Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Georges ROUAULT - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Georges ROUAULT

Museo > Georges Rouault

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Nei rudi Cristi di Rouault la bellezza della sofferenza. L'artista Georges Rouault, nella formazione di alcuni di noi ha inciso non poco l'incontro intellettuale con un terzetto particolare. Lui, Jacques Maritain, era un filosofo; sua moglie, Raissa, e la sorella di questa, Vera, letterate e mistiche. Nelle loro opere ricorre spesso il nome di un pittore "primitivo", apparentemente naif, che frequentavano e che, insieme a Chagall, ammiravano: Georges Rouault. Questi stava effettuando nelle arti figurative ciò che i Maritain tentavano nell' ambito filosoficoteologico: attualizzare il meglio del Medioevo come antidoto alla decadenza del Moderno. Come antidoto - per riprendere il loro comune amico Leon Bloy - alla "infamia borghese": ad ogni "mediocrità" benpensante incapace di prendere posizione contro le ingiustizie della società. E, per seguire tale ispirazione, Rouault (che a 23 anni aveva già dipinto quadri alla Rembrandt che gli attiravano fama e soldi), non esitò ad incamminarsi in una stretta strada di coerenza con sé stesso, di ricerca del nuovo, nella solitudine e nella ristrettezza economica. Questa determinazione nel perseguire «la purezza della sua coscienza d' artista», rinunciando a «fare della pittura che si vende subito, facilmente a tutti», entusiasmò i Maritain (Raissa non esita a considerarlo «uno dei più grandi pittori di ogni tempo»). Il loro entusiasmo non poté che rivelarsi contagioso, spingendoci nell' ultimo trentennio del secolo scorso quasi in pellegrinaggio alla Cittadella cristiana d' Assisi dove sono custodite le 58 incisioni su rame note col titolo di "Miserere" (pubblicate originariamente qualche anno dopo la fine della seconda guerra mondiale). Da oggi - e sino al 26 marzo - una riproduzione fotografica delle tavole, realizzata dal maestro Elio Ciol e corredata da didascalie scritte di pugno dall' artista francese, sarà liberamente accessibile presso il Tabularium del Loggiato San Bartolomeo alla Marina (per ulteriori informazioni telefonare ai numeri 091 6682 989 e 338 6671 989). Alle 17 di questa sera sarà la stessa Anna Rabot (direttore della Galleria d' Arte contemporanea d' Assisi) a guidare la prima visita, impreziosita dal coro polifonico "Sancte Joseph" diretto da Mauro Visconti. Al di là delle soggettive risonanze emotive, che rilievo oggettivo assume questa mostra didattica itinerante a Palermo? Innanzitutto, s'impone una ragione di carattere generale: la nostra città ha bisogno di iniezioni di bellezza. Lo storico Paolo Viola, da poco scomparso, mi diceva che aveva scelto Palermo - lui piemontese d' origine, laureato a Pisa, abitante a Roma - perché la considerava una delle città più belle d' Italia. Ma è imbruttita. Anzi - per evitare di pensare ad un processo biologico ineluttabile abbrutita. Quanto scriveva Vincenzo Consolo né Le pietre di Pantalica del 1988 resta ancora, per troppi versi, attuale: «Le zone di case lesionate, pericolanti, fatte evacuare, sono state chiuse da mura di cinta. Dietro queste fresche mura di tufo, si accumulano le immondizie del mercato, degli abitanti, le ossa delle macellerie, vi razzolano bambini, cani, gatti, vi ballano topi. Qui Palermo è una Beirut distrutta da una guerra che dura ormai da quarant' anni, la guerra del potere mafioso contro i poveri, i diseredati della città. La guerra contro la civiltà, la cultura, la decenza». Ma se la situazione fisica, materiale, è questa, la bellezza di cui abbiamo bisogno non deve avere neppure l'apparenza della retorica. Dev' essere nuda, schietta, asciutta. Proprio come i quadri di Rouault che - com' è tipico dell'espressionismo non concedono nulla all' abbellimento artificioso. (Leon Bloy, non sapendo di fargli un complimento, lo accusava di «essere attirato soltanto dal brutto»). Basta fare un confronto fra questo "Miserere" e una Via Crucis "media" esposta nelle nostre chiese, dove il Messia sofferente ha i lineamenti stucchevolmente piacenti di un attore di Hollywood. è un po' la differenza fra il Gesù di Pasolini e il Gesù di Zeffirelli. Dico di Pasolini, non di Mel Gibson perché non si tratta di essere realisticamente truculenti: l'arte compie la magia di rendere liberatrice la contemplazione persino delle deformazioni. L' arte di Rouault rispetta la sofferenza dell'uomo Gesù in tutta la sua cruda concretezza, ma la trasfigura poeticamente: la fa diventare, per così dire, il prototipo della sofferenza di ogni uomo.
Il realismo cristiano dei personaggi marginali del pittore Rouault. Amico di Maritain, Bloy e Huysmans, diede dignità nei suoi quadri ai diseredati della Francia della prima metà del XX secolo. “Pentitevi e chiedete perdono a Dio per i vostri peccati!” è ciò che consigliava ai giovani artisti il pittore Georges-Henri Rouault quando gli chiedevano cosa dire a quanti intraprendevano quella carriera. Per arrivare a questo atteggiamento cattolico ha percorso un lungo cammino, le cui pietre miliari sono stati gli incontri con intellettuali francesi (Leon Bloy, Huysmans e Jacques e Raissa Maritain) che avevano trovato nella Chiesa una vita più intensa e vera di quella che osservavano intorno a sé. Rouault era nato nel 1871 in una cantina di Parigi in cui sua madre si era rifugiata per sfuggire alle bombe contro la Comune. Da suo padre, ebanista, imparò l'amore per il lavoro coscienzioso, mentre suo nonno lo introdusse alla pittura con artisti come Manet. Iniziò come apprendista per lavorare il vetro e il pomeriggio studiava alla Scuola di Arti Decorative. A 20 anni si recò a Parigi per iniziare gli studi alla Scuola di Belle Arti, che annoverava tra i suoi professori Matisse e Moreau, che lo indicò come uno dei suoi allievi significativi. Comunità di artisti cristiani: A 25 anni si convertì al cattolicesimo, dopo una lunga ricerca personale e gli incontri con il curato Vallée. Iniziò una serie di quadri a tema religioso, e con uno di loro, “Il bambino Gesù fra i dottori”, ottenne un premio. Il suo maestro morì poco dopo per un cancro alla gola, il che provocò una grande crisi in Rouault. Mentre la sua famiglia andava in Algeria, egli decise di cercare lo scrittore cattolico Huysmans, che voleva formare una comunità di artisti cristiani nell'abbazia di Ligugé. A causa di una malattia, si recò in campagna per riprendersi. Lì scoprì i combattivi scritti cristiani di Leon Bloy e avviò un'amicizia con il filosofo Jacques Maritain. Il primo non capì l'arte del giovane pittore, perché i protagonisti delle opere di Rouault erano personaggi marginali o di aspetto indesiderabile, come prostitute, artisti di circo, giudici e aristocratici dall'aspetto ripugnante. Al riguardo dirà: “Se ho fatto dei giudici figure tanto deplorevoli, è perché traducevo senza dubbio l'angoscia che provo alla vista di un essere umano che giudicherà altri uomini”. Realtà, non fuga: Con il suo stile inclassificabile che lo allontana dalle correnti, Rouault è stato un cronista del suo tempo al momento di ritrarre coloro che tutti disprezzavano. Le sue prostitute riflettono quindi tutta l'immoralità e la depravazione alle quali si vedevano sottoposte tante donne per mandare avanti la famiglia nella Francia degli inizi del XX secolo. La sua arte-denuncia cristiana si allontana sia dal sentimentalismo compiacente di alcuni artisti cattolici che dalla fuga surrealista o dal nichilismo esistenzialista. Quando una volta gli chiesero perché dipingeva cose brutte, la sua risposta fu che l'approccio cristiano non è pessimista né ottimista, semplicemente realista. Nel 1908 sposò Marthe, una pianista, con la quale ebbe quattro figli. Insieme passeggiavano la domenica pomeriggio con i Maritain, Jacques e Raissa. Questo filosofo neotomista, discepolo di Bergson, era amico del pittore Chagall e aveva scritto un libro su “Arte e scolastica” (1920) in cui commenta l'opera di Rouault, dicendo che cerca di mostrare la vita da una prospettiva cristiana che porta a impregnare di oscurità le sue tele che, oltre a tristezza, mostrano una profonda pietà di fronte alla devastante miseria umana. Ridere di se stessi: Nel 1917 Rouault si legò al mercante d'arte Ambroise Vollard, che rappresentava anche Manet, Gauguin e Picasso, per l'acquisizione di tutta la sua opera, oltre 700 quadri, con la condizione che gli lasciasse terminare tutto ciò che aveva iniziato. La morte del mercante in un incidente automobilistico si concluse con un litigio del pittore con gli eredi per il fatto di avergli negato l'accesso al suo studio. La questione si risolse a suo favore nel 1947, quando recuperò buona parte dei suoi lavori, anche se ne bruciò varie centinaia perché non poteva concluderli. Estendeva questa mancanza di attaccamento alle cose anche alla sua persona, mostrando senso dell'umorismo al momento di non prendersi troppo sul serio. Un esempio di ciò è quando, incaricato della copertina di un libro sulla sua produzione artistica, si dipinse come un clown con un cappello. Per spiegarlo disse: “Questo abito bello e coperto di lustrini ce lo dà la vita. Siamo tutti pagliacci, in misura maggiore o minore, visto che ci nascondiamo dietro le nostre maschere personali”. “Miserere”, il suo capolavoro: Lo stile di Rouault evolve verso composizioni delimitate da contorni spessi, conseguenza del cambio di acquerello e di “gouche” per la densità dell'olio. Simultaneamente, sviluppò un'importante attività come incisore tra il 1914 e il 1927, che non pubblicò fino al 1948 con il titolo di Miserere. Composta da 48 placche, questa collezione è considerata il suo capolavoro. Le sfumature di nero e grigio si mostrano con sottigliezza e armonia in opere come “Nel paese della sete e della paura” o “Il clown ferito”. Nelle sue incisioni, re e dame si mescolano con criminali, mendicanti, prostitute, Gesù bambino con Maria, il suo Battesimo, la sua croce e la sua resurrezione. In questo lavoro, sottolineava l'artista, “come cristiano” “in questi tempi avventurosi” non credeva “se non in Cristo crocifisso”. Riconosciuto dentro e fuori il Paese e con pace interiore, morì a 86 anni nel 1958. Poco tempo dopo, la sua famiglia donò allo Stato francese più di ottocento opere.
 
 Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova
Espone l'artista Georges ROUAULT
 
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La "Fondazione Museo d'Arte dello Splendore" di Giulianova (Te), presenta le opere dell'artista Georges ROUAULT.

La mostra si è conclusa con grande successo.
MAS "MUSEO D'ARTE DELLO SPLENDORE" GIULIANOVA
Viale dello Splendore n° 112 - 64021 Giulianova (Te)

Al MAS l'artista Georges ROUAULT

GEORGES ROUAULT - La scelta della pittura moderna
di Giovanni Bonanno

Cinquant’anni or sono moriva a Parigi l’autore del Miserere: un maestro che, insieme con Maritain e Montini, avviò all’interno della Chiesa un profondo rinnovamento dell’arte. Molti artisti ancora oggi continuano a ispirarsi alla sua visione religiosa. È certamente, nel XX secolo, il maggiore pittore di ispirazione cristiana Georges Rouault, di cui ricorre quest’anno il 50° anniversario della morte. Artista che identifica la sua pittura con la fede in un rapporto che esclude ripetizione di formule, ritualismi iconografici e moduli ottocenteschi. Per questo non esita a ripetere: «Non esiste l’arte di Saint-Sulpice», intendendo evidenziare che l’arte sacra è proiezione non di estetica idealizzante, bensì dell’essere, di un’esistenza tesa alla ricerca del Volto santo, contemplato nella solitudine o nell’incontro con clochard, prostitute e clown. >>> CONTINUA >>>

Le opere dell'aRTISTA GEORGES ROUAULT

>>> CONTINUA >>> Un asceta dell’arte appare Rouault (nato nel 1871 a Parigi, dove muore nel 1958) ad amici e intellettuali, che sentono in lui l’interprete di un’umanità dolente e di un cristianesimo esistenziale. Riafferma questo sentimento, durante le esequie, l’abate Maurice Morel, il quale nella chiesa di Saint-Germain-des-Prés, gremita di scrittori, politici, artisti e di migliaia di cittadini, tratteggia Rouault come un maestro che ha voluto ritrarre dentro le tele l’amore per i diseredati, nella cui fisionomia è inscritta l’anima del Christus patiens. Non vibra la sua pittura di accensioni fantastiche, ma dell’icona che ricorda il velo della Veronica, caro alla gente umile che prega nell’ombra delle navate, ragione per Bloy e Bernanos, domanda per Malraux e Camus.

Il Santo Volto, di Georges Rouault.

Presso i più importanti musei del mondo il grande pittore lascia un’inedita eredità spirituale – ricorda Morel – che è la sua esperienza di uomo e di cristiano, tradotta nel linguaggio di una pittura capace di esprimere il rigetto di potenti e prepotenti indicando, a un tempo, l’idea di santità simile alla collera biblica per le turpitudini: «Una collera non di ribelle o di giustiziere, ma di profeta». Ne sono testimonianza centinaia di dipinti, gouaches, disegni, incisioni che con essenzialità di forme, perimetrate da grisalle, rappresentano la depravazione e l’innocenza. Di singolare importanza è la sequenza del Miserere: 58 acqueforti, tessute di nero e bianco, in cui l’artista con segni salmodianti invoca misericordia «à la douce pitié de Dieu».
Non ha l’esplosione di Picasso, né l’incanto di Matisse, neppure il canto di Chagall la vicenda di Rouault, segregato nell’atelier, poco disposto alla mondanità di salons e cafés. Difficilmente lo si incontra fuori dalla sua clausura, allocata nei pressi della Gare de Lyon, vicino a casa, dove ama giocare con i figli: Geneviève, Isabelle, Michel e Agnès. Umili le sue origini. Tredicenne inizia a lavorare come restauratore di vetrate, affascinato dal bleu di Chartres. Qualche anno dopo si iscrive all’Accademia di belle arti nel corso di Gustave Moreau, ispiratore di un simbolismo letterario che si contrappone al realismo. In classe ha per compagni Matisse e Marquet. Lo studente Georges è stimato dal maestro, che, nel 1898, lo designa conservatore del museo Moreau.

Ritratto di Georges Rouault.

Appartiene alla primavera dell’artista Gesù fra i dottori del 1894, attualmente a Colmar, pregnante di religiosità. Ma è all’inizio del Novecento che la sua opera acquisisce connotazioni drammatiche. Straordinario l’acquarello Ragazza allo specchio del 1906, saturo di angoscia nell’ostentazione e nell’imbellettamento; Clown con tamburo del 1907, sanguinante nel volto; Filles de joie del 1909, dai corpi roventi come carboni; Pierrot bianco del 1911, svuotato nell’anima. È la stagione del futurismo e del cubismo, dell’invenzione di forme geometriche e dinamiche. Rouault sceglie di percorrere la sua strada che lo raccorda a Grnewald e Rembrandt, Goya e Daumier, vibrando dell’eco di Jacopone da Todi e Tommaso da Kempis, dell’angoscia di Baudelaire e Balzac. Nelle tele fonde realtà differenti nel tentativo di comprendere un’epoca di desolazioni. Con la pittura scuote la coscienza dei benpensanti e il quietismo di cattolici distanti dalla routine dei calvari.
Vuole un’arte pregna di fede Rouault, di accusa e perdono. La pittura si fa vangelo contro i farisei: borghesi, aristocratici, giudici e moralisti. Rappresenta Tribunali popolati di maschere digrignanti, ma più ancora profughi, poveri, viandanti, pagliacci, prostitute, disperati. Sono gli eredi del Regno dei cieli. A questo teatro degli ultimi si accompagna la serie cristologica incentrata nella visione di Gesù oltraggiato, del Volto santo, del Golgota. Sono gli anni della Prima guerra mondiale, il cui abominio è sintetizzato dentro lo spazio tenebroso delle tavole, nel corpo pencolante, nelle figure straziate. Sovrumano il dolore che avvolge i dipinti; altrettanto sovrumana la pace che da essi promana. Constatando in Rouault la persistenza dell’idea di morte, André Malraux nel 1929 scrive: «L’uomo la cui morte – consapevolmente o meno – orienta il pensiero, non è per nulla una sorta di disperato». L’autore di La condition humaine comprende il senso della pittura rouaultiana, non soggetta al bello ma dischiusa al trascendente, in grado di liberare dall’assurdo e di svelare la vita oltre la morte.

Notturno cristiano, altra opera di Georges Rouault.

Pittura teologica, senza paludamenti, che appassiona la mente dei laici e provoca il manierismo dei cattolici. Jacques Maritain, già nel 1924, è consapevole come l’artista si immerga nella "notte oscura" di Giovanni della Croce e Blaise Pascal e come egli intenda insorgere contro l’indifferenza: «All’origine della sua tenerezza e della sua rivolta, del suo odio contro ogni fariseismo, si trova la religione». Una fede che sa di "grido nella notte" al cospetto di Cristo. Nel "singhiozzo soffocato" della sua cella il pittore annota: «Cristiano in questo tempo così incerto, non credo a nient’altro che a Gesù sulla croce». Tra il 1917 e il 1927 Rouault porta a termine il capolavoro grafico, edito nel ’48 da Ambroise Vollard. Si tratta di una Via crucis di 58 stazioni con biancastre figure isolate, immerse nel bitume. C’è Cristo condannato, flagellato, agonizzante. E con lui si trovano Maria e Maddalena, tanti poveri e madri afflitte, militari e guerrafondai.
Anche un giovane prete, Giovanni Battista Montini, entra in rapporto, tramite Maritain, con il maestro francese. Ne scopre il turbamento e la pace, rendendosi conto che ormai è tempo per la Chiesa di rinnovare la sua arte: Rouault può costituire il segno di una dimensione nuova. I tre, divenuti amici, organizzano a Roma una mostra. Il Sant’Uffizio blocca il progetto. Montini, sostenuto dal filosofo e dal pittore prima, quindi da studiosi, sacerdoti e critici, inizia un lungo cammino di riflessioni, incontri, mostre e pubblicazioni che coinvolgono parecchie diocesi favorendo, nei decenni successivi, la comprensione di una insospettabile teologia dell’arte, partecipe della quotidianità.

Cristo in croce, altro capolavoro di ispirazione religiosa dell’artista francese.

Tante Chiese d’Europa guardano con interesse al movimento che, in seguito, troverà accoglienza nel Concilio Vaticano II. Il quale con la voce di Paolo VI chiama gli artisti a entrare nel perimetro liturgico come «poeti e profeti». Papa Montini, invitato dall’Onu a New York, per parlare ai capi di Stato, porta con sé un’opera di Rouault come omaggio e testimonianza di una fede rispondente alla sensibilità contemporanea.
L’artista avrebbe voluto vedere alle pareti della cappella Mansard in Saint-Séverin il Miserere. Solo nella Quaresima del 1963 vengono esposte le acqueforti per il tradizionale Chemin de la croix. Evento che commuove Parigi, che percepisce come il grand testament è finalmente accolto dalla comunità. Ora nella chiesa del quartiere latino alcune acqueforti, accostate ai muri bianchi, rivelano con forza espressionista ai visitatori l’inquietudine della redenzione. In molte città europee, americane e asiatiche, l’intero Miserere conquista musei e gallerie, vescovadi e monasteri, intrigando non tanto il giudizio, quanto l’interiorità. Nel 1978 Isabelle Rouault, la figlia che il maestro chiama «ma colombelle», giunge a Palermo, accolta dal cardinale Pappalardo, per presentare l’opera del padre. Nel salone, dove tele e acqueforti narrano il genio dell’artista, è riunita l’intellighentia siciliana, compresa di una pittura, sconvolgente e catartica, che suscita l’attesa delle prime luci dell’alba.
Diversamente da altri maestri del XX secolo Georges Rouault non si lascia determinare dall’estetica formalista e dall’astrazione. Sua ansia è la forma dell’uomo, che invoca pietà. Per questo molti artisti oggi, sensibili al richiamo della Chiesa postconciliare, guardano con attenzione al pittore della misericordia prima di creare opere destinate allo spazio liturgico.


Dal buio alla luce Georges Henri Rouault nasce a Parigi il 27 maggio 1871 e muore a Parigi il 13 febbraio 1958, è stato un pittore francese. Nasce in una periferia che solo dal 1860 diventerà parte della città: Belleville, zone depressa, definita dallo stesso artista: “Sobborgo dalle mille pene”, luogo di povera gente dove la miseria trovava sfogo nell‟alcol come l‟assenzio, (richiamo alla povertà evangelica). Dirà ancora nei suoi scritti: “Quello che ho visto quando sono nato mi ha segnato come l’acido segna la lastra di rame”. Fu battezzato nella chiesa di Saint Leu nella quale fu battezzato anche il poeta del „400 Francais Villot, autore di canti popolari di miserie e povera gente. Rouault di questo ne andava orgoglioso. Da notare ancora che anche M. Chevalier ed Edith Piaff nacquero a Belleville. La madre farà tanti sacrifici per l‟educazione del ragazzo, il padre ebanista, di origine bretone, lo inizia ad una fede protestante ma non conosciamo bene il suo percorso religioso. 1885-1890 E‟ apprendista presso un pittore restauratore di vetrate antiche pre rinascimentali il vetraio Hirsch. 1891 Entra nell‟accademia di belle arti di Parigi, prima sotto la direzione di Delanuy poi di Gustave Moreau, capostipite del simbolismo francese, del quale divenne allievo prediletto. Alla morte del maestro 1898 verrà nominato direttore dello stesso museo Moreau dove andrà anche ad abitare. Frequenta il Louvre. Conosce artisti come Matisse, Marquet, Manguin, ma la sua pittura volge verso altri confini. Vedi ad esempio il Cloisonisme. Dalla critica viene considerato un fauves “selvaggio”, ma a lui certi paradigmi vanno stretti (si avvicina al gusto dei primitivi). 1895 Cominca ad esporre al salon d‟Automne con il gruppo dei fauves, ammira Van Gogh, non a caso, apprezza Cezanne (un segno che sfugge), studia Rembrandt, Poussein, Derain, ma soprattutto Daumier. Di Van Gogh è suggestionato dalla composizione, dai forti contrasti cromatici, dalla forza espressiva. Diceva il maestro olandese che “l'arte è una ferita che diventa luce”. Rouault passa dall'iniziale influenza di Moreau, vedi i primi quadri dell'accademia “Sansone che gira la macina” 1893, ma sceglie di dipingere nel corso del tempo il “brutto” e “l'osceno”, attraverso un linguaggio sintetico e veloce “lo spettacolo della vita”. La teoria della Maladresse di Maritain, l'amico filosofo, trova in Rouault una così forte affermazione: ritrovare lo spirito delle forme primordiali. Infine, Rouault sarà un pittore religioso non perché dipinge soggetti religiosi ma bensì perché la vita spirituale coincide con la vita stessa. Goethe diceva che ciò che si possiede deve essere rielaborato perché si possegga veramente. Rouault osserverà anche il suo contemporaneo il doganiere Rosseau, ma soprattutto l'arte medievale, in particolare le vetrate gotiche. La Maladresse per il pittore significa affermazione di semplicità e di vicinanza a Dio, non mortificazione dell'intelletto ma il superamento del medesimo attraverso l'affermazione della fede in Cristo. 2 1903 Conosce Leon Bloy, scrittore di un cristianesimo apocalittico.
“Il duro mestiere di vivere”. “Si nasce e si muore soli, senza averlo voluto, né cercato.”   Le Civiche Raccolte Grafiche e Fotografiche del Comune di Milano presentano la più completa esposizione di opere grafiche (160 incisioni) mai realizzata da Georges Rouault (Parigi, 1871-1958), proposte dalla Collezione Tavola, universalmente ritenuta la raccolta più completa e di maggior pregio di questa specifica produzione dell’artista francese, massimo esponente dell’Esistenzialismo, narrazione visiva del “duro mestiere di vivere”. La mostra comprende alcune delle principali serie da lui composte: “Réincarnations du Père Ubu”, “Miserere”, “Cirque”, “Les Fleurs du Mal”, “Cirque de l’Étoile filante”, “Passion”, “Souvenirs Intimes”, “Grotesques” ed un gruppo di opere grafiche sciolte di grande formato. Questa esposizione, una tappa fondamentale dedicata all’opera grafica dell’artista francese per l’Italia e per Milano in particolare, realizzata in collaborazione con l’Associazione Amici della Bertarelli con il patrocinio culturale della Fondazione Georges Rouault, del Consolato Generale di Francia e dell’Institut français Milano, è curata da Paolo Bellini, per oltre trent’anni docente di Storia dell’Incisione all’Università Cattolica di Milano, fondatore nel 1991 della Rivista “Grafica d’Arte”, tutt’ora sotto la sua direzione, e autore della monografia “Georges Rouault uomo e artista”. La mostra arricchisce la già vastissima offerta artistica e espositiva del Castello Sforzesco per il 2015 inserendosi nel quadro della programmazione di Expo in città. Il catalogo, pubblicato da ETS Edizioni, che accompagna questa iniziativa vuole essere diverso dai molti che con merito l’hanno preceduto; come precisa il suo sottotitolo, è un “catalogo iconografico”, cioè vuole spiegare, opera per opera, i soggetti raffigurati e quanto con essi l’autore intendeva esprimere. Per questa ragione lascia in secondo piano i commenti stilistici e le notazioni tecniche, allo scopo di dare spazio a un’attenta analisi dei soggetti, cercando non solo di esaminarli in se stessi, ma anche in rapporto con le altre opere delle serie di cui fanno parte; una pubblicazione tutta da leggere e meditare. Schede a cura di: Paolo Bellini, Camilla Colzani, Christian Cremona, Carol Morganti, Benedetta Spadaccini. Emozionanti e significativi sono altresì i titoli dati dall’artista ad ogni incisione. Un breve cenno biografico. Georges Rouault nasce a Parigi nel 1871, passa molto tempo presso la famiglia materna e, sotto la guida del nonno ha i primi contatti con artisti, quali Courbet, Manet e Daumier. Morto il nonno, inizia l’apprendistato presso il pittore di vetrate Tamoni e, in seguito, presso il restauratore di vetrate Hirsch, al quale resterà molto legato. Si iscrive all’Ecole Nationale des Beaux Arts diretta da Gustave Moreau, che sarà una figura cardine della sua vita, sia artisticamente che moralmente. In questo periodo inizia a dipingere le prime opere religiose, ottenendo vari riconoscimenti. Nel 1910 tiene la sua prima personale alla Galleria Druet, presentato da Maritain, ed inizia il suo percorso incisorio. Nel 1913 Vollard diventa suo mercante. Si tengono sue diverse personali all’estero. Nel 1937, in occasione dell’Esposizione Universale, Rouault ha una sala al Petit Palais de la Volle di Parigi; qui il grande critico italiano Lionello Venturi se ne appassiona dedicandogli in seguito importanti studi. A Milano nel 1954 si tiene la sua prima mostra italiana alla Galleria d’Arte Moderna con l’inaugurazione del PAC dopo il secondo conflitto mondiale. Muore a Parigi a 87 anni e riceve i funerali di Stato nella chiesa di Saint Germain-des-Prés.
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
"La pace sembra di rado regnare su questo mondo angosciato da ombre e parvenze". (Georges Rouault). Georges Rouault (1871-1958) è un artista particolare, spirito libero controcorrente, presente in molti movimenti avanguardisti ma non classificabile in nessuno di essi, se non genericamente nella Scuola di Parigi, sostanzialmente un isolato eppure molto aperto ai rapporti con gli intellettuali del suo tempo (il filosofo Jacques Maritain, lo scrittore Léon Bloy), dotato di grande vivacità intellettuale, una curiosità onnivora, una umanità profonda ed un senso religioso drammatico e sofferto. Il suo linguaggio è sicuramente ra dicato nel realismo ottocentesco, sempre inequivocabilmente figurativo, ertamente fauve nell'uso del colore denso, vigoroso, spesso (con i Fauves espone al Salon d’Autumne del 1905), dichiaratamente espressionista nella carica emotiva che trasuda dalle sue tele. Concorrono alla definizione del suo originale linguaggio espressivo le sue esperienze di apprendista nella bottega di un restauratore di vetrate ed i suoi studi come allievo di Gustave Moreau all'Ecole de beaux-arts di Parigi, dove la particolare predilezione da parte del maestro, che gli permette di accedere alla sua biblioteca, lo incoraggia a dedicarsi alla pittura. Rouault arriva al sentimento religioso attraverso un doloroso percorso personale tra la violenza, il degrado morale, l'ingiustizia sociale, la corruzione, le miserie della vita degli uomini su questa terra, immergendosi nella sofferenza dell'umanità, facendola propria come ha fatto Cristo, come lui pronto ad andare fino in fondo, con fede autentica, intensa, tanto che comunemente Rouault è definito, per il '900, il maggior pittore di arte sacra, alla quale si dedicò totalmente dopo il 1940. Tutta la sua opera, dai cicli pittorici dedicati a giudici, prostitute e clowns (il tema del circo è uno dei più ricorrenti in Rouault), alle straordinarie incisioniche ne fanno uno dei massimi incisori del nostro tempo, perennemente insoddisfatto tanto da elaborare per anni il suo lavoro, denuncia una vera e propria vocazione alla drammaticità, ad una meditazione lucida e disincantata sulla condizione umana, che si fa tragica in concomitanza con lo scoppio della guerra, intrisa di religiosità come speranza di riscatto, come possibilità ultima di trascendenza. Il volto e la figura del Cristo diventano progressivamente il tema esclusivo dell'opera di Rouault, Gesù, nel quale la sofferenza umana si coniuga con la spiritualità divina, Gesù, l'unico che può capire, per averla sperimentata su di sè, la dolorosa condizione dell'essere uomo, l'unico che, in quanto figlio di Dio, può avere la certezza di un riscatto finale, della possibilità di affrancarsi dalla sofferenza proprio espiando attraverso di essa. Rouault vuole credere, non da mistico, non da santo, ma da uomo, non vuole una religione consolatoria, spiritualistica, sovrannaturale, vuole una fede terrestre, potente come un lampo, che sgorga dalle lacrime e dal sangue. In questa "La Sacra Sindone", 1933, olio su tela di 91x65 cm, un volto di Cristo, uno dei tanti che scardinano i canoni dell'iconografia sacra tradizionale, si legge chiaramente il suo linguaggio formale, la volontaria rinuncia alla ricerca del "bello", il segno forte, arcaico, bizantino, il contrasto cromatico netto, la necessità di definire la forma con un limite deciso, un marcato contorno nero che afferma perentoriamente il tema, il Cristo e la sua magnetica presenza. Si tratta di una Sindone, attualmente conservata a Parigi, al Musée Nationale d'Art Moderne, in cui il volto, dai tratti fermi e marcati, emerge con forza ed evidenza dal sudario, che si identifica nella tela stessa, incorniciato da capelli e barba neri, a staccare bene i lineamenti dallo sfondo, mentre sulla sommità del capo brevi tratteggi gialli simboleggiano raggi di luce che emanano dalla figura divina. In una sintesi rude, essenziale, scarna, moderna ed antica insieme, dove il semplificato realismo non arriva mai al grottesco, si leggono la disperazione, la forza morale e la certezza di trascendenza dell'umanità tutta: è un patto antico che l'uomo del medioevo ha rinnovato con il suo Dio e che oggi un'umanità reietta, osservata senza orpelli, con partecipe pietà, chiede di rispettare.
 

Gli ingredienti sono quelli classici dell’  più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico  che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche, chiese e santuari, il suo verde e il suo .  
Giulianova
 Spiaggia nota, come "spiaggia d'oro del medio Adriatico", oltre a sottolineare ciò che della Città è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.

 una terra tutta da scoprire e... tutta da gustare....
 
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