Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Carlos MENSA - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Carlos MENSA

Museo > Carlos Mensa

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
La Collezione “Teresita Olivares Paglione” al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova (Te), con la sua vocazione squisitamente scientifica, contiene innumerevoli reperti di eccezionale valore culturale, eppure ha saputo e voluto ampliare i confini della propria missione, dedicando i propri spazi anche all’arte, in un continuo e mai interrotto dialogo con la scienza. Oggi ospita infatti una preziosa e insolita raccolta di opere dedicate al tema della tartaruga, figura ricca di rimandi al territorio (nella provincia di Chieti sono stati rinvenuti reperti relativi a due specie che colonizzavano il territorio 6500 anni fa), ma anche di numerose suggestioni simboliche che hanno da sempre nutrito l’immaginario dell’arte. La Collezione “Teresita Olivares Paglione” entra a far parte del Museo nel 2013 quando Alfredo Paglione, mecenate milanese nato a Tornareccio in Provincia di Chieti, decide di donare 301 pezzi, fra opere d’arte e oggetti, appartenenti alla collezione personale di sua moglie Teresita, scomparsa nel 2008. Nel segno (e nel sogno) di un progetto ben delineato e ispirato all’obiettivo di donare le opere d’arte presenti nella collezione di famiglia ai musei abruzzesi, Paglione segna qui una tappa fondamentale del suo percorso. Dopo 40 anni, spesi a favore dell’arte d’immagine come direttore di successo della Galleria Trentadue a Milano, nel 2000 inizia infatti a delineare un programma indirizzato ad arricchire il panorama artistico della Regione Abruzzo attraverso donazioni a favore di musei e strutture culturali che oggi ospitano opere provenienti dalla sua raccolta d’arte personale di artisti del Novecento. In particolare, la Collezione “Teresita Olivares Paglione” si compone di opere e oggetti raccolti con cura e passione da Teresita Olivares lungo gli anni vissuti accanto al marito, a partire dal giorno del loro matrimonio. Musicista dotata e donna di estrema sensibilità artistica, Teresita coglie l’occasione per dar vita a questa straordinaria collezione proprio da un dono di nozze. Quando nel 1967 sposa a Pescara Alfredo Paglione, riceve in dono la Grande tartaruga toscana in ceramica dal celebre poeta Raffaele Carrieri, e una bellissima tartaruga in argento dal giornalista Vittorio Notarnicola, entrambe esposte nel museo. Da quel momento oggetti ed opere d’arte che rappresentano la tartaruga entreranno a far parte della loro vita attraverso donazioni di amici poeti, giornalisti, artisti, e acquisizioni personali. È dunque l’inizio di un amore che va di pari passo con quello coniugale. I più grandi Maestri del Novecento faranno a gara nel realizzare opere per rendere omaggio a Teresita attraverso l’immagine suggestiva della tartaruga, mentre i coniugi stessi acquisteranno opere d’arte e oggetti che affrontano lo stesso soggetto in tutte le tecniche e le forme. Negli spazi dedicati alla collezione dal Museo si possono ammirare i pezzi più belli e significativi di tale ispirata e cospicua raccolta, in un campionario accuratamente selezionato: spicca fra le opere, la preziosissima scultura in ceramica di Lucio Fontana (la prima opera della collezione donata dal Maestro stesso) che esplora e indaga l’origine primordiale dell’immagine della tartaruga. In seguito, la collezione viene arricchita dalle opere donate dai pittori Modica, Caruso, Petrus, Merisio, Bonichi, Quetglas, Mensa, per concludersi col bellissimo ritratto di Teresita sulla tartaruga eseguito dal pittore milanese Alberto Schiavi, che riassume efficacemente l’entusiasmo e la gioia che legava la Signora delle tartarughe alla sua collezione. Di grande importanza sono anche la bellissima opera grafica di Renato Guttuso e l’acquerello La tartaruga e la luna, opera di Aligi Sassu, artista di famiglia in quanto cognato dei coniugi Paglione e artista di spicco della Galleria Trentadue. La Collezione “Teresita Olivares Paglione” qui esposta raggiunge dunque, grazie al gesto di generosità di Alfredo, il culmine della sua realizzazione e completa la sua storia attraverso il dono, così com’era nata. Cominciata con un regalo a perenne ricordo di un lungo amore, si trasforma in una generosa donazione raggiungendo una sua ideale conclusione. Una donazione voluta da Alfredo Paglione a questo importante Museo e alla sua Città, a memoria e testimonianza della sua “Signora delle tartarughe”. Laura Rabottini.
La Galleria Gruppo Credito Valtellinese ha scelto di avviare la propria stagione espositiva giocando d’anticipo rispetto ad un’importante ricorrenza che si celebrerà il prossimo anno – il cinquantesimo anniversario del Sessantotto – presentando la mostra intitolata Arte ribelle. 1968-1978 Artisti e gruppi dal Sessantotto (recentemente prorogata al 20 gennaio) con cui, in una parata di opere che presentano artisti attivi tra Roma e Milano, i due poli di rifermento per il fermento sociale e culturale all’epoca nel nostro paese, si raccontano e si rivalutano – anche criticamente – le varie e diversificate esperienze espressive che, al tempo, si sono accostate alle proteste e alle rivendicazioni che hanno animato quel periodo. Nell’ampio spazio, lasciato aperto e liberamente percorribile, della galleria si susseguono in modo “chiassoso” materiali diversi, dalle stampe ai dipinti, dalle sculture alla grafica, dai disegni alle fotografie, dalla testimonianza delle performance agli interventi ambientali, che, nell’insieme, aiutano a rievocare quel coro rutilante di voci con cui si suggellavano le idee di rivolta politica, di desiderio rivoluzionario e di aspirazioni libertarie. Quando l’arte scendeva in piazza, e qui incontrava la spontanea tensione della “folla”, del “popolo”, si poteva osservare un’interessante commistione e un confronto diretto e vivo tra codici differenti, “alti” e “bassi”, che univano un’élite intellettuale alle voci dettate dalle grandi masse.
 
 Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova
Espone l'artista Carlos MENSA
HomeNote Biografiche

La "Fondazione Museo d'Arte dello Splendore" di Giulianova (Te), presenta le opere dell'artista Carlos MENSA.

La mostra si è conclusa con grande successo.
MAS "MUSEO D'ARTE DELLO SPLENDORE" GIULIANOVA
Viale dello Splendore n° 112 - 64021 Giulianova (Te)

Al MAS l'artista Carlos MENSA

“Esistono opere di artisti plastici che non ammettono mezzi termini, facili accostamenti ai nostri parametri di scelta, serena ubbidienza a una porzione della creazione pittorica e a un certo interesse per altre zone d’intenzionalità artistica. No, sono opere che s’impadroniscono di noi e che ci attraggono apertamente o, viceversa, ci ripugnano e ci producono un lungo e denso ribrezzo. Credo che accada qualcosa di simile con l’opera di Carlos Mensa. Il raffronto con i suoi quadri può catturare, emozionare, schiudere un panorama di suggestioni. Oppure può anche ferire la nostra sensibilità e produrci un disagio incontrollabile. La sua è un’opera forte e diretta che non ammette quella placidità velata d’indifferenza che alcuni preferiscono per l’opera d’arte. (..) La tensione, la sfumatura di topici che popolano il nostro ambito sociale, lo strano simbolismo che imprime alle sue tele, sono le chiavi affinché uno resti imprigionato nella misteriosa rete della sua arte. A questo insieme d’intenzioni e proposte va aggiunto qualcosa di davvero elementare, ma che poche volte si compie fedelmente: l’impeccabile realizzazione dei suoi quadri.”
MIGUEL FERNANDEZ-BRASO

Le opere dell'aRTISTA CARLOS MENSA

Biografia Carlos Mensa
 
1936
 Nasce a Barcellona il 28 febbraio. Figlio di Juan Mensa Bada (catalano, impiegato in una casa editrice) e di Manuela Corchete López (maestra originaria della Estremadura).
 
1939
 Gennaio: i figli dei profughi della Guerra Civile vengono imbarcati al porto di Barcellona su una nave al servizio della Croce Rossa che li trae in salvo a Casablanca. Carlos Mensa è tra di loro. Pochi mesi più tardi riuscirà a ricongiungersi alla madre, nel frattempo rifugiatasi in Francia dopo l’occupazione di Barcellona da parte delle forze franchiste. Dopo un breve soggiorno a Parigi, si trasferisce con lei Villeneuve-sur-Lot, località della Francia meridionale. I ripetuti spostamenti e le difficoltà d’ambientamento, impediscono al giovane Carlos di raggiungere un’adeguata preparazione scolastica. Dal temperamento introverso, fin da una difficile infanzia e adolescenza, manifesta una tendenza instintiva a esprimersi attraverso il disegno.
 
1945
 Madre e figlio vivono la sconfitta delle truppe francesi e l’occupazione tedesca in Francia, nel 1942; tuttavia, al termine della Seconda Guerra Mondiale, un’amnistia franchista permette loro di far rientro in Spagna. Si stabiliscono a Cartagena.

1950
 La famiglia Mensa torna a ricongiungersi a Barcellona.
 
1957
 Dopo alcuni tentativi, senza troppa convinzione né sorte, con cui aveva intrapreso corsi di disegno e di pittura alla Llotja, e dopo aver tentato un impiego come apprendista in una stamperia di litografie prima e disegnatore di tessuti e ceramista, Carlos Mensa decide di dedicarsi alla pittura. Scelta dovuta soprattutto a una visita alla mostra di pittori italiani nel Palacio de la Virreina di Barcellona, dove resta colpito dal quadro «Malinconia di autunno» di Giorgo De Chirico (che da allora considererà il suo principale maestro). Partecipa con il quadro «Composición» (1956) al «Concurso Extraordinario de Pintura y Escultura» organizzato dal «Real Círculo Artístico» dell’Instituto Barcelonés de las Artes. Conosce Margarita Nuez con cui si sposerà nel 1960.
 
1958
 Prende parte alla Exposición Colectiva del Cercle Maillol nell’Istituto Francese di Barcellona.
 
1959
 Gli muore il padre. È l’epoca in cui entra in contatto col pittore Josep M. de Sucre (1886-1969) a cui lo legherà una profonda amicizia che influenzerà in maniera determinante gli anni di formazione.
 
1960
 La ricerca e i tentativi d’ispirazione legati a diverse correnti negli anni precedenti, cominciano a prendere forma in una linea pittorica ben definita: gauche o dipinti a olio (spesso su cartone) d’ispirazione astratto-informale, nei quali la violenza del segno prevale su una imposta povertà o severità di mezzi e di colore. A novembre realizza la sua prima mostra personale al Museo Municipal di Mataró, presentato da Josep M. de Sucre.
 
1961
 In sintonia col fervore culturale e sociale di quegli anni, assieme ai pittori Teo Asensio e Enrique Maas fonda il «Grupo Síntesis» che nel mese di ottobre espone a Terrasa e, in seguito, a Barcellona, Madrid e Palma, suscitando l’attenzione dei critici d’arte.
 
1962
 Dall’esperienza informale sorgono i primi personaggi-simbolo dell’iconografia di Carlos Mensa, i «monigotes» (pupazzi), drammatici e deformi, in un contesto pittorico spinto al limite nonostante la materia, il disegno e il colore (si notano influenze e affinità coi linguaggi di Dubuffet o di de Kooning, e ancor più, con Emil Schumacher). Partecipa a numerose mostre collettive; espone ripetutamente col Grupo Síntesis e con loro, insieme ad altri pittori e scultori, fonderà un nuovo gruppo: «Cicle d’Art d’Avui».
 
1963
 A partire da questo momento si dedica esclusivamente alla pittura. Mostra personale alla Galleria Belarte di Barcellona. Con il «Cicle d’Art d’Avui» realizza numerose mostre in Spagna, in Danimarca e e in Svezia. Conosce il critico d’arte Vicente Aguilera Cerni, che inserirà la sua opera nella mostra itinerante «Exposición de Arte Contemporáneo español en Italia» (1964/65: Rimini, Firenze, Ferrara, Reggio Emilio e Venezia). Ciò favorirà il dialogo determinante tra Carlos Mensa e l’Italia che s’interromperà solo con la morte dell’artista.
 
1964
 La pittura di Mensa vive un’imprevista evoluzione. Il linguaggio della materia si raffina e la deformazione dei personaggi (scelti in maniera allusiva da un’immaginaria «cronaca della realtà»: operai, uomini e donne, anonimi e inespressivi), acquisisce un aspetto e un significato «espressionista».
 
1965
 Dal 1965 abbandona la pittura a olio per passare definitivamente all’uso dei colori acrilici (tranne alcuni studi a olio del 1979). Prende parte a molteplici mostre collettive. Ottiene, in lizza con l’Equipo Crónica (che si aggiudica un discusso Primo Premio), il Secondo Premio nel III Salón de Alicante. I suoi quadri vengono apprezzati dalla critica italiana («Exposición de Arte Contemporáneo Español en Italia»). Compie il suo primo viaggio in Italia. Ottiene la «Medalla Gimeno» al Concurso Nacional de Pintura di Tortosa.
 
1966
 Il linguaggio della sua pittura, abbandonati dunque gli esperimenti sulla materia, prosegue su una linea espressionista accentuando un certo realismo: accanto ai personaggi della «cronaca della realtà», appaiono, sempre in chiave di rappresentazione critica, i primi personaggi «sociali»: i generali, i ricchi borghesi, i toreri. Si aggiudica una borsa di studio dell’Istituto Francese di Barcellona. Espone individualmente in Italia (Torino, Milano, S. Giovanni Valdarno, Fiesole nel 1966; Palermo nel 1967), ottenendo una menzione speciale dalla critica più accreditata. Viaggia a Parigi e realizza uno studio minuzioso sui pittori classici e contemporanei in musei e gallerie. Nasce la figlia Laura.
 
1967
 Conoce a Miguel Lerín (1914-1984), personaggio di spicco della società di Barcellona, esperto e collezionista d’arte: diventerà uno dei più importanti collezionisti dell’opera di Mensa, che sosterrà e stimolerà durante tutta la sua traiettoria.
 
1968
 Realizza un lungo soggiorno a Milano in occasione d’una sua mostra personale presso la Galleria «l’Agrifoglio». Il 2 di maggio viene arrestato e trattenuto per un paio di giorni con l’accusa di antifranchismo e ingiurie all’esercito. Inizia allora a prendere lentamente e progresivamente le distanze dall’ambiente artistico culturale barcellonese. Sebbene abbia vissuto sempre a Barcellona, da questo momento per vedere le sue opere in questa città bisognerà attenderne la morte, se si eccettua una presenza in una mostra collettiva del 1969 al Palau de la Virreina.
 
1969
 All’importante mostra personale presso la Galleria Nuova Pesa di Roma, tra le opere del periodo espressionista, viene esposta «Perros», che segnerà la svolta dell’opera di Mensa verso un linguaggio simbolico-surrealista. Risiede temporalmente a Roma e a Milano e visita Venezia: si sente conquistato dall’Italia, paese che visiterà spesso, stringendo rapporti e amicizie con personalità del mondo culturale e artistico italiano.
 
1970
 A settembre inaugura la prima mostra personale alla sala Pelaires di Palma di Maiorca, dove ne inaugurerà altre quattro, l’ultima nel 1980 (qui verrà obbligato a ritirare la grande tela «Lección de anatomía II» considerata provocatoria dal movimento femminista del posto).
 
1971
 A novembre inaugura la prima di una importante serie di mostre personali alla Galleria 32 di Milano. Il suo linguaggio pittorico si arricchisce e si raffina stilisticamente per la precisione del tratto e dei colori accesi. Ciò permette di risaltare gli elementi surrealisti della composizione che contengono sempre significati ironici e sarcastici.
 
1973
 Nasce la figlia Patricia. In questi anni, grazie a importanti mostre personali nelle principali città italiane, a Palma di Maiorca e a Madrid, Carlos Mensa raggiunge presto la maturazione del suo stile inconfondibile. Fissa il suo atelier-studio a Villa Aida alle pendici del Tibidabo.
 
1975
 Nella sala Pelaires di Palma di Maiorca, coglie nel segno la prima mostra dei «Caprichos», una serie composta da 127 piccoli quadri dipinti con una completa tecnica mista (cioè mediante l´uso di collages / assemblages incorporati nella materia pittorica con effetti di velature e trasparenze). In realtà percorre al contrario il camino realizzato da Max Ernst: all’azzardo «surreale» e meccanico dell’uso e utilizzo degli elementi reali deplacés, Mensa oppone la logica “surreale” dei significati nascosti sotto le apparenze della realtà.
 
1976
 Esce per le Edizioni 32 la monografia «Mensa» curata da Roberto Tassi. L’anno precedente era stato pubblicato «Carlos Mensa, crónica de una realidad tangente», un saggio di Camilo J. Cela Conde. Due anni più tardi appare in Italia il volumetto dal titolo «La Stravaganza», che raccoglie i 127 «Caprichos» del pittore, con una nota di Raffaele Carrieri.
 
1977
 Acquista Mas Noguer, una vecchia casa di contadini nell’Ampurdán, nei pressi de La Pera poco distante dal Castello di Púbol, una delle residenze di Salvador Dalí. A fianco della casa, progetta un enorme atelier allo scopo di dipingervi tele dalle grandi dimensioni.
 
1979
 In «Autorretrato» —grande tela dove l’artista si mostra in abiti da cardinale— possiamo apprezzare una certa evoluzione nel linguaggio di Mensa: la tecnica del «non-finito» si lega, quasi a mo’ di contrasto, con un disegno più realista, con un gioco di colori più raffinati e brillanti.
 
1980
 Viaggio in Germania in occasione della sua mostra personale a Brema. A dicembre l’ultima sua mostra personale, alla sala Pelaires di Palma di Maiorca.
 
1981
 Prosegue con lo studio stilistico intrapreso con «Autorretrato 79».
 
1982
 Espone ad Arco 82 di Madrid. Torna a Barcellona il 25 febbraio. Vittima di una malattia incurabile, diagnosticata il 1 di marzo, muore il 29 dello stesso mese. Riposa al cimitero del paese di La Pera.

 

La Stravaganza
 
Nell’aprile del 1975, nella Sala Pelaires di Palma di Maiorca, Carlos Mensa presentava una mostra speciale: cinquanta opere prime di piccolo formato di una serie che amplierà durante tre anni, la cui opera più grande misurava 27x35 cm, tutte realizzate con una tecnica mista di materiales applicati con una straordinaria ricchezza di sfumature e transparenze.
I materiali applicati avvicinano queste opere ai collage di “Una settimana di Bondad” (1933) di Max Ernst, e non solo per l’impostazione, ma anche per l’atmosfera; una atmosfera del diciannovesimo secolo, dove abbondano i tendaggi, le malizie erotiche e gli ingegni meccanici. Con la serie Stravaganza, Mensa spingerà le simbolizzazioni della sua pittura, precedenti e nuove, al massimo della sofisticazione.
“Meccaniche, ortopediche, caricate con gas come gli areostati, con testa d’uovo rotto nel cui vuoto si recita Calderón de la Barca” (...) ” le pitture non erano molto più grandi di una tavola pitagorica e allineate come iconi sacrileghi (...). Qualsiasi ammiratore delle sue tele poteva entrare negli spazi preparati da lui: stanze da letto, stazioni, cliniche per bambole cieche, eremi dove erano segregati e minacciati i bambini della guerra di Spagna, sacrestie abilitate con depositi di parafulmini” (...)
Mensa poteva essere contemporaneamente Maupassant e Fantomas, narratore preciso e realista (...) maestro di mistificazione ma anche strumento di precisione” (...)
Fabbricante di indovinelli” (...) Contrariamente a quello che fanno i pittori surrealisti di Parigi, le sue qualità pittoriche stavano al di sopra delle soluzioni, dei meccanismi, dei capricci, di giochi d’illusionismo “(...)
(...) Un pittore capace di entrare nel sogno dei suoi contemporanei come al cinema e assistere a un film storico: la tragedia di Mayerling (...)” “le sue immagini sono i superstiti di naufragi quotidiani, pubblici e privati, dal primo capitolo della storia fino a quello che è cominciato domani(...)
“(...) Supposizioni in una pittura come la sua sono infinite e ci porterebbero alle soffitte dove si conservano strumenti magici per confonderci di più” (...)
“(...) Le sue atrocità, le sue parodie, i suoi sarcasmi, le sue ribellioni possono essere cruenti, sacrileghi, comici, simbolici”(...) Il primo passo per la nascita di un quadro è l’elezione del soggetto, da un volume di cinquecento pagine ne scelgo cinque o sei. La mia scelta si deve in parte a quel margine di casualità che esiste sempre alla nascita di un’opera; ma è anche legata ai simboli e figurazioni che formano un vero linguaggio”(...) “ L’unica fonte è stata la Illustrazione Francese dal 1890 al principio del secolo “ (...)
“Quando finalmente riesco a far parlare Carlos Mensa dei suoi quadri, sento lo scrupolo di averlo spinto a realizzare un atto impuro, un investimento, una violazione. Spingere è forse una parola troppo aggressiva per un immobilismo esterno, il suo “(...) Non conosco un silenzio più fecondo del suo”.
 
LA STRAVAGANZA, 127 Capricci di Carlos Mensa
Raffaele Carrieri / Edizione 32. Milán 1976



INFORMALISMO E PRIMI GERMOGLI ESPRESSIONISTI
Nel 1957 la scoperta della «Malinconia di autunno» (1915) di Giorgio de Chirico durante una visita a una mostra di pittori italiani a Barcellona spinge Carlos Mensa a dedicarsi alla sua vocazione più que meditata: la pittura.
Nel 1959, tramite il Cercle Maillol dell’Istituto Francese, inizia la sua amicizia con il pittore José María de Sucre che organizzerà la sua prima mostra personale a Mataró nel 1960. Con un linguaggio d’indagine plastica in divenire, influenzato dal fervore informalista dell’avanguardia artistica, Mensa presenta una serie di grandi tele astratte a olio, eseguite con uno spesso ordito raschiato, graffiate, a volte pure una miscela di terra o polvere, diversi ingredienti e una tavolozza cromatica ridotta.
Nel 1961, conosce Teo Asensio ed Enrique Maas, con cui fonda il Grupo Síntesis che, nonostante la breve durata (1961-1962), espone in varie mostre collettive e personali.
Dal Cercle Artístic de San Lluc nascerà un altro gruppo denominato Ciclo de arte de hoy , e dai tredici componenti iniziali ne resteranno appena sei: Carlos Mensa, Lluís Bosch, Joaquim Llucià, Owe Pellsjö, Amèlia Riera e Francisco Valbuena. Oltre a pubblicare i quaderni col nome del gruppo, esporranno in Spagna e all’estero, e, dal 1962, si occuperanno del Premio Internacional de Dibujo Joan Miró, nonché fonderanno le Muestras de Arte Nuevo (MAN 1964-1975).
Sebbene Mensa non fosse tra i membri più attivi, contribuì durante un triennio alla versatile attività del gruppo che aveva fatto proprio il compromesso di influire sulla società per cambiarla.
Mensa si mantiene sulla linea d’impegno sociale del gruppo, tuttavia, benché non sia mai riuscito a identificarsi del tutto col movimiento astratto informalista, affiora sempre di più il suo allontanamento dalle prese di posizioni sullo stile del collettivo. Se nel Salón de mayo del 1962 la critica continua a segnalare la sua “astrazione”, quando espone a Madrid, alla fine dello stesso anno, Mensa s’incammina verso un linguaggio della materia con una schemativa figurazione gestuale dall’evidente connotazione espressionista.
Figure antropomorfiche drammatiche e deformi, “monigotes” (pupazzi): volti, corpi a metà evidenziati da duri e grondanti colori che contribuiscono a offrirci una sensazione di rottura irrimediabile e frustrata. La critica vi ha ravvisato certe influenze di Dubuffet, di Kooning, del Saura d’inizio anni Sessanta, e perfino delle pitture del Goya.
Nel 1964 Carlos Mensa non ha ancora definito il suo linguaggio, ciononostante, non ha dubbi su quale dev’essere il lavoro di un artista: oltre il virtuosismo deve imporre un concetto alla pittura. E al tempo stesso, ci lascia una serie di “monigotes” e di figure espressioniste che possono annoverarsi nella miglior antologia della disperazione.

MAGGIORI INFORMAZIONI:
FRANCESC MIRALLES. Aproximación a la obra de Carlos Mensa. Testo per il catalogo Mensa. Palacio de la Virreina. Ayuntamiento de Barcelona, mayo 1983).

ANTONIO BENEYTO.
MENSA. Artistas españoles contemporáneos. Ministerio de Educación y Ciencia. Madrid 1977
Dalle prime prove di pittura (appresa alla Scuola di Belle Arti di Barcellona), caratterizzate da paesaggi e vedute urbane, l’artista passa ben presto ad un astrattismo libero dalla maniera d’accademia ed entra a far parte del «Postlectura», gruppo di artisti impegnati nella realizzazione di un «nuovo umanesimo», che di fatto si concretizzerà in una sola mostra, nel 1950. Grazie alla borsa di studio offertale dal Círculo Maillol, fra il 1952 e il 1953 è a Parigi. Dopo un breve rientro a Madrid, l’artista si reca nel 1956 a Milano dove espone, nel 1962, alla Galleria Pater. Il suo interesse per le questioni sociali la porta a fondare nel 1962 (assieme ad altri artisti come Josep Guinovart, Carlos Mensa, Arranz-Bravo) il gruppo «Estampa Popular Catalana», per diffondere l’arte anche tra i ceti meno abbienti, e nel ’67 (assieme al marito Ricardo Creus) l’«Arc», per incentivare e sviluppare la creatività artistica nei bambini e nei giovani. Negli anni Settanta espone più volte dipinti e incisioni, e fra il 1997 e il 1998 partecipa alla collettiva Barcelona-Madrid, 1989-1998, Sintoníes i Distancies, prima al Círculo de Bellas Artes di Madrid e poi al Centro de Cultura Contemporanea di Barcellona. "Rebelde, visionario, subversivo, insolente, en continua actitud de ruptura, su arte es, al mismo tiempo, un ejemplo de sabiduría técnica, un dominio pacientemente conquistado de la composición, el dibujo, el manejo del color, de toda esa factura material que es la horma y el cimiento de la fabulación artística. Las telas de Mensa, además de perturbarnos e inducirnos a fantasear, a meditar, a cuestionar nuestras certidumbres, nos dan también un intenso placer visual, colman nuestros deseos sensibles, por su riqueza formal, la plenitud de sus imágenes y la infinita matización que advertimos en sus líneas, formas y colores. Por eso de esta obra se puede asegurar, metiendo las manos al fuego si hace falta, que aunque él no esté ya entre nosotros, ella seguirá creciendo".
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Gli ingredienti sono quelli classici dell’  più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico  che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche, chiese e santuari, il suo verde e il suo .  
Giulianova
 Spiaggia nota, come "spiaggia d'oro del medio Adriatico", oltre a sottolineare ciò che della Città è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.

 una terra tutta da scoprire e... tutta da gustare....
 
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