Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Mimmo GERMANÀ - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Mimmo GERMANÀ

Museo > Mimmo Germanà

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
Nato a Catania (1944 – Milano 1992), emerge all’inizio degli anni Ottanta con la Transavanguardia, termine col quale il critico Achille Bonito Oliva designa un gruppetto di artisti italiani che rilanciano una pittura di figurazione "calda", visionaria, dai colori fauve, che recupera spunti e citazioni senza progetto anche dall’arte del passato, dopo i "freddi" anni Settanta dell’arte concettuale. A questo recupero della pittura, con Cucchi, Chia, Clemente, Paladino, De Maria, l’artista siciliano (autodidatta di formazione) partecipa con una personale carica di immaginazione di stampo popolaresco, "ingenuo", con forti cadenze simboliche. "Una fantasia abbagliante, colorata, rapida, di gialli, rossi, blu" scrive Francesco Gallo, siciliano anche lui, commemorando l’amico morto per Aids a soli 48 anni. Una sorta di espressionismo mediterraneo, che coniugava il primitivismo delle forme con la carica dionisiaca dei colori intensi e delle materie forti per comporre scene di sentore mitico. Questa energia fantastica (qualcuno lo ha definito "lo Chagall italiano") gli valse – già nel 1980 – la partecipazione alla Biennale di Venezia. Nel 1987 viene assegnato il Premio Gallarate a quest' artista dalla personalità complessa, anticonformista e tenace, i cui temi fondamentali sono figure di donne dai caratteristici volti ovali ed incantevoli paesaggi mediterranei, propri del suo vocabolario iconografico. Secondo S. Grasso, è il " James Dean dell'arte perché ha sempre optato per una pittura forte..." , mentre per Del Vecchio è " un centauro della pennellata, di un segno avventuroso... " ed A .Bonito Oliva scrive : " un ritmo scorrevole regge la sua pittura , fatto di spessore e pennellate dense, di colori cupi e di materie forti".
Mimmo Germanà (Catania 1944 - Busto Arsizio 1992). Pittore autodidatta, dopo un periodo di ricerca orientata verso lo spazio-ambiente si afferma alla Biennale di Venezia del 1980. Da questo punto in poi entra a far parte della Transavanguardia, termine col quale il critico Achille Bonito Oliva designa un gruppo di artisti italiani che rilanciano una pittura di figurazione “calda”, visionaria, dai colori fauve, che recupera spunti e citazioni senza progetto anche dall’arte del passato, dopo i “freddi” anni Settanta dell’arte concettuale. A questo recupero della pittura, partecipano anche Cucchi, Chia, Clemente, Paladino e De Maria. Germanà diventa quindi uno dei primari protagonisti di questa corrente ed espone in vari Musei, dall'Europa all'America, e solo il riserbo e la timidezza, che da sempre hanno caratterizzato la sua capacità di assentarsi dal mondo dell'arte, non lo trasformeranno in protagonista assoluto. Non a caso nel 1987 gli viene assegnato il Premio Gallarate come artista dalla personalità complessa, anticonformista e tenace, i cui temi fondamentali sono figure di donne dai caratteristici volti ovali ed incantevoli paesaggi mediterranei, propri del suo vocabolario iconografico. Achille Bonito Oliva é stato il critico che più ha creduto in lui esaltando il " ritmo scorrevole che regge la sua pittura, fatto di spessore e pennellate dense, di colori cupi e di materie forti". Bibliografia Francesco Gallo, Mimmo Germanà. Sogno poetico, Istituto Europeo Promozione Arte Contemporanea Editore, 2006 Catalogo della Mostra Germanà, Palazzo Barberini, Roma.
 
 Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova
Espone l'artista Mimmo GERMINA'
HomeNote Biografiche

La "Fondazione Museo d'Arte dello Splendore" di Giulianova (Te), presenta le opere dell'artista Mimmo GERMANA'.

La mostra si è conclusa con grande successo.
MAS "MUSEO D'ARTE DELLO SPLENDORE" GIULIANOVA
Viale dello Splendore n° 112 - 64021 Giulianova (Te)

Al MAS l'artista Mimmo GERMINA'

CRITICA

Pictor Segretus
Mimmo Germanà appartiene, come amico e come artista, alla mia storia personale, alla mia biografia intellettuale, alla concezione della critica come ricerca della qualità che vive nella differenza degli idola specus e degli idola fori, nell’insoddisfazione del presente che viene proiettata nelle escursioni dell’immaginario, dall’invenzione concettuale al trovamento del genius loci, già da molti anni, molti anni prima della sua immatura morte. Gli anni di Catania, della fiducia nel futuro, del disordinato calcolo delle speranze, poi gli anni di Milano,della realizzazione concreta di tante promesse, del successo, ma anche di tante disillusioni, del dramma della vita, di una bella estate sulla spiaggia di Capo d’Orlando e poi nel punteggio della malattia e l’ultima mostra. (... continua)

Le opere dell'aRTISTA MIMMO GERMINA'

(... continua) CRITICA

Una conoscenza che viene da lontano, che ha raccolto le confidenze dell’uomo e quelle dell’artista, seguendone le fasi della felicità creativa e comunicativa e quelle della disperazione, in una pendolarità irreparabile che ne ha contrassegnato la singolarità e la relativa maledizione di vita, la sostanziale segretezza.
Non gli è mai mancata l’attenzione della critica più avvertita, in una valutazione alta del suo lavoro,della sua qualità di pittore, dell’elevatezza del suo drammatico e dissimulante spirito poetico, questo è vero, ma con tutto ciò, bisogna dire che c’è ancora, un’ampia zona da decifrare,un ampio margine di crescita, per raggiungere, quello che a me, ma non solo, sembra, il suo merito e comprendere la sua originalità.
Probabilmente,in tutto ciò, ha influito la sua grande generosità, la sua illimitata fiducia nelle persone, tante volte,anche a dispetto delle esperienze negative, perché quello che più gli interessava, era di poter lavorare, di dipingere, in maniera quasi ossessiva, per dare sfogo ad una passione, quella di mettere in scena il quadro della sua fantasia.
Una fantasia abbagliante, colorata, rapida, di gialli, di rossi, di blu, quasi disarticolati nella rapidità d’impatto, con cui vengono sbattuti sulla tela, solo quando lavora su carta, il segno diventa dolce, suadente, carezzevole, a conferma del fatto che la sua gestualità è parte integrante di una personalità, di un habitus e non della mancanza di regole d’arte.
Quella di Germanà è, nonostante tutto, nonostante le apparenze, una sintassi rigorosa della sua scelta espressionistica, della scelta per la pittura d’impatto, che è la più adatta al suo stile onirico e trasognato, di una pittura che venendo da Monet ha trattenuto la vena rapida e immediata del rapporto con la luce, vissuta nella sua fase di maggiore vivacità, nel momento dello zenit, momento in cui le tonalità sono bandite e sembra debbano uscire le sagome di Matisse e di Feininger, le pose femminili di Max Pechstein, con il loro carico alcolico e sessuale, in alcuni momenti anche la cromatica di Jawlensky, più che quella dei suoi compagni di viaggio degli anni ottanta, Chia, Cucchi, Paladino, Clemente, De Maria.
Germanà mette insieme l’ispirazione del momento, quella che gli è dettata dalla particolare emozione, la sollecitazione del fare, con la mediazione della memoria, con il ricordo dell’immaginario storico complessivo, del transito delle avanguardie, perché in lui convivono diversi aspetti di personalità che, di volta in volta, prevalgono le une sulle altre, ma sempre nel corpus di un modo di vedere le cose, in un suo modo fantastico, poetico.
La fondazione del suo lavoro artistico, ha una connessione netta con un suo ritorno alla pittura ricca di umori, di sollecitazioni, vissuta in un primitivismo delle forme che maschera una genealogia colta, quasi una filologia, che si carica di tutto un potenziale, nello stesso tempo, dialogico e conflittuale, disteso nella coazione a ripetere, in un infinito dialogo, in un infinito conflitto, ripetere lo stesso volto, ripetere lo stesso gesto, su corpi e corpi, di una mitologica nudità, nelle sembianze di una Venere nascente, adagiata in un soffice cuscino di colore a simulazione di un mare carezzevole, di una natura avvolgente.
Germanà si scopre amante del mito delle origini, con l’immagine che vaga nell’intrigato labirinto di una natura panica, soverchiante, antecedente ogni geometrica limitazione del luogo, da naturale a culturale, come si addice ad un temperamento dolce ma ribelle.
C’è una gioia d’essere primitivo, uno sforzo ad esserlo veramente, o per lo meno a sembrarlo, poggiandosi su un certo automatismo gestuale che non tiene niente per sé, ma lancia tutto nell’arena del combattimento, senza riserve e senza infingimenti, con spirito di aperta e confessata trasgressione, di liberazione, affidando alle opere un compito maieutico e salvifico, ma nell’immediatezza, tirandosi fuori dalla testa quello che c’è, quello che capita, immortalandolo sulla tela o sulla carta.
La sua finisce con l’essere una strana ricostruzione della nostra natura e di quella delle cose, di quella viva o di quella morta, intesa come grande madre del tutto, alterando tutte le connotazioni in maniera caricaturale, in un senso anticlassico, che oggi possiamo ritenere testimonianza di una stagione importante della nostra storia dell’arte, in quanto ha segnato il ritorno della pittura in quanto tale e nella piena legittimazione dello spirito della libertà che porta dal labirinto al sublime.
Uno spirito difficile da seguire, perché con esso non ci sono mai mete sicure, ma luoghi in cui è difficile orientarsi, perché lo stesso spirito della ricerca si desta da se stesso e diventa causa sui e ogni luogo diventa nessun luogo e tutti i luoghi, sicchè gli spiriti deboli possono smarrirsi o diventare monotoni avvolgitori di spirali mortali, banali decoratori di verità consumate, mentre Germanà non finisce di sollecitare il nostro sguardo a posizionarsi tra la aulicità della contemplazione e lo sforzo straziante dell’attraversamento.
Germanà, per certi versi, è accanto alla poetica di Breton, quando sollecita un certo surrealismo automatico, in direzione di una freschezza espressiva, che è gioia del colore e vibrazione del segno, immediatezza della mano a rispondere ad uno stimolo della mente.
Perché la sua pittura si inscrive in una linea plastica di contorni che vengono riempiti di colore e in questo senso si può cogliere un’ascendenza da Guttuso, maestro colorista per eccellenza, la cui lezione è stampata a lettere cubitali nella tradizione italiana, anche se tanti fingono di non essersene accorti, egli è stato come l’aria, la si è respirata.
In apparenza lontano dal realismo guttusiano, Germanà finisce col coglierne la valenza più ricca e profonda, che affonda nella luce marina della forza mediterranea, che va da una Grecia ad una Sicilia, di un eros avvertito come canto dionisiaco, capace di suscitare i colori, i sapori, le visioni, di una struttura antropologica che sa di eternità, quella che s’inebria di tutto ma non appartiene a nessuno, perché è vaporosa evanescenza che non vive nella realtà quotidiana, del giorno per giorno, ma è creatura dello specchio, nella sua interezza favolosa, ma anche della sua frantumazione.
Un’interezza che, infatti, si può facilmente frantumare in corrispondenza ad un destino di illusione e disillusione, al cui capo c’è la dissoluzione del sentimento, in una fusione avvolgente, aggrovigliata, nella metamorfosi di un paesaggio, nell’infinitezza di un’onda, entrambe metafora di un’instabilità apparente, perchè in realtà appartenenti alle evoluzioni, alle mimetizzazioni di un universo concluso, ma non per questo meno avvincenti nella possibilità d’inganno che fa sembrare identità ogni alterità e rovescia ogni alterità in identità, instaurando una circolarità irregolare, che non si rende conto di se stessa, ma procede nei luoghi inesplorati della mente, come farebbe in una grande e sconosciuta isola del sogno ad occhi aperti, in una fascinazione sublime.
Germanà è l’espressione di una genialità mimetica che sfida le ombre come forme di corruzione della fantasia e del pensiero, con la forza della luce e del gesto,in una immediatezza che è figlia di un padroneggiamento intellettuale e materiale del mezzo espressivo, perché in fin dei conti è questo che conta, il modo di raccontare, l’atteggiamento nei confronti delle cose da dire e non le cose in se stesse.
La scelta dell’argomento è soggetta all’arbitrio dell’artista, così come il modo di presentarlo e qui si mostra tutto il rischio della leggerezza, fondato su un quid che sposta l’asse del giudizio e lo dirige in una direzione piuttosto che in un'altra, sperando di restare impigliato nella rete dell’eclettismo contemporaneo, che ammette ritorni, ma non ritocchi e aggiustamenti, in grande enigmaticità, come è possibile in un immaginario che non prescrive i dogmi della civiltà, ma si mostra nella nudità di un luogo originario, dove non sono previste le repressioni del sogno e le censure del desiderio.
Nel gioco formale dei quadri di Mimmo Germanà, tutto si svolge in un gioco libero capace di fondare comportamenti stilistici, come altre volte si sono formati, ma ogni volta è diverso, ogni volta è come se fosse la prima volta e paradossalmente più si è nella filologia e nella genealogia e più si corre il rischio di essere originali.
L’originalità di Germanà è in questo suo essere nel ritmo del linguaggio attuale, seppure con quel margine di anacronismo che crea la differenza di potenziale e quindi lo scorrimento dei significati, nella trama di un discorso polisemico, per cui un volto è un volto, una natura morta una natura morta, ma tante cose contemporaneamente, quante ne suggerisce la fantasia di chi guarda.
E’ quel tratto di opera aperta che si nutre di non finito, in quel palcoscenico a cui tutti vogliamo appartenere, per dire la nostra seguendo il nostro gusto, per finire temporaneamente l’opera, in attesa che poi altri lo facciano ancora.
Germanà è nella trama del discorso che ci avvolge come un’aura, nel senso e nel significato, per cui torna a noi come spirito vagante, come variazione di un modulo formale romantico, che è all’origine di questo barocco sui generis, che abolisce il centro del quadro, per disseminarlo dappertutto, in un moto rotatorio a spirale, dove possono avvenire stacchi netti o spostamenti appena percettibili.
Germanà ci appartiene in toto, come spirito italiano che circola nelle vene di una figuratività che è nel nostro costume profondo, in una sfera trasparente dove si vedono le sfumature di un mondo considerato come forma della mutevolezza, in cui il contenuto può apparire di assoluta immobilità (è solo questione di distanza, di scala di valori) ma è di esorbitante passione tattile, pulsionale, viscerale.
Perché c’è una componente che appartiene al profondo, alla rimozione, là dove agiscono i fantasmi, quelli che mutano ad ogni soffio di vento ad ogni sfumatura della luce, che non hanno mai rotto i cordoni ombelicali con il proprio autore, che li ha suscitati, lavorando alchemicamente su materiali vili e trasformandoli in oggetti del desiderio,con la complessa personalità dell’artista, immerso costantemente in una condizione mediana, tra la fisica e la metafisica, nel senso d’essere in parte cosparsa di sudore, di cospirazione organica, in parte liberata da ogni legame materiale, come purezza e visibilità.
Francesco Gallo
Mimmo Germanà | Intimismo mitico. È con una mostra di Mimmo Germanà che la Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte di Catania (S.G.La Punta) – istituzione attiva nella valorizzazione dei quattro fondi patrimoniali di cui dispone (il parco dell’arte che fa parte del circuito di Grandi Giardini Italiani; la sezione di opere d’arte moderna e contemporanea; la collezione di abiti d’epoca e di libri antichi) e nella promozione artistica attraverso l’organizzazione di attività ed eventi culturali – celebra, il 17 giugno alle ore 18.00,il decimo anniversario della sua istituzione, fortemente voluta dall’artista Elena La Verde. Sarà proprio una personale di un pittore autodidatta catanese di fama internazionale, esponente della Transavanguardia, a rendere omaggio a questi primi dieci anni di attività culturale promossa dai due presidenti che si sono succeduti, Elena La Verde e il prof. Alfredo La Malfa. Mimmo Germanà (Catania 1944 – Busto Arsizio 1992) diventa uno dei protagonisti, insieme a Enzo Cucchi, Sandro Chia, Francesco Clemente, Mimmo Paladino e Nicola De Maria, della Transavanguardia, movimento artistico – così denominato dal critico Achille Bonito Oliva – affermatosi negli anni ’80 con l’intento di “rilanciare” la pittura in risposta all’arte concettuale che negli anni ’70 aveva dominato la scena artistica internazionale. Lo stesso Achille Bonito Oliva scrive di Germanà che “un ritmo scorrevole regge la sua pittura, fatto di spessore e pennellate dense, di colori cupi e di materie forti…”. Il titolo “Mimmo Germanà. Intimismo mitico” rimanda a due aspetti molto presenti nella ricerca del pittore, ovvero, il suo mondo interiore e la simbologia mitologica, rappresentati in mostra da una cospicua selezione di lavori che ripercorrendo il decennio che va dal 1980 al 1991, seguono l’evoluzione stilistica e tematica della ricerca di Mimmo Germanà, pittore prematuramente scomparso all’età di quarantotto anni e apostrofato dal critico Salvatore Grasso come “lo Chagall italiano”. «Se il punto di partenza dell’arte di Mimmo Germanà, quella del decennio e poco più che l’ha reso noto, tra il 1980 e i primi del Novanta, che è rappresentato in questa bella mostra – spiega lo storico dell’arte Giorgio Agnisola – è indiscutibilmente la pittura, quella piena e densa, cromaticamente ed emozionalmente, sul piano espressivo la sua pronuncia muove da un sentire sensuale e psicologico dell’universo intimo, popolato di fiabe e di miti. Una sensualità piena e carnale ma anche ondivaga, pansessuale, specchiata nella natura, ma anche psicologica, espressa come avvertimento di interiorità, non solo come pulsione inconscia ma come condizione dell’essenza, come espressione vitale. Lo si intuisce leggendo i suoi ritratti così intensi nella retroflessione dello sguardo, così intimi e drammatici, così persistenti nell’onda di una intuizione visiva che trasmette una ulteriorità sensitiva e una ispirazione che va ben oltre lo sguardo e penetra il cuore e l’anima». Le opere saranno esposte, insieme al tavolo da lavoro dell’artista, presso due spazi della fondazione così da creare contemporaneamente due percorsi di fruizione: uno interno alla mostra, e uno in dialogo con gli spazi che la ospitano. La mostra, realizzata in collaborazione con la Collezione Mimmo Germanà, realtà che intende svolgere attività di ricerca, studio, divulgazione delle opere di Germanà in Italia e all’estero, allo scopo di favorire una ricostruzione documentaria, filologica e storica sul suo percorso artistico. “Mimmo Germanà. Intimismo mitico” sarà in permanenza negli spazi della Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte fino all’11 novembre 2018 e sarà visitabile su prenotazione da giugno a novembre, attraverso dei percorsi in visita guidata e dei laboratori didattici creati ad hoc per la mostra e suddivisi per tipologia di pubblico e di interessi, volti ad avvicinare sempre di più il grande pubblico al linguaggio dell’arte moderna e contemporanea, coerentemente con la mission dell’istituzione presieduta da Alfredo La Malfa. Sarà, inoltre, realizzato un catalogo in cui sarà presente un testo del critico Giorgio Agnisola.
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Gli ingredienti sono quelli classici dell’  più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico  che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche, chiese e santuari, il suo verde e il suo .  
Giulianova
 Spiaggia nota, come "spiaggia d'oro del medio Adriatico", oltre a sottolineare ciò che della Città è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.

 una terra tutta da scoprire e... tutta da gustare....
 
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