrivere di Giulianova, della sua storia, e della festa in generale. La rete di interventi, pertanto, comincia ad estendersi e documenti inediti e preziosi cominciano a diventare oggetto di studio, di analisi, di pubblicazione. Entrano a far parte della rosa dei redattori nomi illustri, storici, giornalisti, ricercatori. Artisti di fama dipingono copertine e disegnano immagini della Madonna. Si va alla ricerca di foto rare negli archivi e nelle abitazioni private della città, si riportano aneddoti e vicende del passato, storie destinate, diversamente, a perdersi per sempre nella notte della dimenticanza. Si scrive, insomma, la storia di Giulianova e della sua Festa, ma il racconto è arricchito da continui riferimenti a tutto il tessuto socio culturale, all’arte, alla musica, all’urbanistica, alla letteratura, alla poesia, alla scienza. Una silloge di tutto ciò che riguarda la città, senza nessuna imposizione tematica, né tanto meno ideologica. Così nel tempo la Rivista si fa grande e si affranca dalla primitiva immagine di modesto libello per assumere i connotati di una testata ormai emancipata; la voce ufficiale della Festa più importante dell’anno.

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
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