Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Giancarlo OSSOLA - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Giancarlo OSSOLA

Museo > Giancarlo Ossola

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Gli Anni 90 dell’artista Giancarlo Ossola. Le fonderie, i depositi, i cantieri dipinti da Ossola si presentano, in effetti, come “foreste di segni” da cui talvolta, prestando occhio e orecchio con grande attenzione, si possono sentire uscire “confuse parole”. Quei luoghi, interni di quel genere, hanno assunto una dimensione di naturalità più intensa rispetto a quanto convenzionalmente si definisce natura: una volta perduti, non si presentano più come luoghi artificiali, il cui “artificio” è, più o meno facilmente, ripercorribile, concettualmente smontabile e ricostruibile, dunque comprensibile, ma come luoghi terribilmente naturali, romanticamente naturali, dove il tutto non è più afferrabile e dove soltanto dettagli minimi – come i fili d’erba nei quadri di Friedrich – riescono a far intuire una complessità che non si riesce ad afferrare, nel suo insieme. E la cui non comprensione, tuttavia, produce piacere. Si direbbe, d’altronde, che ciò che a Ossola interessa, di tali luoghi, sia principalmente l’ombra di quella che era stata la dimensione reale: un’ombra frammentata, vaga, allusiva, che funziona per inafferrabili illuminazioni suscitate da un dettaglio, un colore, l’odore del luogo che si riesce ancora a respirare attraverso la sua raffigurazione. Nelle fabbriche di Ossola, che sono indubitabilmente sentite, ora, come dei luoghi di piacere (altrimenti non varrebbe la pena dipingerle), non può più lavorare nessuno: il che, per certi aspetti, colloca i suoi lavori su una lunghezza d’onda simile a quella di altri artisti contemporanei che si sono cimentati con un tema analogo. Per esempio, i tedeschi Hans e Hilla Becher che con un altro mezzo, la fotografia, hanno rappresentato, ma per lo più in vedute esterne, fabbriche, officine, pozzi minerari. Anche nei lavori di questi ultimi l’uomo non c’è e l’industria è sentita come esemplare di una fine o di una mancanza, ma anche – e non sottovalutiamo questo aspetto – di un desiderio. L’attenzione dei Becher alle geometrie strutturali dell’architettura industriale suggeriva, tuttavia, una sorta di nostalgia per una forma di bellezza, originato da uno schema ordinato di linee, che in Ossola manca: o, quanto meno, gioca un ruolo secondario rispetto ai “segni” che entro tale schema sono iscritti. L’occhio di Ossola, in altri termini, è tutto spostato dall’esterno all’interno: non sono gli involucri che gli interessano, ma gli spazi interni, quello che le architetture, nel senso più ampio che al termine può essere dato, racchiudono e nascondo. In questi spazi Ossola viaggia, osserva e ricorda, prende appunti come un esploratore che si rispetti – scattando fotografie, o usando fotografie – e poi ricostruisce e rappresenta usando la memoria e l’immaginazione. Un procedimento del genere fa di Ossola un pittore di paesaggio tipico di una tradizione dalle lunghe radici: alle sue spalle si possono intravvedere certi percorsi della figurazione cosiddetta esistenzialista, ma legati al meno ovvio côtè inglese, più che al francese penso alla scuola di Londra del secondo dopoguerra, al vecchio Bomberg, quindi ad Auerbach e a Kossoff. (…). Un gruppo di dipinti svolge un altro tema tradizionale della pittura: quello dello studio dell’artista: il loro senso, al di là della puramente accidentale differenza delle “cose” rappresentate, non è però sostanzialmente diverso da quello degli interni industriali. Atelier con natura morta, Lo studio di sera, Atelier di scultura sono spazi accomunati a quelli industriali dal forte sentimento di piacere, o di desiderio, prodotto: indipendentemente dal fatto che in questi ultimi sia una “mancanza”, una sospensione a tempo indeterminato dall’attività, a determinare un’inversione di segno nella loro percezione. Il piacere puro della sensazione continua a essere il principio che governa gli altri quadri di interni in cui Ossola mette in scena scorci del proprio domicilio” o spazi con maggiori margini di ambiguità quanto alla loro riconoscibilità, al di là del fatto che ciascuno di essi rappresenti un luogo preciso. (…) Antonello Negri, (1994, prefazione alla mostra personale “Dipinti 1990-1994”, galleria Appiani Arte 32, Milano settembre 1994).
Gli Anni 80 della pittura dell’artista Giancarlo Ossola. La luce che entra nei laboratori abbandonati, nelle soffitte, nei magazzini silenziosi, nei locali dai quali si è ritirata da tempo ogni presenza umana; la luce che definisce gli spazi e circonda gli oggetti animando di infiniti fosfemi l’impalpabile polvere sospesa negli “interni”, diventa per Giancarlo Ossola materia pittorica, sostanza di un mondo silenzioso, inanimato, dentro il quale vagano essenze, entità, ectoplasmi rapiti dall’Artista ad ogni forma e immersi in un’atmosfera che vibra della vita esterna, del mondo che preme intorno e determina l’incanto di un vuoto che potrebbe sembrare metafisico o surreale mentre è matrice e stampo di ogni cosa presente. La mano di Giancarlo Ossola è quella di un creatore d’inesistenze, di un inventore di spazi, di un operatore di un operatore di magiche evanescenze intrise, per un moto di rivolta, della più tangibile realtà. Piero Chiara, (1985, Istituto Civico di Cultura, Luino, giugno 1985, Prefazione al catalogo). Gli Anni 70 della pittura dell’artista Giancarlo Ossola. Assistiamo alla maturazione delle capacità espressive di un artista profondamente legato ai valori specifici, tradizionali del dipingere e ai modi più semplici di guardare alla natura, per farne l’oggetto e il soggetto delle proprie opere. Queste si alternano sulle pareti della galleria secondo la distinzione individuata dallo stesso artista, tra il paesaggio come luogo privilegiato dell’esperienza “naturale”, e l’interno, la stanza, come luogo adatto a covare un’esperienza “psichica”, più intima. Per il fatto stesso che ogni cosa di un interno, ogni presenza, ogni fantasma – una ciotola sul tavolo, una macchia sul muro di fondo, uno straccio per terra – diventa un polo di attrazione quasi ipnotica, l’interno si oppone alla spinta a una fuga verso i confini del mondo, rappresentata dal paesaggio. Eppure, la sensazione più persistente, davanti a queste splendide opere recenti di Ossola, è che esse sviluppino tutte dentro una gabbia che contiene grandi volte celesti, filari d’alberi, suburbi informi di grandi città, oppure tracce di pavimenti, di soffitti, di tavoli ingombri, di muri senza aperture. Cioè, dentro una gabbia che nei paesaggi è trasparente, gonfia d’aria e di fili d’oro, d’argento, di piombo. Negli interni invece sembra deserta attorno a pochi oggetti: ombre d’oggetti rivelati da fiochi fasci di luce, come su un palcoscenico dopo che il sipario è calato. Luigi Carluccio, (11 aprile 1978, “Panorama”).  Gli Anni 60 della pittura dell’artista Giancarlo Ossola. In questo sperimentare Ossola guida la sua passione di naturalista a cozzare con l’oggetto per separarne la forma, fatta di luce e di illusione, e la sostanza, intesa come grumo segreto e vitale; e per fruire della doppia conoscenza. E i risultati, a volte, sono immagini paradisiache. Fabrizio Dentice, (Chiasso, 1968, presentazione su catalogo, Mostra personale Galleria Mosaico). Gli Anni 50 della pittura dell’artista Giancarlo Ossola. Un tuffo nelle pulsioni profonde, un rinnovamento degli schemi figurativi accademici, ma anche la perdita di un mondo figurale…la materia dà risultati straordinari, le macchie che tracci sono un mondo autonomo, un paesaggio e possono essere portate a sistema, a esperienza totale. Piero Del Giudice, (Milano 2010, presentazione su catalogo, Mostra personale “Interni del secolo breve” Galleria Ostrakon).
 
 Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova
Espone l'artista Giancarlo OSSOLA
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La "Fondazione Museo d'Arte dello Splendore" di Giulianova (Te), presenta le opere dell'artista Giancarlo OSSOLA.

La mostra si è conclusa con grande successo.
MAS "MUSEO D'ARTE DELLO SPLENDORE" GIULIANOVA
Viale dello Splendore n° 112 - 64021 Giulianova (Te)

Al MAS l'artista Giancarlo OSSOLA

ANTOLOGIA CRITICA
 
Luigi Carluccio, 1978
Assistiamo alla maturazione delle capacità espressive di un artista profondamente legato ai valori specifici, tradizionali del dipingere e ai modi più semplici di guardare alla natura, per farne l’oggetto e il soggetto delle proprie opere. Queste si alternano sulle pareti della galleria secondo la distinzione individuata dallo stesso artista, tra il paesaggio come luogo privilegiato dell’esperienza “naturale”, e l’interno, la stanza, come luogo adatto a covare un’esperienza “psichica”, più intima. Per il fatto stesso che ogni cosa di un interno, ogni presenza, ogni fantasma – una ciotola sul tavolo, una macchia sul muro di fondo, uno straccio per terra – diventa un polo di attrazione quasi ipnotica, l’interno si oppone alla spinta a una fuga verso i confini del mondo, rappresentata dal paesaggio. Eppure, la sensazione più persistente, davanti a queste splendide opere recenti di Ossola, è che esse sviluppino tutte dentro una gabbia che contiene grandi volte celesti, filari d’alberi, suburbi informi di grandi città, oppure tracce di pavimenti, di soffitti, di tavoli ingombri, di muri senza aperture. Cioè, dentro una gabbia che nei paesaggi è trasparente, gonfia d’aria e di fili d’oro, d’argento, di piombo. Negli interni invece sembra deserta attorno a pochi oggetti: ombre d’oggetti rivelati da fiochi fasci di luce, come su un palcoscenico dopo che il sipario è calato.
(“Panorama”, 11 aprile 1978)

Le opere dell'aRTISTA GIANCARLO OSSOLA

Giovanni Testori, 1983
Quando, invece di pensare e realizzare mostre pubbliche sotto il segno, spesso equivoco, delle etichette, per dir così, “situazionali”, le quali risultan buone per contenere un’idea e, insieme, il suo esatto contrario, ci si metterà a studiarle e a prepararle con metri più umili e rispettosi, quelli, ad esempio, che si cavano dagli spazi geografici e morali oltre che da quelli cronologici, ci s’avvedrà che, in Lombardia, dopo la generazione che ebbe il suo gran pilastro post-romantico e neo-romanico in Morlotti, almeno due ne sono apparse che han fatto, ciascuna per un tempo non breve, storia comune: la prima, quella che potremmo chiamare dei “desperados di corso Garibaldi”, poi variamente divisisi, e, tuttavia, trattenenti pur sempre un riconoscibile fondo o accordo comune; la seconda, seguita a quella, che potremmo chiamare dei “carpentieri della difficoltà”, della quale ha fatto parte e, forse, risulta oggi la punta più avanzata, inquieta e indagante, Giancarlo Ossola. Si tratta, pur sapendo quanto sia difficile procedere per sintesi in una materia ancora “in fieri”, di pittori il cui sguardo sembra non poter scendere oltre la riva lombarda del Po; per puntar, invece e sempre, verso le prealpi e dar così la mano a quella zona che tra Como, Varese e Novara, potremmo definire, anche per ciò che concerne l’arte antica, “ticinese”. L’aria, meteorologica, ma altresì morale, che vi si respira ha qualcosa d’un “cantone”; un’aria resistenziale, e fortemente, nei confronti, ad esempio, di tutte le seduzioni non interne alla scrittura pittorica dell’anima e della psiche; una scrittura che tende, inesorabilmente, al monocromo come alla sua linfa, al suo cuore e alla sua tomba. Allarma e benedice questo “cantone”, per stare ai nostri giorni, l’esperienza solitaria, scontrosa e dura di Franco Francese, o, per scendere più giù, la cinerea tenebrosità dei “pestanti”, i grandi maestri del ‘600 lombardo; nonché lo stato di consapevole, contrito “ritardo”, che fu dei susseguenti tenebristi; Magnasco, in testa; il Magnasco, per l’appunto, milanese; faro più buio del buio che avrebbe voluto rischiare e che, in effetti, rischiarò; ma per mostrarne più atrocemente gli abissi; e, in essi gli oscuri viluppi, l’ansie irrisolvibili della storia, almeno per chi la storia non intenda ridurre a una conta ideologico – materialistica di dati e di fatti; per chi, ecco, non intenda declassarla a “excursus” sociale; così spesso oppositivo nei confronti della bellissima parola latina da cui, pure, deriva; che è “societas”. Ed eccoci, senza aver troppo forzato, “in medias res”. La mostra che, di Giancarlo Ossola, la galleria 32 ha aperto in questi giorni, “penitenziali” per loro stessa natura, ci presenta il giovane maestro milanese, milanese, sì, ma nel cui nome non è difficile intendere quanto prema la denominazione d’una delle più dure, tenaci e solitarie valli che legano Piemonte e Lombardia (v’ebbe a lasciare alcuni capi d’opera, scabri, eroici e funesti, il grandissimo Tanzio); ci presenta, dicevo, il giovane maestro in un fase in cui sembra riassumere le lunghe, difficili esperienze degli anni che ormai sente respirargli, come jene, alle spalle; e in cui individua, con un affondo struggente e ansioso, quello che ci sembra il “luogo deputato” alla sua pittura. Tale luogo è, nulla più, ma anche nulla meno, che il “lazzaretto”; d’ieri e d’oggi. C’è aria, murmure, colore, spazio e dolore di penitenza, in questi desolati “interni – esterni” di Ossola. Quasi che dai secoli delle famose, laceranti pesti carliane e federiciane, dai secoli cioè di quello che il Borromeo, nel suo “Memoriale ai milanesi”, aveva chiamato “esterminio”, il tempo sia mutato solo per cambiare (ma cambiare, poi, di molto?) l’apparenze di quei luoghi di segregazione, d’agonia e di morte. Negli “interni – esterni” di Ossola, che kafkianamente s’infilano l’uno nell’altro, in una sinistra, grigia, talvolta sulfurea prospettiva senza esiti e fine, l’uomo è scomparso; gli appestati, o sono stati, ben più atrocemente di quel che si faceva ai tempi di Frà Cristoforo, tutti inceneriti e, dunque, ridotti a polvere; o, uno a uno, han lasciato il terribile immondezzaio dell’habitat umano, sapendo cosa mai li avrebbe attesi. E, tuttavia, dove se ne son volati? Difficile pensare che ali o anche, delle ali, poveri moncherini sian spuntati sulle loro magre spalle; forse, vergognosi di sé, ridotti all’inedia, se ne stanno, tutti, accalcati nell’ultima stanza; quella che Ossola non ci mostra mai; e sperano che, un giorno o l’altro, il pittore tiri fuori qualcuno di loro e, con la stessa pietà con cui ora dipinge le stanze di ciò che fu il loro luogo di lavoro e di vita, si disponga a ritrarne la devastata, interrogante, smangiata effigie. Certo è difficile non sentire e non vedere l’orme di tutti i viventi che, inceneriti o ammassati altrove come cose ed oggetti, hanno strusciato su questi muri grigi, gialli, bavosi, unti (talvolta anche troppo, forse perché la materia sembra domandare al pittore un’ulteriore rastremazione e bruciatura); su questi muri dai quali anche gli oggetti son caduti, tutti, giù a terra; pavimento o cortile, che importa? La terra qui, in questi quadri, è prossimissima a quella dei cimiteri; e così la sterminata, vuota misura delle prospettive; come se seguissimo file interminabili di colombari, sulle cui lastre i nomi dei defunti siano stati cancellati. La società rivuole la fossa comune? Potrebbe essere un’umana, possibile soluzione; non risultasse che tale fossa, oggi, piuttosto che volersi per antifoscoliani principi, sembra generata dalle cupe necessità implicite in quel non-sentimento che domina e devasta i nostri tempi: l’indifferenza. Forse è proprio per contrastare lei, l’indifferenza, per vincerla; o per opporle gli ultimi, possibili barbagli che, nei suoi straordinari “interni-esterni”, Ossola ingorga pennelli e materia, e così accende, di tanto in tanto, qualche luce; strappi tremanti e sofferti, come battiti dall’umano cuore; resti, forse, di lampade funerarie o di funerari lumini nei quali, lì per lì, siamo indotti a pensare che si fondano anche gli ultimi, poveri fuochi fatui dell’uomo. Giacometti e Varlin che, in una virata di secoli, sembrano aver permesso a Ossola la rilettura “in moderno” delle tenebre magnaschesche, non solo sarebbero sodali con questo loro discendente, ma stan lì, con la loro origine e il loro lavoro bondasco, a testimoniare, dioscuri inulti ed enormi, quanto sia legittimo, per pittori come Ossola, parlare d’una certa zona geografica; la quale s’è fatta e continua a farsi zona altamente, duramente, imperdonabilmente poetica e morale; anzi, per esser più lucidi e precisi, imperdonabilmente penitenziale.
(“Corriere della Sera”, 2 novembre 1983) 

Raffaele De Grada, 1986
Come le architetture sobrie, misurate, certamente fredde e compassate dei pittori novecentisti sono state sconvolte dal terremoto psicologico espressionista di Corrente, così gli ambienti misurati col metro della visione naturalista dei realisti degli anni Cinquanta sono stati agitati dalla ripresa, tra i più giovani, della tendenza a dissacrare il reale naturale, a coglierne il lato più problematico e insicuro. In questo gruppo di inquieti il milanese Giancarlo Ossola, giunto alla soglia dei cinquant’anni, si rivela con questa nuova mostra alla Galleria Trentadue uno dei più stimolanti, dei meno accademici. Il suo indubbio secentismo che può perfino ricordare lo stile del grande Magnasco, si compiace di feroci spatolate, di sommovimenti materici che danno l’impressione, in questi dipinti di “interni”, che si sia alzato un gran vento che ha forzato porte e finestre, ha sparso ogni dove le carte, ha rovesciato chicchere, ha frugato nei mobili provocando quella confusione che resta col silenzio nelle stanze dopo un delitto, un suicidio, un terremoto, un arresto improvviso. Poi, nel grande, mortale silenzio, la polvere si accumula e fissa in una non memoria i luoghi che furono già animati dalla vita, dalle azioni, dagli affetti. Diciamo “non memoria” perché “le stanze” di Ossola non si fissano in quella metafisica lucida della memoria che è stata tipica, dopo “Valori plastici”, di un gran settore del Novecento. L’agitazione che sconvolge questi “interni” ossoliani, nonostante che i titoli ci richiamino spesso alla memoria, memoria non possono essere tanto tutto è provvisorio e in deperimento. Che differenza c’è tra una stanza d’abitazione e un solaio? Chi si ricorda della stanza di un solaio dove gli sia capitato di andare a frugare per cercare qualcosa? In una perfezione non comune, non di quelle che non dicono niente, Elena Pontiggia si domanda che cosa ci sia dentro a questa idea di “deposito” che si leva dai quadri di Ossola, un’idea che classicamente diventa il mito dell’incancellabilità e romanticamente quella del transitorio. Ossola – non c’è dubbio – appartiene alla grande categoria dei romantici; anzi a quella speciale categoria dei romantici “lombardi” che non si presta ai miti, che delle cose vede l’aspetto dimesso, non appariscente, perfino umiliato. Ci fa pensare a Conconi, alla tarda Scapigliatura, a quella pittura che può essere perfino finita in un ripostiglio tanto poco brillante essa era per gli eredi che l’hanno trovata. Le pennellate, che lasciano sempre spazio anche alle sciabolate della spatola, non sono quasi mai canore. Ossola permette al massimo di far cantare un giallo per poi rieducarlo subito con un chiaroscuro moderato che lo riassorbe nell’amato silenzio del colore. Giancarlo Ossola è uno di quei pittori che amano scrivere. Ha conosciuto poeti come Sereni, ha frequentato l’ambiente letterario lombardo. Un suo scritto in catalogo, impostato sull’analisi del “relitto” nella società contemporanea, ci aiuta a capire la sua pittura che non si apre alle cose che nascono, ma si ripiega sulle cose che muoiono.
(“Corriere della Sera”, 16 Aprile 1986)

Arturo Carlo Quintavalle, 1986
Per lo storico dell’arte il gioco delle citazioni è quasi passaggio obbligato: Van Gogh del tempo del Borinage; Giacometti nel momento della sua maturità, quando i grigi affilano i contorni e le forme sembrano sinopie affioranti dal profondo della tela: Bacon quando scopre l’orrore della morte sui volti dei suoi personaggi serrati nelle poltrone – carcere, negli antri – recinto, nelle stanze di ossessive memorie. Eppure, non basta questo per spiegare Ossola. Elena Pontiggia, in una bella introduzione in catalogo, parla del suo mondo lombardo, e proprio qui sta il problema. Proviamo ora a capire meglio queste pitture che muovono, molte volte, dalla fotografia. Ossola sceglie fabbriche abbandonate, dove le tracce del lavoro sono segno di rovina, dove non si affacciano oggetti ma frammenti, non forme ma accenni, suggestioni di forme, dove sono assenti gli uomini, anche se sappiamo che un tempo c’è stato un loro passaggio. Ossola, per tagliare certi spazi, per inventare gli scorci, gli “sfondati” delle luci come di scena, deve pensare al taglio cinematografico, usare il “grandangolo”, “Doppio interno” (1985), “Deposito” (1985), “Interno – oggetti” (1984) vivono in questa dimensione, che è di certo documento sulle fabbriche e sulla loro presenza da Shezen a Basilico, che più di tanti altri hanno scoperto un genere, ritrovato una dimensione narrativa a questi edifici ai margini della città, abbastanza lontani dalla storia da sfilare sotto il bordo dell’orizzonte. Eppure, c’è una storia della periferia che è stata protagonista della nostra cultura, legata alla pittura “sociale”, quella futuristica da Boccioni a Carrà in poi o quella degli anni Venti e oltre, che comincia col grande Mario Sironi. Ma dentro i dipinti di Ossola leggi altro, e soprattutto una descrizione analitica che ha connessioni evidenti. Narratori di periferia Milano ne ha avuti, alcuni particolarmente vivi tra anni Cinquanta e Sessanta: pittori nati nel fuoco del dibattito sul realismo, ma toccati dall’informale, pittori in bilico, pittori sottili, a volte angosciosi, altre affascinanti, come Ferroni o come Banchieri, il primo autore di certi aspri ritratti che affiorano alla memoria; l’altro che sa descrivere lo spazio della città quando finisce, il filo degli orizzonti segnati dalla ripetizione dei muri, periferie polverose e senza luce. Dentro questa pittura nasce Ossola, ma forse non è tutta qui la sua storia, non abbiamo ancora scoperto il centro della sua “memoria”. Proviamo allora non più col metodo delle radici e delle affinità elettive, ma con l’altro, della contrapposizione. Ci sono quadri di Ossola dove il titolo allude alla memoria, alla durata: “Interno (depositi della memoria)” (1986), “Deposito” (1985), “Interno – sedimenti” (1985) raccontano tutti la stessa dimensione, in apparenza uno spazio con frammenti, oggetti, in effetti pittura del trapassare del tempo sulle cose. Non tocchiamo la realtà, sembra dire Ossola, essa ci sfugge, appare come segno di fine, come segno di morte. E questa “morale” del negativo, non ha spazio, veramente, nella cultura lombarda, non è di Gola e neppure di altri artisti di fine secolo, il tempo nel quale possiamo trovare i più ovvi riferimenti formali per Ossola. Semmai questa dimensione del tempo angosciosamente concluso la scopriamo nella cultura germanica postimpressionista che ha tanto insegnato a troppi e che viene sempre poco riconosciuta: penso a Max Slevogt come a Lovis Corinth e al loro senso della fine che trasforma la felicità della scoperta del mondo impressionista in un’estasi di morte. (…) C’è un dipinto di Ossola, “Letto – oggetti” (1985), che fa capire quanto il pittore sia lontano da questo universo del positivo, e dalla sua tradizione pittorica: il tema è quello di tanti pezzi impressionisti e ulteriori, qui la stanza di Van Gogh, gli interni di Vuillard e di tanti altri sono lontani. C’è il disfacimento delle forme e dentro la carica di un passato e delle sue memorie, una luce giallastra che disfa le bottiglie e il bicchiere sul comodino, una luce di alba e di cattivi risvegli, per questo il quadro diventa il test di un sogno, o di un incubo. Così Ossola, pittore raffinato, reinventa il nome della pittura germanica di fine secolo e degli inizi del nostro subito prima dell’età “Jugend” e lo carica delle angosce di tutti coloro che narrano il “negativo” nella pittura. Insomma, Ossola non è “lombardo”, ma un germanico di elezione.
(“Panorama”, 20 Aprile 1986)

Giorgio Soavi, 1987
Poche cose mi dispiacciono quanto la confusione, i resti, gli avanzi, il ritratto del disordine e dello sfacelo. Eppure il cinema ama tutto questo, la letteratura non ne fa mistero e, in definitiva, la vita di tutti i giorni, lo spaccato di un minuto secondo ci offre resti, avanzi, disordine e tragedie sulle quali camminano, corrono, o fuggono, vite umane o animali altrettanto sconcertanti. Di questa tragica proliferazione, di questa ambasciata del caos che è il disastro, è protagonista assoluto un pittore italiano, Giancarlo Ossola. Perché egli attraversa quel disordine, quegli avanzi, con luci dorate le quali sembrano avere dentro o intorno a loro musiche gloriose, altisonanti come quelle di Wagner. A me sembra infatti che tra quelle macerie si aggiri una composizione musicale di tipo nordico o perlomeno germanico, nibelungico, l’alba che attende la fine di una lotta, la polvere d’oro che si è posata sul disastro, il concerto che ha rotto i timpani a noi spettatori quando, lavati e stirati, siamo in un bel teatro dove, per l’appunto, una grande orchestra ha appena finito di spaventarci perché resti bene impressa nella nostra carotide mentale l’eco della paura, l’orrore e lo sgomento della distruzione. Anche fonica. Questo è, alla luce dei fatti, cioè dei suoi quadri, l’oriente, la mistica, persino la religione e quindi l’autorità che hanno le tele di Giancarlo Ossola, da me ammirate e di fronte alle quali riesco a ricordare, a balbettare: noi siamo fatti anche così. Siamo lavati e stirati, abbiamo mangiato e dormito, abbiamo avuto braccia femminili intorno a noi; abbiamo acceso e spento le luci mille volte, ma siamo fatti anche così.
(“Il Giornale”, Milano 17 maggio 1987)

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Monografie
“Dipinti 1955 – 1982”, a cura di SILVIO ZANELLA, con antologia critica e scritti dell’artista. Civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate, 1982.
“Cicli della materia, 1983 – 1988”, a cura di SANDRO PARMIGGIANI, con antologia critica e scritti dell’artista. Comune di Cavriago e Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, 1989.
“Giancarlo Ossola e Villa Arconati”, con scritti di CESARE DE SETA E GIAN ALBERTO DELL’ACQUA, Milano, Edizioni Fabbri, 1989.
“Giancarlo Ossola, Opere 1955 – 1993”, a cura di MARCO GOLDIN con scritti del curatore, di ELENA PONTIGGIA, dell’artista e antologia critica. Conegliano, Edizioni Marini, 1993.
“Tempere 1974 – 1992”, a cura di MARINA DE STASIO, Piacenza, Edizioni Centenari, 1994.
“Interni 1977 – 1996”, a cura della Galleria Credito Valtellinese, con prefazione di GIOVANNI RABONI, scritti dell’artista e antologia critica. Sondrio, Palazzo Sertoli, dicembre 1996 – gennaio 1997.
“Giancarlo Ossola. L’inquietudine dello spazio.”, a cura di CRISTINA SISSA, Milano, Museo della Permanente, 2016.
 

Ossola Giancarlo (Milano, 1935). Giancarlo Ossola ha partecipato a molte esposizioni e rassegne artistiche dal 1963 al 1984, come la Biennale di Milano alla Permanente, la Quadriennale di Roma e a diverse mostre di gruppo, come quella del 1982 presso il CSAC dell’Università di Parma ed alla Rotonda della Besana di Milano. Le opere dell’artista sono presenti in diversi musei e raccolte pubbliche in Italia ed all’estero. Mostre a Milano: Giancarlo Ossola (1935-2015) – dal catalogo di una mostra del 1983 alla Galleria Trentadue. “La luce impaziente”. Gli spazi marginali si sottraggono al controllo umano. Luoghi dove l’uomo ha cessato di operare, involucri di industrie, terra di nessuno, fasce intermedie, angoli inutilizzabili. Il rovescio della medaglia: l’antitesi del catasto, del programma, del decoro. Qui tempo e natura attenuano gradualmente una prima, feroce riflessione; essi agiscono su reperti monchi e insensati conferendo loro preziose connotazioni transitorie. Territori che l’uomo si è lasciato imprudentemente sfuggire, sottratti a un super-cosciente, serrato programma urbano, subiscono lente incontrollate metamorfosi. Con il favore di una provvidenziale dimenticanza, si sviluppa qui il germe di un rinnovato stupore, si custodiscono strati di memorie, e in gestazione una nuova epicità e una nuova mistica. Spazio (…). Più la luce impaziente e snaturante del dominio umano occupa e scruta, più provoca ombre fitte, profonde e misteriose. La natura benefica tende a ristabilire l’equilibrio turbato. Gusci di opifici saccheggiati, parti disabitate di città, depositi di relitti covano, in lente fasi successive un capovolgimento di significati: da teatro di alienazione esistenziale a terra di coltivazione poetica. Il reperto, sfasciandosi lentamente, riacquista la sua natura di materia prima. Il ciclo, dopo adeguata riflessione, può variamente ricominciare. Spazio (…) Questi oggetti e luoghi, incautamente lasciati dall’uomo lontano dal centro dell’attenzione, rappresentano una sorta di inconscio urbano, figura e similitudine del non-conscio umano. A un pittore possono derivarne stimoli e terapie. La luce gratta muri e reperti incomprensibili, di cui affiorano le ossature. Colore e forme definiscono materie corrose ma nuovamente primarie; pietre, legni e metalli offrono resistenza da lontane profondità. Esplorandole con avvertita cautela, se ne ha un sollevante un senso di stabilità interiore. L’evocazione di costruzioni ancestrali apre un serbatoio di racconti visivi. Mostre Milano 1983, Giancarlo Ossola, dal catalogo della mostra personale alla Galleria Trentadue, Milano, 1983. Nel gennaio del 2010, la Casa Museo Spazio Tadini di via Jommelli 24 ha dedicato a Ossola una grande mostra personale, organizzata da Francesco Tadini e Melina Scalisee accompagnata dal testo. La pittura e le cose di Luca Pietro Nicoletti. Il Secolo breve si trova anche al centro della riflessione artistica di Giancarlo Ossola che manca da Varese dal 2009, quando fu ospite insieme ad Antonio Pedretti della Galleria Ghiggini. Oggi, la Galleria Ostrakon di Milano mette insieme 40 opere fra grandi oli, chine e tempere che indagano il rapporto tra spazi raffigurati ed eclissi, mutazioni e drammi storico-sociali. In modo del tutto antidogmatico, Ossola ha saputo raccontare i luoghi deputati della Storia, vicende collettive, indicibili fatiscenze e indigenze. Nel saggio in catalogo di Piero Del Giudice si indaga questo inaspettato link tra architetture archetipiche del secolo scorso ed emblematiche scansioni della storia del XX secolo. I luoghi raffigurati di Ossola sono dunque "cisterne della Storia" tra limiti pericolosamente traballanti tra l'universo concentrazionario della fabbrica fordista e quello seriale del lager. Ma senza alcuna pretesa di completezza dalla Galleria milanese fanno sapere: "Del lavoro di Ossola hanno scritto talmente in tanti, critici d'arte, scrittori, poeti, sono state fatte talmente tante mostre in Italia e all'estero, che supporre, con questa mostra, di offrire nuove angolazioni di lettura si pecca di misura. Ci sentiamo però di dire che il taglio antologico e critico della presentazione è ambizioso e inconsueto per uno spazio espositivo privato". "Di che interni si tratta, di quali città? Ossola con una qualità e un furore che non ha in quegli anni rivali, con una sequenza febbrile di opere dipinge – quasi inseguendoli – gli interni di una città industriale, interni di lavoro ora disabitati, in cui si accumulano le tracce e le bave delle esistenze che li hanno abitati costrette, sono spazi di un collettivo coatto, ghetti operai, luoghi di concentrazione di destini e di corpi, opifici e baracche di lager". Giancarlo Ossola.
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
Giancarlo Ossola Pittura di contaminazioni. L’immagine codificata più canonica che si abbina al lavoro di Ossola è quella di una pittura dell’abbandono, della desolazione, dei luoghi in cui è cessata l’attività umana e che hanno sofferto di una marginalizzazione da parte del consesso sociale. Sovente si è dato di questi soggetti una lettura nell’ottica del disagio della vita moderna, o della caduta della civiltà delle macchine, o della solitudine dell’uomo moderno. Non è una lettura errata, ma può essere arricchita se si guarda lo sviluppo del suo percorso artistico, come propone la mostra a Spazio Tadini (26 gennaio-20 febbraio), tenendo sullo sfondo le affermazioni dell’artista stesso sulla sua pittura. Attraverso una selezione di opere dalla metà degli anni Cinquanta ad oggi, accompagnata da una selezionata scelta di disegni ancora inediti, sulle pareti della galleria milanese si potrà apprezzare un compendio del lavoro di questo artista, con l’auspicio che uno spazio pubblico cittadino gli dedichi, in un futuro prossimo, una retrospettiva di rilievo. Ci si renderà conto che, accanto a un Ossola che dipinge gli interni, che si è interessato all’archeologia industriale, esiste una importante fase del suo lavoro, fra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, in cui si annida una vitalità brulicante e sotterranea che contamina le cose inanimate, le connota tramite un colore denso e pastoso di una fisiologia organica e ne fa oggetti con una nuova consistenza. Già allora, in tele e grafiche che denunciano reminiscenze delle istanze “barocche” dello spazialismo, era attirato dal dettaglio minimo, marginale, di cui coglieva, con segno rapido e gestuale, l’aspetto instabile e metamorfico. Era l’artista stesso a scrivere, nel 1968, che «gli oggetti si dilatano e si contraggono continuamente», affermazione alla quale si può accostare una acuta osservazione di Fabrizio Dentice dello stesso anno: «In Ossola c’è una qualità di scienziato seicentesco. Si porta dentro il ricordo degli alberi, si porta a casa il fungo raccolto ai margini del fosso, lo posa a disseccare sotto gli occhi su un foglio bianco. Le immagini, i ricordi precisi e penetranti, si sommano e si separano, ricreano l’oggetto ideale che viene confrontato e misurato con la realtà e le situazioni». Non ci si è mai interrogati abbastanza su quanto contasse, per Ossola come per molti pittori della sua generazione, lo stimolo della pittura del Seicento: era la tradizione di Cerano e Crespi, ma soprattutto di Magnasco, a fare da retroterra culturale, su cui andavano a innestarsi le novità dirompenti e sconvolgenti portate da Bacon e Sutherland. Tutto questo, poi, andava a conciliarsi con la pratica dell’Informale. Negli scritti di Ossola, infatti, rimane costante l’attenzione verso le “contaminazioni dell’informale”, cioè per quelle espressioni figurative, come la sua, in cui agiva come modo di esprimersi quella gestualità libera e ribelle, seppur ricondotta a un soggetto rappresentativo. È con queste premesse che si arriva agli interni (per lo più interni abbandonati) e alle industrie, luoghi marginali prediletti in quanto spazi che si sottraggono al controllo umano ma gremiti di presenze in mutamento: «L’identità segno-materia» scriveva l’artista nel 1986 «è il flusso vivo che popola le fredde geometrie, le dissemina di rapidi coaguli organici leniti dalla luce». In questo modo poteva esprimersi più compiutamente uno dei tratti che l’artista, ironicamente, identificava come peculiari del nostro tempo: la «stratificazione epica dei rifiuti» (2010).
 

Gli ingredienti sono quelli classici dell’  più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico  che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche, chiese e santuari, il suo verde e il suo .  
Giulianova
 Spiaggia nota, come "spiaggia d'oro del medio Adriatico", oltre a sottolineare ciò che della Città è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.

 una terra tutta da scoprire e... tutta da gustare....
 
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