Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone: La scuola di Posillipo - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone: La scuola di Posillipo

Museo > La scuola di Posillipo

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MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


La scuola
di Posillipo
Al Mas, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 18 luglio al 12 settembre 1999, “La Scuola di Posillipo e il paesaggio napoletano dell’Ottocento”, dipinti della Pinacoteca Comunale di Giulianova, a cura di Carlo Fabrizio Carli.
Note biografiche
 
Pierre Jacques-Antoine Volaire (Tolone, 1729- Napoli, 1802). Esponente tra i più noti del vedutismo napletano settecentesco (celebri le sue inquadrature notturne del Vesuvio in eruzione), estroso e bizzarro, “le chevalier Volaire” si rifece alla pittura dal vero di Salvator Rosa. Usò con particolare successo la tecnica della gouache; è considerato uno degli ispiratori diretti della “Scuola di Posillipo”.
 
Anton Sminck van Pitloo (Arnhem, 1790- Napoli, 1837). Nato in Olanda (l’esatta dizione del nome è Pitlo), inizia a studiare pittura fin da ragazzo. Nel 1808, presentato a Luigi Napoleone, al tempo re dei Paesi Bassi, ottiene un pensionato di formazione artistica in Francia, dove rimane fino al 1811. Raggiunge poi Roma, dove resta per un triennio, frequentando la colonia di artisti olandesi. Caduto Napoleone e finita la borsa di studio, su consiglio di un diplomatico e mecenate russo, Gregorio Orloff, si trasferisce a Napoli, da cui non si muoverà più (per i colleghi partenopei resterà sempre il “signor Pitiloo”). All’inizio degli anni Venti, apre una scuola privata di pittura a cui si formano Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi, Raffaele Carelli, Achille Vianelli: il nucleo originario della “Scuola di Posillipo”. La pittura di Pitloo subisce nel tempo un’evoluzione che parte da un vitreo vedutismo di tradizione olandese, per approdare ad una sensibilità romantica del paesaggio, che risente della lezione di Corot, senza tuttavia dimenticare l’eredità seicentesca del vero. Attitudine accentuata, negli ultimi anni, dalla conoscenza delle innovazioni di Turner che, nel 1828, tiene una grande mostra a Roma. Nel 1822, Pitloo viene chiamato ad insegnare nel Reale Istituto di Belle Arti di Napoli; qui, nel 1837, muore prematuramente di colera. Sua figlia Sofia andò sposa al pittore Teodoro Duclère, il più fedele degli allievi di Pitloo.
 
Giacinto Gigante (Napoli, 1806- 1876). Un’altra dinastia di artisti, i Gigante: Gaetano, il padre, fu buon vedutista, e pittori furono altri tre fratelli di Giacinto, Achille morto appena ventitreenne, Ercole ed Emilia. Diciottenne, Giacinto Gigante entrò nella scuola del tedesco Fluber, dove conobbe Achille Vianelli (di cui, più tardi, avrebbe sposato la sorella Eloisa) e Raffaele Carelli. Partito presto Huber, i tre amici si trasferirono alla scuola di Pitloo. Nel frattempo, Gigante s’impegnò presso il Real Officio Topografico; umile incarico che gli offrì comunque l’opportunità di apprendere le tecniche dell’incisione e della litografia. Autonomamente, si specializzò nella tecnica dell’acquerello. Nel 1826, espose alla prima biennale borbonica; a metà degli anni Trenta, conobbe il pittore russo Sçedrin, che gli presentò ricchi connazionali, assicurandogli così cospicue commesse. Fedele alla monarchia borbonica, abbandonò Napoli, durante i moti del 1848, ritirandosi a Sorrento. La sua fedeltà fu premiata con la nomina ad insegnante di disegno delle principesse reali e con la nomina a cavaliere dell’Ordine di Francesco I. Ricercato dalla nobiltà partenopea, dalla Corte, perfino dalla Zanna di Russia, dopo il 1860 abbandonò progressivamente le vedute dall’esterno, per specializzarsi in studi d’interno, tra cui la famosa tempera La Cappella del Museo di San Gennaro, richiestagli da Vittorio Emanuele II.
 
Raffaele Carelli (Monopoli, 1795- Napoli, 1864). Capostipite della celebre dinastia (ma il nonno, Domenico, allievo di Batoni, e il padre, Settimio, pittore neoclassico, erano già impegnati nel campo dell’arte), giunse a Napoli nel 1815, cominciando a lavorare presso lo studio di Wilhelm Huber, integrando con piccole figure i paesaggi dipinti dall’artista tedesco. Allievo di Huber erano Giacinto Gigante e Achille Vianelli, con i quali si legò di amicizia. ed assieme si accostarono all’accademia privata di Pitloo, dando così vita alla “Scuola di Posillipo”. Carelli espose ripetutamente, con grande successo venendo premiato, alle esposizioni borboniche. Nel 1830, paesista ormai affermato (predilesse le marine del golfo di Napoli), fu nominato professore onorario all’istituto di Belle Arti della città. Nel 1834, accompagnò il duca di Devonshire in un viaggio in Oriente e in Sicilia. L’anno successivo, diede vita ad una scuola privata di pittura, riducendo progressivamente la propria attività artistica e preferendo dedicarsi al commercio di quadri antichi e alla professione di perito d’arte.
 
Teodoro Duclère (Napoli, 1815- 1869). Di origini francesi ma napoletano di nascita e di cultura, frequentò lo studio di Pitloo di cui sposò la figlià Sofia e di cui può essere considerato l’allievo più fedele, al punto che talvolta i suoi dipinti sono stati confusi con quelli del suocero. Nel 1861, fu nominato professore di paesaggio all’Istituto di Belle Arti di Napoli. Godette di vasta notorietà e clientela giungendo ad annoverare tra i suoi committenti anche lo Zar di Russia.
 
Achille Vianelli (Porto Maurizio, 1803- Benevento, 1894). Figlio di un diplomatico e di una francese, viaggiò molto e mantenne a lungo l’ascendenza transalpina (fino al 1845 conservò il nome Vianelly o Vienelly). Nel 1819 è a Napoli dove frequenta lo studio di Huber cui Vianelli indirizza pure Giacinto Gigante. I legami con l’ambiente pittorico partenopeo sono rinsaldati da vincoli matrimoniali; le due sorelle dell’artista, flora ed Eloisa sposano rispettivamente Teodoro Witting e Giacinto Gigante. Tra il 1820 e il 1830, si dispiega un intensissimo lavoro in comune di Vianelli con Gigante; assieme frequentano lo studio di Pitloo. Assai attivo anche nell’acquaforte e nella litografia Vianelli individua la tecnica più congeniale nell’acquerello che gli procura cospicua fama anche all’estero. Nel 1845 è nominato professore onorario presso l’Istituto di Belle Arti. Nel 1858 apre a Benevento una propria scuola di pittura.
 
Vincenzo Franceschini (Casandrino, 1812- 1884). Figlio di un magistrato, fu per pochi mesi, nel 1837, allievo di Pitloo morto in quello stesso anno. Fu poi vicino a Fergola e Duclère ed ebbe per principale estimatore Salvatore Di Giacomo. Nel 1845 si recò a Roma dove entrò in contatto con gli ambienti romantici. In quel periodo abbandonò i temi posillipisti, a favore di una pittura di enfasi romantica. In età matura, anche per una sopravvenuta malattia mentale, smise di dipingere.
 
Alessandro La Volpe (Lucera, 1820- Roma, 1887). Allievo a Napoli di Salvatore Fergola, fu influenzato dalla “Scuola di Posillipo” — specie per quanto riguarda le atmosfere dei paesaggi —, pur non facendone parte direttamente. Nell’inverno 1851, accompagnò il duca di Leuchtemburg in Sicilia e in Egitto, traendone interessanti studi dal vero. È possibile un suo breve sodalizio con Serafino De Tivoli e Lorenzo Gelati, al tempo della “Scuola di Staggia”. Tornato a Napoli, dopo aver avviato con rovinosi esiti economici un negozio di moda, si trasferì definitivamente a Roma.
 
Giuseppe Bonolis (Teramo, 1800- Napoli, 1851). Compiuti gli studi di disegno nella città natale, ed assunto l’incarico di insegnante di calligrafia nel locale Collegio, ne fu quasi subito esonerato e costretto a trasferirsi a Napoli, per aver preso parte ai moti carbonari. Nella capitale, allievo all’istituto di Belle Arti di Joseph Franque, fu da questi indirizzato a Roma, per studiarvi la pittura italiana dei secoli passati. Tornato a Napoli. Bonolis si affermò come ritrattista di corte e dell’agiata borghesia, e fu proprio questa stagione ritrattistica, attenta alla coeva pittura francese e che interessa gli anni ‘30, la stagione più felice dell’artista teramano. Che poi attese a soggetti storico-mitologici, approdando così al campo accademico, sia pure rivendicando l’importanza dello studio del vero. Bonolis scrisse anche due brevi trattati sulla didattica dell’arte; nel 1841, assieme a Gennaro Della Monica, fondò a Napoli una scuola d’arte, alternativa al Real istituto, importante nella formazione di molti artisti meridionali, tra cui Filippo Palizzi.
 
Giuseppe Fagnani (Napoli, 1819- New York, 1873). Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Napoli, specializzandosi nel ritratto. Temperamento cosmopolita, viaggiò molto, in Francia, Spagna, Austria, Stati Uniti. Effigiò personaggi famosi; nel 1866, a New York, eseguì un ciclo di ritratti di alcune delle donne più in vista della città, intitolandolo Alle nuove muse, poi acquistato dal Metropolitan Museum. Nella Galleria degli Uffizi è conservato il suo autoritratto.
 
Salvatore Fergola (Napoli, 1799- 1874). Figlio di Luigi, pittore d’impianto hackertiano, iniziò l’attivià artistica sotto la guida patema. Ancora ventenne, attira l’attenzione di Francesco I di Borbone, che gli commissiona una sere di vedute. Da allora, Fergola “paesista della Real Casa”, accompagna il sovrano in tutte le cerimonie ufficiali. Nel 1830, il suo ruolo viene ufficializzato come pittore di corte; tuttavia nel ‘38, forse segno di un favore alquanto appannato, gli viene preferito Smargiassi nel concorso per la cattedra di paesaggio all’istituto di Belle Arti di Napoli. Per Ferdinando II, esegue una celebre serie di vedute storico-celebrative, tese a commemorare le iniziative di promozione economica del Sovrano. Particolarmente famosa, L ‘inaugurazione della Ferrovia Napoli - Portici, tela esposta alla mostra borbonica del 1841. A partire dalla metà del secolo, Fergola si dedicò a soggetti sacri e a pitture di marine, cui attese in particolare dopo la caduta della monarchia borbonica.
 
Emile-Jean-Horace Vernet (Parigi, 1789- 1863). Nasce in una famiglia di artisti, oltretutto legati alla tradizione veristica napoletana. Il padre Carie, il nonno materno Jean-Michel Moreau e lo zio Chalgrin lo educano tempestivamente all’arte. Nel 1808, diviene amico di Gericoult, che frequenta lo studio del padre. Riceve commesse di lavoro (23 ritratti di cavalli dell’imperatore) da parte della famiglia di Napoleone, che, nel ‘14, lo nomina cavaliere della Legion d’Onore. Ritratti, cavalli e battaglie costituiscono i suoi soggetti preferiti; grande successo ottiene il quadro La barriera di Clichy. Nel 1829 è nominato direttore dell’Accademia di Francia a Roma, incarico che trasmetterà, alla fine del ‘34, ad Ingres. Compie viaggi in Russia e in Algeria, paese, quest’ultimo, che gli offre la possibilità di inserire nei suoi quadri l’elemento esotico, sulla scia di Delacroix. Nel 1849, torna a Roma per preparare il quadro L’assedio, esposto al Salon del 1852. All’Esposizione Universale di Parigi del 1855 è presente con ben 24 dipinti.
 
Gonsalvo Carelli (Napoli 1818- 1900). Fu avviato alla pittura dal padre Raffaele; fu poi allievo dell’inglese William Leicht. con cui perfezionò in modo particolare la tecnica dell’acquerello. Esordì all’esposizione borbonica del 1830. a soli 12 anni. Un triennio più tardi l’acquerello Piazza della Vicaria venne premiato con medaglia d’argento ed acquistato dalla regina Isabella. Enfant prodige, era coperto di lodi e protetto dall’aristocrazia partenopea; nel 1837, il sovrano gli acquistò due dipinti: Veduta di Napoli con la Torre della polveriera e Veduta di Cava. Nello stesso anno ottenne il pensionato per Roma, città dove potè ampliare le proprie conoscenze artistiche ed entrare in contatto con i paesisti della Campana romana. In particolare, divenne amico di Bartolomeo Pinelli. Si recò pure a Parigi, restandovi fino al 1844 circondato dalla fama e dalle commissioni della nobiltà. Nel 1845, tornato a Napoli, ricevette dall’ambasciatore russo, per conto dello Zar, l’incarico di dipingere due grandi paesaggi napoletani. tuttora all’Ermitage. Impegnato anche sul fronte politico, Carelli prese parte attiva alle vicende risorgimentali. Nel 1848, a Milano, partecipò alle “Cinque giornate” (in questa città conobbe anche Massimo D’Azeglio), e, nel 1860, alla Battaglia del Volturno. Conobbe Alexandre Dumas. collaborando con lui mediante l’illustrazione del volume Da Napoli a Roma (scrisse Dumas: “Carelli è allievo di quella grande scuola di paesaggio per la quale i Cabat, gli Isabey, i Dupré od i Decamps danno la mano a Salvator Rosa”). Nel 1869 fu nominato maestro di pittura di Margherita di Savoia, futura regina d’Italia. Lavorò instancabile fino alla fine della vita, anche se l’ispirazione si andò progressivamente indebolendo, lasciando spazio all’ambito decorativo.
 
Achille Carelli (notizie dal 1852). Figlio di Raffaele, fratello di Gonsalvo e di Gabriele, è il personaggio meno noto della famiglia di pittori, al punto che ne mancano i dati biografici essenziali. Praticò, sia pure in declinazione più modesta, i temi paesistici tipici dei Carelli.
 
Gabriele Carelli (Napoli, 1820- Londra,1880). Figlio di Raffaele, fratello di Gonsalvo e di Achille, padre di Conrad, ultimo esponente della dinastia, ebbe vita movimentata: nel 1837 si recò a Roma col fratello Gonsalvo; viaggiò molto in Lombardia e Svizzera. Tornato a Napoli, due suoi dipinti. Tomba di Sannazzaro e Sacrestia di San Domenico Maggiore furono acquistati da Ferdinando II. Analogamente a Gonsalvo, la sua pittura innestata inizialmente nella vicenda posillipista, andò poi aprendosi alla nuova pittura del vero. A Londra, dove si era trasferito, esponendovi ripetutamente, e dove chiuse i suoi giorni, divenne membro della Royal Academy.
 
Giuseppe Carelli (Napoli, 1858- 1921). Figlio ed allievo di Gonsalvo, si occupò prevalentemente di paesaggi, nella tradizione di famiglia. Fu, anzi, tra i più prolifici e fortunati cultori del genere nella Napoli di fine Ottocento. Temperamento cosmopolita, praticò anche l’acquaforte e la litografia.
 
Filippo Palizzi (Vasto, 1818- Napoli, 1899). Grazie ad un pensionato della città natale, si trasferì a Napoli, per frequentarne l’istituto di Belle Arti, dove già studiava il fratello maggiore. Giuseppe. Ma presto abbandonò l’insegnamento accademico di Smargiassi. a favore di quello, più libero, di Bonolis. Era il periodo di maggior fortuna della “Scuola di Posillipo”, ma gli interessi di Palizzi si indirizzarono ad altri approdi, che non questo paesaggismo idealizzato. Non ancora ventenne dette inizio a quegli studi di animali, di piante, di oggetti, che segnarono una vistosa svolta antiaccademica, e l’inizio del realismo pittorico a Napoli e in Italia. Erano per lo più dipinti di piccole dimensioni, che si riconnettevano idealmente alla lezione realista della pittura del Seicento napoletano, da lungo tempo disattesa. Fa eccezione un gruppo di opere di argomento garibaldino e risorgimentale, ben giustificate in Palizzi che prese parte attiva ai moti del 1848 e alle vicende che congiunsero il Regno delle Due Sicilie allo stato unitario. Sarebbe un grave errore considerare provinciale la pittura di Palizzi: aggiornato costantemente dal fratello Giuseppe sulle “novità” della Francia, l’artista vastese era al corrente della pittura di Turner e di Corot, conobbe personalmente Degas e, a Parigi, frequentò il caposcuola del realismo, Gustave Courbet.
 
Nicola Palizzi (Vasto, 1820 - Napoli, 1870). Dalla città natale, dove aveva cominciato ad esercitare il mestiere di armiere, fu chiamato a Napoli dai fratelli maggiori Filippo e Giuseppe. Allievo di Smargiassi all’istituto di Belle Arti, si giovò naturalmente degli insegnamenti dei fratelli. Predilesse tematicamente studi di rocce, di alberi, di corsi d’acqua, ma anche paesaggi. Espose ripetutamente alle mostre borboniche dal 1843 al ‘59. Ottenuto il pensionato a Roma, visitò anche Firenze. Nel 1856 è a Parigi, dove conosce le “novità” di Corot, della “Scuola di Barbizon”. di Courbet. Dal 1862 al ‘70, anno della scomparsa, espone alle rassegne della Società Promotrice di Belle Arti, che avevano sostituito le antiche mostre borboniche.
 
Federico Cortese (Napoli, 1829- 1913). Allievo di Salvatore Fergola, e poi di Smargiassi all’istituto di Belle Arti di Napoli, ricevette una formazione in piena sintonia con la “Scuola di Posillipo”. Si trasferì per un decennio (1854-1864) a Roma, dove frequentò in particolare il pittore Achille Vertunni, assieme al quale si dedicò assiduamente a dipingere inquadrature paesistiche della campagna romana (la tela Ariccia gli fu commissionata da Vittorio Emanuele II e destinata al Museo Civico di Torino). A Parigi espose ai Saion dei 1868, ‘79, ‘80 e all’Esposizione Universale del 1900. Nel 1868, il governo francese gli acquistò il dipinto Alba sulle montagne della Sabina. La tela Rovine di un mondo che fu appartiene alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
 
Simone Campanile (Cava dei Tirreni, 1828-Salerno, 1896). Nato da un’umile famiglia, potè frequentare l’istituto d’Arte di Napoli solo a prezzo di durissimi sacrifici e con il sostegno di Filippo Palizzi, che fu il suo vero maestro. Benché la sua opera sia numericamente limitata — probabile indizio di un’indigenza che doveva sovente costringerlo ad altre attività —, essa ottenne buon riscontro da parte dei contemporanei. Alcuni suoi dipinti appartengono al Museo di Capodimonte.
 
Domenico Morelli (Napoli, 1826- 1901). Morelli rappresenta — come scrisse Bellonzi — la polarità opposta (ma neppure sempre, del resto) della pittura meridionale dell’Ottocento, rispetto a quella interpretata da Filippo Palizzi. Personalità di doti pittoriche fuori dal comune, di una singolare cultura e di molti viaggi (in Germania, Olanda, Francia), Morelli fu tradito dall’inquietudine intellettuale. Se il referente di Palizzi era la realtà, quello di Morelli risultava invece tutto mentale e letterario. Per pura esemplificazione, si può suddividere il percorso morelliano in tre fasi principali: un primo momento accademico, al tempo della formazione presso l’istituto di Belle Arti di Napoli, che dura fino al 1855; una seconda fase, che si spinge all’incirca fino al 1870, improntata ad un repertorio romantico-storicista (degna di nota, l’attenzione rivolta alle biografie di artisti); l’ultimo periodo caratterizzato da temi mistico-simbolici, ispirati dal Vangelo, dalla Bibbia, ma anche da altre religioni, a cominciare dall’islam. Parallelamente ad un influsso propriamente artistico — che fu fortissimo, almeno in area meridionale —, Morelli esercitò un ruolo centrale di controllo sulle istituzioni didattiche e professionali dell’arte a Napoli.
 
Saverio Altamura (Foggia, 1826- Napoli, 1897). Giunto a Napoli, segue i corsi serali all’istituto di Belle Arti, condiscepolo di Domenico Morelli. Nel 1847, concorre per il pensionato a Roma e ne esce vincitore. Partecipa attivamente ai moti risorgimentali dell’anno seguente, viene ricercato dalla polizia ed è costretto ad abbandonare il regno borbonico, rifugiandosi a Firenze. Qui frequentò assiduamente gli artisti che si riunivano al Caffè Michelangelo e, a partire dal 1854, appartiene alla cosiddetta “Scuola di Staggia”. L’anno seguente, assieme a Serafino De Tivoli, compie il famoso viaggio a Parigi che gli consente di entrare in contatto con le “novità” dell’arte francese e di informarne i colleghi macchiaioli. La sua pittura seguirà in particolare tematiche storiche (Le esequie del Buondelmonte, Mario vincitore dei Cimbri) e risorgimentali. senza però escludere il paesaggio. Dopo il 1860, Altamura riannoda i legami con Napoli.
 
Giuseppe De Nittis (Barletta, 1846- Saint Gennain-en-Laye, 1884). Assieme a Zandomeneghi e Boldini, costituisce il terzo esponente degli “italiani di Parigi”, ed è anche il maggior pittore pugliese dell’Ottocento. Ricevuta una prima educazione artistica nel centro natale, nel 1861 si recò a Napoli, dove s’iscrisse all’istituto di Belle Arti, allievo di Smargiassi. Vi restò poco, in quanto due anni appresso, fu espulso per indisciplina. Sempre nel 1863, dette vita, assieme a Marco De Gregorio e Federico Rossano, alla “Scuola di Resina”. Al 1864 data la prima presenza alla “Promotrice napoletana”, dove espose anche nel ‘66 e nel ‘67. In tale data si recò per la prima volta a Parigi tornandovi l’anno seguente, per stabilirvisi. Nel 1869, sposò Léontine Gruvelle, che resterà la modella prediletta e che esercitò grandissima influenza sulla vita sociale dell’artista. Il salotto di casa De Nittis divenne presto uno dei ritrovi più ricercati dell’intellettualità e dell’aristocrazia parigine. Gli iniziali interessi paesistici denittisiani lasciarono il posto ad una pittura di genere influenzata da Meissonier, circostanza aspramente rimproveratagli dall’amico Cecioni. Il forzato rientro in Italia, a causa della guerra franco-prussiana, riuscì provvidenziale per l’artista, che — grazie anche alla lezione macchiaiolesca —ritrovò i suoi più veri accenti realistici improntati ormai ad un inconfondibile piglio cosmopolita. D’ora in avanti, quanto gli restava della breve esistenza, prima che fosse stroncata da un’emorragia cerebrale, sarà caratterizzato da un crescente successo. Posto sotto la protezione del mercante Goupil, nel 1874 fu invitato da Degas ad espone alla prima mostra degli Impressionisti; del resto, era ormai uno dei pittori preferiti del bel mondo parigino. Una serie di viaggi a Londra gli apri le porte del collezionismo inglese; nel 1875 partecipò con grande successo all’Esposizione Universale di Parigi. Negli untimi anni di vita si dedicò al pastello, con tecnica magistrale e con anticipo sulle ricerche analoghe di Degas.
 
Francesco Sogliano (Capua, 1826- Napoli, 1890). Allievo di Nicola Palizzi e di Giuseppe Bonolis, si accostò in seguito a Domenico Morelli. Ad inquadrature paesaggistiche affiancò una pittura di genere storico, che fu assai apprezzata dal governo italiano e in particolare dalla famiglia reale sabaudia, così da procurargli importanti commesse. Del resto, sotto il regime borbonico, Sogliano si era segnalato per gli atteggiamenti filorisorgimentali, al punto di dover abbandonare Napoli. Più tardi, in questa città diresse una scuola di disegno destinata all’industria.
 
Michele Cammarano (Napoli, 1835 - 1920). Figlio d’arte (pittore rinomato il nonno: pittore e autore di libretti per melodrammi di Verdi e Donizetti, il padre), frequentò l’istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Smargiassi. Nel 1856, conobbe Filippo Palizzi, che ebbe un ruolo importantissimo nella sua formazione. Temperamento focoso seguì Garibaldi nella campagna del 1860, e poi si arruolò nella guerra contro il brigantaggio. Questo impegno risorgimentale gli ispirò grandi quadri, destinati a larga fortuna: La carica dei Bersaglieri a Porta Pia e  il 24 giugno 1859 a San Martino. Nel 1888, il Governo italiano gli commissionò l’enorme tela Dogali, per la cui esecuzione Cammarano si recò in Eritrea, rimanendovi cinque anni. Già vicino, per un breve periodo, ai Macchiaioli, l’artista esercitò una pittura d’impegno e di denuncia sociale (nel 1870 era entrato in contatto a Parigi con l’opera di Courbet): indicativo un quadro come Le risorse della povera gente. Con ogni probabilità Cammarano dette il meglio di sé quando, libero da imposizioni, affrontò spontaneamente l’impressione dal vero. Piazza San Marco (1868-69 Roma, Gnam) sembra anticipare la ricerca di Manet ed è uno dei quadri memorabili dell’Ottocento italiano.
 
Eduardo Dalbono (Napoli, 1841 - 1915). Figlio del critico d’arte Carlo Tito e nipote di Gonsalvo Carelli, fu incoraggiato dal padre a seguire la precoce vocazione artistica. Allievo a Roma di Augusto Marchetti, e poi a Napoli di Giuseppe Mancinelli e Nicola Palizzi, si accostò successivamente a Domenico Morelli. I suoi esordi ebbero carattere storico-romantico estremo (indicativa la Scomunica di Re Manfredi), senza peraltro trascurare quel paesaggismo di marca posillipista, che divenne poi di gran lunga prevalente nella sua attività, tanto da essere considerato come l’autentico continuatore della “Scuola di Posillipo”. Sue opere furono esposte con molto rilievo alle principali esposizioni nazionali d’arte, nel mezzo secolo intercorrente tra gli anni Sessanta dell’Ottocento e la morte. Nel 1878, grazie alla mediazione dell’amico De Nittis, avviò una collaborazione intensa con il celebre mercante parigino Goupil (a Parigi sarebbe rimasto per otto anni), per il quale eseguì una vasta produzione di taglio decorativo (quello che Dalbono stesso definì il “dipingere poetizzato”). La sua fortuna critica fu nondimeno discontinua: esaltata da alcuni studiosi, da altri tacciata di esteriorità e perfino di “volgarità”, fu apprezzata in particolare da Salvatore Di Giacomo e da Benedetto Croce che raccolse in volume alcuni scritti d’arte di Dalbono.
 
Vincenzo Gemito (Napoli, 1852- 1929). “Figlio della Madonna”, trovatello abbandonato nella ruota del Monastero dell’Annunziata fu affidato a Giuseppina e Giuseppe (il “Mastro Ciccio” tante volte effigiato) Baratto, che lo educarono, restandogli sempre affettuosamente vicini. Fu il padre adottivo ad iscrivere il ragazzo, perentoriamente portato alla scultura, all’Istituto di Belle Arti di Napoli, allievo di Stanislao Lista. Quindicenne, modella il bozzetto per una statua di Bruto e, poco più avanti, il celebre Pescatorello. Già queste due opere pongono il “problema Gemito”, il periodico oscillare dello scultore tra scelta naturalistica e nostalgia classica. Ma la vera caratteristica di Gemito fu la libertà del modellato, l’attitudine antiaccademica, la ricerca attentissima del dato naturalistico, quel porsi “per la prima volta” di fronte ad un determinato soggetto. Assai indicativa la serie di testine di “scugnizzi” e pescatori che egli modella in questo periodo. Ebbe studio, assieme ad Antonio Mancini, nei sotterranei del monastero di Sant’Andrea delle Dame. Alle sculture — subito celebre Il giocatore (1870)— affiancò disegni di grande efficacia che indussero Morelli a proteggere il giovane artista, assicurandogli la commessa di alcuni busti: di Giuseppe Verdi, di Michetti, di Fortuny, dello stesso Morelli. Il giovane d’Annunzio colse assai bene il versante ellenico di Gemito: “Foggiando la nudità umana nell’argilla dei Campi Flegrei, egli aveva inconsapevolmente l’anima religiosa dello statuario ateniese intento a cogliere le attitudini degli efebi e delle canefore nella processione delle Panatenaiche”. Nel 187 - ’72 concorre — e lo vince — per il pensionato a Roma. Tra il ‘77 e l’80 vive a Parigi, dove si era recato per esporre Il pescatore al Salon. È il periodo del suo legame con Matilde Duffaud. Il notissimo Acquaiolo, commissionatogli dal deposto re delle Due Sicilie Francesco II, e poi fuso in numerosissimi esemplari, è indicativo di un superamento del naturalismo. Nel 1881 muore la compagna e Gemito torna a Napoli, ritirandosi a Capri, dove modella opere assai note: Il filosofo, Seneca, Bruto, Carmela. Sono anche gli anni in cui realizza la grande statua di Carlo V. Sposata Anna Cutolo, una modella di grande bellezza, è presto preso da furiosa gelosia e rancore verso gli artisti che l’avevano ritratta in passato. Atteggiamento che sfocia in follia, fino al ricovero in casa di cura. Di qui fugge, nascondendosi per diciotto anni in un appartamento di via Tasso, dove viveva come un eremita e dove realizzò una serie di splendidi disegni. Riapparve nel 1909, trasformato ormai in uno scultore di raffinato ellenismo: il celebre Alessandro il Grande è, al riguardo, esemplare.
 
Antonio Mancini (Roma, 1852- 1930). Trasferitosi con la famiglia a Napoli nel 1865, s’iscrive subito all’Istituto di Belle Arti. Fondamentale riuscì l’incontro con Domenico Morelli che, tra l’altro, l’indirizzò allo studio della pittura napoletana del Seicento: un referente per lui sempre fondamentale. Suoi primi modelli furono i pescatori e gli “scugnizzi” che, in quello stesso periodo, interessavano tanto anche a Gemito, con cui, del resto, Mancini condivideva lo studio nei sotterranei del monastero di Sant’Andrea. Sono già capolavori il Prevetariello e Carminella (1870), dove — come è stato giustamente notato — “i vecchi schemi del linguaggio verista appaiono già superati grazie alle pennellate sintetiche e dense, nonché all’uso quasi intuitivo del colore” (Luciana Soravia). Presente al Salon parigino del 1872, trattato dal mercante Goupil, Mancini si reca a Parigi nel 1875 e poi ancora nel 1877-’78, dove può conoscere direttamente gli Impressionisti. Ad impegnare il pittore sono in particolare le ricerche luministiche, condotte fino al punto — insoddisfatto degli effetti ottenibili con l’olio — da introdurre nella composizione pezzi di vetri, di stoffa, di stagnola. Nel 1881, sopraffatto da una serie di crisi nervose, Mancini è internato in manicomio, dove pure continua a dipingere. Nel 1883 è a Roma; partecipa alle più prestigiose esposizioni internazionali, e gli onori non gli vengono lesinati. Nel 1927 è eletto all’Accademia d’Italia. Negli ultimi anni si dedica molto al ritratto. La sua produzione è di altissima qualità fino alla fine: Teresita è del 1920; L’uomo dal mantello nero, uno dei quadri più straordinari che Mancini abbia dipinto, addirittura del 1929.
 
Gennaro Della Monica (Teramo, 1836- 1917). Figlio di un pittore neoclassico costretto a lasciare Napoli dopo i moti del 1821 e a ritirarsi in provincia, Gennaro Della Monica fu dapprima allievo del genitore, poi, dal 1848, frequentò l’istituto di Belle Arti di Napoli. Qui divenne amicissimo di Federico Rossano e Marco De Gregorio, i futuri fondatori della “Scuola di Resìna”. Della Monica viaggiò a lungo in Italia, frequentando gli artisti milanesi e, a Firenze, dove condivise lo studio con Altamura, il gruppo del Caffè Michelangelo. Poco è noto di questa prima parte di attività, che doveva consistere in paesaggi e piccole battaglie. Tornato a Teramo, Della Monica fu autore di una vastissima produzione, spaziante dal genere sacro a dipinti storici, a impressioni dal vero.
 
Raffaello Pagliaccetti (Giulianova, 1839- 1900). Allievo di Pietro Tenerani all’Accademia di San Luca a Roma e perfezionatosi a Firenze, fu scultore di grande successo e di fama internazionale. Tra le opere più note della sua vastissima produzione figurano il ritratto della Regina Margherita, il monumento a Vittorio Emanuele II, il busto del Maresciallo Von Moltke, il Pio IX. Nel 1893, successe a Giovanni Dupré che molto lo stimava, nella direzione dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. Quattro anni più tardi, fece ritorno a Giulianova. Fu anche spigliato pittore e disegnatore dal vero.
 
Teofilo Patini (Castel di Sangro. 1840- Napoli, 1906) E’ noto soprattutto come pittore nell’ambito del realismo sociale: alcuni suoi dipinti, La catena (1878 - ‘79), L’erede (1880), Vanga e latte (‘83). Bestie da soma (‘86), suscitarono al tempo enorme interesse ed emozione, e restano tuttora degli autentici capolavori del genere. In realtà, questa fase non costituisce che il segmento centrale dell’attività del pittore abruzzese. Questi, circostanza alquanto insolita, decise di dedicarsi alla pittura mentre frequentava i corsi universitari di Lettere all’Università di Napoli. Allievo di Giuseppe Mancinelli all’istituto di Belle Arti della città, attento a quanto facevano Morelli e Palizzi, fece in tempo a partecipare, e ad essere premiato, all’ultima Biennale borbonica nel 1859. Si dedicò dapprima al genere romantico-storicista. Vinse il pensionato di pittura, bandito dal Ministero della Pubblica Istruzione, trasferendosi a Firenze ed entrando in proficuo contatto con il gruppo macchiaiolo.
A partire dal 1888, Patini si applicò soprattutto ad una vasta produzione religiosa e propriamente chiesastica, in cui peraltro trasferì sovente implicazioni simboliche legate al rituale massonico, al quale il pittore era stato introdotto fin dagli anni del primo alunnato sulmonese presso Panfilo Serafini.
 
Francesco Paolo Michetti (Tocco Casauria, 1851 - Francavilla a Mare, 1929). Grazie ad un sussidio della provincia di Chieti, si recò a Napoli, alunno dell’istituto di Belle Arti. Fu allievo di Morelli, ma, fuori dalla scuola, guardò assiduamente a Filippo Palizzi. Amico di Dalbono, restò fortemente influenzato dalla “Scuola di Resìna”. In piena coerenza, la sua attività iniziale era d’impianto naturalistico, anzi di carattere georgico. Appena ventenne, grazie anche alla mediazione di De Nittis, cominciò ad entrare nel circuito dei grandi mercanti d’arte internazionali: Reutlinger. Goupil, Seeger. Già nel 1875 (e poi nel ‘77) espose ai Salon parigini; ne seguì una partecipazione serrata alle principali esposizioni europee. I suoi interessi si andarono progressivamente incentrando sui temi di folklore abruzzese, approfonditi direttamente, grazie anche al sodalizio con il demologo Antonio De Nino. La celebrità gli venne nel 1877 con la tela La processione del Corpus Domini, dell’83 è Il Voto. Nel 1895, alla prima Biennale veneziana, espose — e fu premiato — La figlia di Iorio, un altro successo e caso clamoroso. Meno favore incontrarono gli altri due grandi quadri Le serpi e Gli storpi (1900). Un poco alla volta, Michetti si andò distaccando dal mondo ufficiale, dedicandosi alla fotografia. Negli ultimi anni attese ad una pittura monocromatica, a lungo trascurata dalla critica, ma oggi riletta con diversa attitudine. Nel “conventino” — lo studio-abitazione di Francavilla — Michetti ospitò un vero e proprio cenacolo di artisti, per lo più abruzzesi: Gabriele d’Annunzio, conosciuto nel 1880 e diventato presto amico carissimo, Costantino Barbella, Francesco Paolo Tosti, Edoardo Scarfoglio.
 
Costantino Barbella (Chieti, 1852 - Roma, 1925). Nel 1872 andò a Napoli a studiare all’Accademia di Belle Arti, grazie ad una borsa di studio. Fece ritorno a Chieti nel 1874, alla morte del padre. Capace di un modellato assai abile e talvolta un po’ manierato, Barbella, oltrechè per l’attività di ritrattista è noto soprattutto per avere scolpito figure e scene di genere, spesso ispirate al folklore contadino abruzzese. Professore onorario all’Accademia partenopea, si acquistò fama internazionale. Fece parte del “cenacolo” di Francavilla, che riuniva attorno a Francesco Paolo Michetti, Gabriele d’Annunzio (che dedicò all’amico scultore alcune pagine giovanili), Francesco Paolo Tosti ed Edoardo Scarfoglio.
 
Pasquale Celommi (Roseto degli Abruzzi, 1851 - 1928). Nato da un’umile famiglia di pescatori. Celommi ricevette la prima educazione a Montepagano, grazie ad un sussidio comunale. Fu poi ammesso a frequentare l’Accademia di Belle Arti di Firenze (la circostanza attestata dalla nipote Fulvia e da varie voci del tempo, non ha però trovato riscontro nell’archivio dell’istituzione fiorentina). Fatto sta che il referente privilegiato di Celommi — che si mosse pochissimo e mal volentieri dal centro abruzzese — fu l’amico carissimo Francesco Paolo Michetti, attraverso cui entrò in contatto con la Koiné figurativa napoletana. Estroversa, di grande sodezza formale, la pittura di Celommi fu molto apprezzata e richiesta, a livello perfino internazionale.
 
Gaetano Esposito (Salerno, 1858 - Sala Consilina, 1911). Allievo all’Accademia di Napoli di Stanislao Lista, Domenico Morelli e Filippo Palizzi. elaborò un linguaggio assai personale, caratterizzato da marcata plasticità cromatica e impostato su robusti registri formali. Esposito restò anche influenzato dalla pittura seicentista, in particolare da Jusepe De Ribera e da Massimo Stanzione. Dipinse i soggetti più disparati, ma nutrì una predilezione particolare per le inquadrature marine, cui va affiancato un nutrito repertorio di ritratti: pescatori, scugnizzi, contadini, popolane. Abile acquafortista, ebbe un temperamento fortemente drammatico, cupo e incline all’esasperazione passionale. Morì suicida, oppresso dal rimorso per la fine di una giovane modella, uccisasi perché il suo amore per il pittore non era corrisposto.
 
Giuseppe Casciaro (Ortelle, 1861 - Napoli, 1941). Di origini pugliesi, si formò a Napoli, dove i suoi primi maestri furono Gioacchino Toma e Stanislao Lista. Tuttavia, l’artista che influì maggiormente su di lui fu Francesco Paolo Michetti, di cui, verso la fine degli anni Ottanta, vide un gruppo di pastelli, che l’indussero a studiare e praticare questa tecnica, in cui raggiunse grande abilità e che gli assicurò la fama. Nell’ultimo decennio dell’Ottocento, si recò più volte a Parigi, dove tenne pure una mostra personale. Della sterminata produzione di Casciaro, consistente soprattutto in paesaggi e marine, appare particolarmente felice quella iniziale, fino all’incirca all’inizio del secolo.
 
Oscar Ricciardi (Napoli. 1864 - 1935). Parente di Bernardo Celentano, si formò nella cerchia del maestro precocemente scomparso. Pittore d’impronta impressionista, negli anni maturi lasciò decantare una vena di napoletanità pittoresca.
 
Federico Maldarelli (Napoli, 1826- 1893) Allievo di Costanzo Angelini e soprattutto del padre Gennaro, noto pittore di temi devozionali, si dedicò con insistenza alla pittura di genere religioso, associando l’impronta purista, tipica del suo apprendistato, all’inquieto misticismo morelliano. Il successo commerciale gli derivò però dalla pittura di genere pompeiano: indicativa al riguardo la Donna pompeiana che legge (Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea). In età matura, gli fu affidato l’incarico di funzionario presso il Museo di Capodimonte.
 
Giuseppe De Simone (Napoli, 1841 - ). Architetto e pittore di interni, fu pure apprezzato pittore da cavalletto; particolarmente note risultano le sue raffigurazioni di architettura antica. Nel 1869 fu nominato professore all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Il Ritratto di Vincenzo Bindi, che qui si espone, presenta il critico giuliese all’apparente età di vent’anni,e fu quindi eseguito all’incirca nel 1870.

Alcune opere della "Scuola di Posillipo e il paesaggio napoletano dell'Ottocento
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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