Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone: La scuola di Posillipo - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone: La scuola di Posillipo

Museo > La scuola di Posillipo

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L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


La scuola
di Posillipo
Al Mas, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 18 luglio al 12 settembre 1999, “La Scuola di Posillipo e il paesaggio napoletano dell’Ottocento”, dipinti della Pinacoteca Comunale di Giulianova, a cura di Carlo Fabrizio Carli.
“La Scuola di Posillipo” e dintorni
 
La Raccolta di Bindi
Vincenzo Bindi (1852-1928), genero di Gonsalvo Carelli (ne aveva sposato la figlia Rosina), in data 3 ottobre 1927 dispose il lascito alla città natale di Giulianova della propria cospicua raccolta d’arte. Di questa, nel nutrito testo del legato testamentario, descrisse accuratamente 377 opere, di 115 artisti. La raccolta si dispiega su coordinate cronologicamente assai ampie, spaziando dal XVII secolo — a cominciare da Jusepe de Ribera, detto Lo Spagnoletto, cui sono attribuite tre opere, due piccoli oli e un disegno, — fino al secondo decennio del Novecento.

Pasquale Celommi, La lavandaia, olio su tavola, cm.34x22, firmato.

Un prevalente filone d’interesse può essere individuato al suo interno, quello della scuola napoletana (più esattamente, di artisti meridionali formatisi a Napoli), dai primi esordi ottocenteschi agli estremi esiti protonovecenteschi. Un nucleo ancora più compatto è costituito dal paesaggismo partenopeo della cosiddetta “Scuola di Posillipo”, idealmente prolungatosi nella successiva, dilatata vicenda della “Scuola di Resìna” e della sua eredità. Particolare spazio è dedicato alla dinastia pittorica dei Carelli, in special modo a Raffaele e Gonsalvo, che in essa sono di gran lunga gli artisti più rappresentati.
Va comunque precisato che, soprattutto per quanto riguarda l’Ottocento, risultano presenti nella Raccolta Bindi molti altri artisti senz’altro estranei al paesaggismo napoletano, così da offrire un singolare, seppure naturalmente lacunoso, diorama della pittura italiana del XIX secolo.
Vincenzo Bindi, giornalista e critico d’arte (L’arte e la XII Esposizione Promotrice di Napoli, 1876; Artisti Abruzzesi, 1883; L’arte del paesaggio a Napoli, 1884; Castel San Flaviano e alcuni monumenti d’Arte negli Abruzzi, 1882; Monumenti storici ed artistici degli Abruzzi, 1889; Pagliaccetti scultore, 1916; Gennaro Della Monica, 1917; etc.), padre di Enrico (1875-1902), anch’egli pittore, affidò ad un volume autobiografico —Arte, storia, ricordi—, pubblicato nel 1886 le sue riflessioni sulla pittura di paesaggio a Napoli e sulla tecnica prediletta — l’acquerello —,oltre a notazioni di prima mano, basate su incontri personali e tradizioni familiari.
 
La mostra
L’esposizione che si presenta ha un carattere eminentemente pratico. La si potrebbe definire “mostra di cantiere” — con locuzione oggi di moda — se fosse collegata ad un riordino della sede museale o al restauro delle opere.

Gonsalvo Carelli, Allegoria di primavera, olio su tela, cm. 55x42, firmato.

Purtroppo nulla di ciò risulta in corso e, forse, neppure in vista. Essa risponde, nondimeno ad un’istanza contingente ma di sacrosanta evidenza: quella di restituire alla comunità, al pubblico godimento degli abitanti di Giulianova, ma anche dei molti turisti che gravitano sul territorio nei mesi estivi, una selezione di dipinti della Raccolta Bindi, da molti anni preclusa alla visita. Non si nasconde, del resto, l’ambizione che la mostra possa giovare ad una sollecita riapertura della Pinacoteca, previa dotazione di standard adeguati per la conservazione e la fruizione, come pure di quei servizi (biblioteca, archivio per i disegni e le opere su carta) che non tollerano un’esposizione permanente. Ma anche che il momento espositivo valga a sottolineare l’esigenza di un intervento di restauro, di cui molti pezzi della Raccolta Bindi mostrano urgente bisogno.
Testimonianza del radicamento del Museo d’Arte dello Splendore sul territorio, la mostra porta un contributo concreto a quella collaborazione tra istituzioni pubbliche (nella fattispecie il Comune di Giulianova) e private, di cui si parla più che attivarla. Per quanto attiene all’ambito specifico della mostra, si è operato selezionando un nucleo di un’ottantina di opere, che consentono di mettere a fuoco, all’interno della Raccolta Bindi, quel prevalente versante del paesaggismo napoletano, di cui si è detto, a partire dalla “Scuola di Posillipo”, e riservando particolare attenzione alla dinastia dei Carelli: Raffaele, Gonsalvo, Achille, Gabriele, Giuseppe.
La personalità di Gonsalvo, riesce realmente centrale nell’economia dell’esposizione, non soltanto per il peso numerico delle opere, ma altresì in quanto — prendendo le mosse dall’eredità del padre Raffaele e del nucleo iniziale della “Scuola di Posillipo” gli “apre” al verismo agreste di Filippo Palizzi e alla lunga vicenda realista, destinata a spingersi fino al Novecento iniziato e, magari, inoltrato, fino ai Ricciardi e ai Casciaro. Vicenda realista che, del resto, alla sua scaturigine prima, si origina quale reazione allo spiritualismo inquieto, e talvolta perfino morboso, di Morelli.
La duplice discendenza — di cui si dirà più avanti — della “Scuola di Posillipo” dalla pittura seicentesca “del vero” e dal realismo di discendenza nordica, avrebbe potuto trovare conferma nell’esordio espositivo con Salvator Rosa e Philipp Hackert. Purtroppo, gli unici due pezzi attribuibili ai due Maestri presenti nella Raccolta Bindi, non sono tali da poter recare concreta conferma alla tesi. Si è pertanto preferito iniziare la mostra con una minuscola, ma eloquente, tempera di Volaire.
Un’ultima, fondamentale precisazione: i tempi ridotti con cui è stata ideata l’esposizione e il suo stesso “taglio”, cui si è sopra accennato, hanno fatto accantonare ogni volontà di verifica e revisione delle attribuzioni e dei dati filologici relativi alle opere esposte. Sono stati pertanto interlocutoriamente recepiti i dati riportati nella monografia: Vincenzo Bindi, La Scuola di Posillipo - Pinacoteca Civica di Giulianova, Torino, Gruppo Editoriale Forma, 1983, pur nella consapevolezza della necessità di tale revisione.
Ci si è limitati a rettificare delle palesi sviste, come l’attribuzione a Giovanni Lanza del disegno: Piazza del Carmine a Napoli (pag. 120) che è invece di Achille Vianelli, il quale si è invece visto attribuire un disegno — peraltro in rovinose condizioni di conservazione e di quasi identico titolo — del Lanza; ovvero a correggere delle misure vistosamente errate.
 
L’itinerario espositivo
La “Scuola di Posillipo”: una pattuglia di pittori che affidavano, perlopiù a tavolette o piccole tele, delle inquadrature veloci, sintetiche, ma incantate, del Golfo di Napoli. Impressioni di forte adesione sentimentale prese dal vero, tutte pervase dal fascino aureolato dalla leggenda di quei siti, oggi e più ancora allora, sublimi; immagini di una nuova Arcadia felice.

Salvatore Fergola, Edificio scozzese, olio su tela, cm. 46x35, attribuito.

Quadretti intrisi di una luce dorata, che contrastavano dichiaratamente con la pittura “alta”, solenne “costruita” degli artisti “accademici”. Ed erano stati proprio questi ultimi a coniare per spregio la sigla di “Scuola di Posillipo”, dal luogo. dove essi preferivano lavorare ed avere studio, per stare più vicino ai loro principali clienti, i turisti stranieri, che di Napoli volevano recarsi a casa almeno un’evocazione, un souvenir. Pur con tutta la sua carica innovativa, il “posillipismo” non si originava accidentalmente (nulla di accidentale s’è mai dato nella storia, e tanto meno nella storia dell’arte), privo di radici nella cultura figurativa partenopea. Duplice riesce infatti l’innervamento della “Scuola di Posillipo”: da una parte, affondando nella vicenda seicentesca del “vero”, in Salvator Rosa e Marzio Masturzio in particolare, che — come riferisce il biografo settecentesco De Dominici, opportunamente citato da Raffaello Causa — “andavano ambedue in barchetta disegnando belle vedute della deliziosa riviera di Posillipo, e verso Pozzuoli, che poi Salvatore cresciuto in età anche solea dipingere, e Marzio le copiava. Anzicché portava la tavolozza con le carte imprimite, ovvero pezzi di tela nella barca acciocchè quegli le colorisse...”.
Dall’altra, la riconnessione avveniva con un nutrito stuolo di artisti d’origine nordica, che avevano a lungo soggiornato a Napoli, effigiandone gli scenari; Gaspar van Wittel in primo luogo, caposcuola di un vedutismo terso e attentissimo ai dettagli fenomenici, del tutto innovativo rispetto alla superstite eredità seicentesca. E poi, fra i tanti, pittori inglesi (Wright of Derby, Jones, Cozens), francesi (Joseph-Claude Vernet, Manglard, Boguet, e quel Chevalier Volaire, di cui si espone in mostra una tipica, seppure minuscola, notturna Eruzione del Vesuvio), e tedeschi, con in prima fila Philipp Hackert, che a Napoli si trattenne addirittura diciassette anni, fino ad essere messo in fuga dalla paura provocatagli dalla rivoluzione giacobina del 1799. E ben inteso non l’Hackert cronista minuzioso dei porti del Regno Borbonico e delle scene di Corte, ma l’acquerellista dai lievi colori pastello e dalle trasparenze che già preannunciano il gusto neoclassico.
Per singolare concordanza, toccò proprio ad un altro nordico, all’olandese Anton Sminck van Pitloo di assolvere il ruolo di caposcuola e di elemento catalizzatore della vicenda posillipista. La lunga disputa su chi ne fosse stato, in realtà, l’iniziatore, se Pitloo o Gigante — quest’ultimo, comunque, l’esponente più rilevante dell’intera Scuola — è stata da tempo risolta, dalla verificata priorità dell’olandese.
È il tempo del trapasso tra l’amministrazione murattiana e la restaurazione borbonica: Pitloo, che ha avuto occasione di vedere molto a Parigi e Roma, arriva a Napoli — le prime opere ce lo attestano — ancora impacciato e indeciso sulla via da intraprendere. È qui che, assunti e lasciati decantare i vari apporti, mette a punto il proprio stile. Apre una scuola privata di pittura, in cui si ritroveranno un po’ tutti i sodali dell’avventura posillipista: Gigante, Smargiassi, Raffaele Carelli, Vianelli. Più tardi, sull’onda del successo, avrà anche modo di approdare come professore al Reale Isdtuto.
Un’esistenza breve, quella di Pitloo, troncata a soli 47 anni dall’epidemia di colera; vissuta attraverso un’Europa che conosce grandi nomi: da Constable a Turner (che passa per Napoli e che, nel 1828, tiene la celebre mostra a Roma), a Corot. In questo contesto, Pitloo elabora il suo linguaggio svelto e sintetico, una pittura atmosferica che conquista i contemporanei. Ad osservare bene le composizioni dell’artista, se ne possono individuare le eredità e gli apporti, debiti e crediti. Anche Pitloo è incamminato sul percorso più complesso che conduce ad elaborate il concetto di paesaggio romantico.
A fianco dell’olandese, un altro straniero, il belga Frans Vervloet, occupa un posto di tutto rilievo negli esordi della Scuola, che si conferma pertanto, non soltanto nient’affatto provinciale, ma anzi dotata di un respiro europeo. Purtroppo nessun “pezzo” di Vervloet appartiene alla Raccolta Bindi. E questa non costituisce l’unica assenza di rilievo. Se possibile, ancor più dolorosa riesce quella di Smargiassi; l’abruzzese, il vastese Smargiassi, posillipista della prima ora, avanti di mutar fronte e di trasformarsi in esponente accademico. Ed assente è anche il barone Pasquale Mattei, un posillipista “minore”, certo; ma che di Pitloo si sarebbe fatto anche primo e scrupoloso biografo.
Ma, come s’è già detto, il vertice qualitativo, non soltanto degli “anziani della Scuola di Posillipo” (Ortolani), vale a dire del suo nucleo originario e più coerente, ma dell’intera pittura napoletana di paesaggio, si raggiunge con Giacinto Gigante: personalità di primaria rilevanza nella vicenda della pittura italiana del XIX secolo.
Gigante, che prende le mosse dall’umile, ma prezioso per la sua formazione, lavoro di disegnatore presso il Real Officio Topografico, conduce infatti a compiuta risoluzione le intuizioni pitloiane sulla pittura d’atmosfera, sul paesaggio quale testimonianza di stati d’animo: in questo senso, egli può essere considerato realmente uno dei grandi interpreti del paesaggio romantico.
Grande colorista, Gigante dette il meglio di sé, più che con l’olio, con l’acquerello, spesso qua e là irrobustito da interventi a tempera; talvolta perfino da guizzi di gessetto. In questa tecnica, il maestro napoletano raggiunse esiti di virtuosismo strepitoso. Purtroppo, nella Raccolta Bindi, quanto è attribuito a Gigante — a parte problemi filologici che restano aperti, e su cui deliberatamente ci esimiamo dall’entrare in questa sede — non restituisce la statura superlativa dell’artista, a parte la minuscola tavoletta Amalfi, che rivela comunque un tocco magistrale.
Al contrario, risulta fitta la presenza nella Raccolta Bindi, e quindi in mostra, dei Carelli: di Raffaele, in particolare di Gonsalvo, di Achille, di Gabriele, e infine di Giuseppe, figlio di Gonsalvo e rappresentante dell’estrema generazione di questa celebre dinastia di pittori. Densità di presenza, giustificata dai legami di parentela che sussistevano tra Bindi e Gonsalvo Carelli (il critico ne aveva sposata la figlia Rosina).
Di Raffaele, dunque, evocato visivamente negli ultimi anni di vita da Giuseppe Fagnani, si espone una sequenza di piccoli, vivacissimi ritratti e una coppia di paesaggi posillipisti — Il porto di Pozzuoli, il porto di Castellammare — immancabili presenze in ogni rassegna che si rispetti di paesaggismo partenopeo. In un circuito, tutto sommato, modesto appaiono confinati Achille e Gabriele, figli di Raffaele, rassegnati a vivere all’ombra dei posillipisti più famosi. Come resistere alla tentazione di scorgere nell’interno di una chiesa di Gabriele l’eco — ben pallida, del resto — degli interni di chiese napoletane, cui attendeva Giacinto Gigante nell’ultima porzione di esistenza, dopo la celebre Cappella del Museo dì San Gennaro, commissionata nel 1863 a lui, notoriamente fedele ai Borboni e maestro di disegno delle figlie di Francesco I, da Vittorio Emanuele II, quasi a volerne acquistare la benevolenza?
E a Gonsalvo Carelli, autentico mattatore dell’esposizione (se ne espongono 17 dipinti), tipico esponente di artista dalla vita avventurosa, clichè così caro ai romantici, tocca marcare il trapasso dalla temperie posillipista (esemplare a questo riguardo il Paesaggio giustamente apprezzato da Causa) alla nuova attitudine verista, interpretata da Filippo Palizzi (altrettanto esemplare Capre).
Molti dei personaggi “minori” della “Scuola di Posillipo” sono documentati nella Raccolta Bindi, nonostante la sopravvenuta rarità delle loro testimonianze pittoriche, già lamentata da Raffaello Causa. Nel tempo, ma comunque precocemente, con un meccanismo perverso di attribuzioni approssimative o mendaci, e di firme false, molti loro dipinti sono finiti in carico ai due esponenti maggiori del movimento, incessantemente richiesti dai collezionisti e dal mercato.
Purtroppo, per alcuni di essi si è dovuto rinunciare ad esporre delle opere presenti nella raccolta, a causa del pessimo stato di conservazione delle stesse. Così con i due disegni, ormai del tutto illeggibili per la prolungata esposizione alla luce, di Giovanni Lanza; o con l’unico olio di Giovanni Serritelli; e, più dolorosa rinuncia, con la Marina di Capri di Duclère, interessata da preoccupanti distacchi di vernice. C’è, quindi, Duclère, il genero di Pitloo e il pittore, forse, più fedele nel tempo al suo stile e alle cadenze posillipiste; c’è Achille Vianelli, seppure rappresentato da un solo disegno. 
E non mancano neppure Vincenzo Franceschini, con due accuratissimi studi dal vero, e Alessandro La Volpe, con una coppia di telette assai interessanti, di cui soprattutto il Paesaggio costituisce una tipica testimonianza di quelle dorate e incantate inquadrature marine, tipicamente espresse dai posillipisti.

Gonsalvo Carelli, Ruderi con affreschi, olio su tela, cm. 105x86, firmato.

Accanto alla vicenda posillipista, trovano spazio pagine autonome, eppure in qualche misura a quella collegate. Così Giuseppe Bonolis, che in nulla può essere ricondotto ad interessi paesaggistici — lui cultore del ritratto e, più tardi, di tematiche storicomitologiche —, è però anche il propugnatore di una più libera didattica artistica. Posizione che lo condurrà ad aprire nel 1841 una scuola indipendente dal Real Istituto, frequentata da molti artisti destinati alla fama, a cominciare da Filippo Palizzi, e a farsi teorico delle sue idee in due pubblicazioni di “taglio” teorico. Salvatore Fergola era addirittura il pittore della corte borbonica, l’autore dei grandi quadri “ufficiali”, celebranti le solenni cerimonie inaugurali, le iniziative produttive promosse dal Sovrano delle Due Sicilie. Attitudine remotissima dagli intenti dei posillipisti, tanto più che Fergola era tuttora attestato su registri “alti” e classicheggianti del paesaggio. Eppure le cose non dovevano essere così chiare e definite, se è vero che i due fratelli e il figlio stesso di Salvatore — Alessandro e i due Francesco Fergola — si accostarono senz’altro alla “Scuola di Posillipo”. Del resto, lo stesso Salvatore, caduto il regno borbonico, avrebbe finito col dedicarsi proprio al genere delle “marine”. Presenza di meno agevole inquadratura è quella di Horace Vernet, di cui si espone un’insolita composizione di genere. Senza dimenticare che era toccato proprio ad un suo antenato — Claude-Joseph — di essere uno degli iniziatori, a partire dagli anni Cinquanta del Settecento, del genere vedutistico a Napoli, il gusto lieve dell’aneddoto, su registri pittorici memori della locale tradizione seicentista proprio della piccola tela che è in mostra, non doveva certo dispiacere agli ambienti antiaccademici partenopei. Con Palizzi, la vicenda della “Scuola di Posillipo” è ormai chiusa per sempre. La poetica del vero, la stessa pittura di paesaggio, hanno ormai imboccato diverse direttrici. Non c’è più posto per l’idealizzazione dorata, per l’incanto e la leggenda (e lo stesso Gonsalvo Carelli ne prende atto con onestà). Non c’è neppure più posto per la forma disegnata, per il contorno rigorosamente delineato, chiuso delle figure.
Il colore è ormai anche forma, come si conviene ad immagini restituite secondo la prima “impressione” retinica.
Filippo Palizzi, quindi, davvero rivoluzionario con la sua pittura di piccole tele, di tavolette, tutta attenta agli aspetti più semplici della realtà: animali, piante, inquadrature agresti. E il fratello Nicola, e Federico Cortese, e magari anche Simone Campanile e Francesco Sogliano.
Grave lacuna nella Raccolta Bindi è costituita dall’assenza di opere riconducibili alla “Scuola di Resìna”, a quella “Repubblica di Portici”, come Morelli con piglio sprezzante chiamò il gruppo costituito nel 1863 da Marco De Gregorio, Federico Rossano e dal giovanissimo Giuseppe De Nittis — appena espulso per indisciplina dall’Accademia napoletana —, grazie all’azione catalizzatrice di Adriano Cecioni, che trasportò ai piedi del Vesuvio le tematiche del Caffè Michelangelo. Vicenda tutta all’insegna della “macchia”, momento essenziale del paesaggismo partenopeo del XIX secolo, che in mostra è — idealmente — marcato appena da un disegno denittisiano.
L’esposizione, fuori davvero, ormai, anche dal tempo massimo concesso al posillipismo, documenta una serie di personalità che improntarono la pittura napoletana del secondo Ottocento, in cui venne ad innestarsi l’estrema pagina del paesaggismo partenopeo. Ecco così Domenico Morelli, vera figura di riferimento — nel bene e nel male — della situazione artistica meridionale. Antitesi del paesaggismo, forse più apparente che sostanziale, stante la lunghissima amicizia-rivalità con Palizzi, da cui pure Morelli ebbe a filtrare non poco per la propria onnivora curiosità. E Saverio Altamura, Michele Cammarano, le personalità strepitose, e per più versi spiazzanti, di Gemito e Mancini.
Una pagina a parte riguarda, in mostra, l’eco dell’arte napoletana sugli artisti abruzzesi, attivi in questa seconda metà del secolo con una densità ed un rilievo degni di nota. A parte Giuseppe Bonolis, di cui si è già accennato, e che appartiene ad un contesto cronologico differente, ecco Patini e Michetti, Barbella e Della Monica; più defilati nei riguardi della matrice partenopea, Celommi — che pure si giovava del collegamento indiretto, assicurato dall’amicissimo Michetti — e Pagliaccetti, entrambi gravitanti piuttosto su Firenze e Roma.
E, infine, ecco davvero quest’ultima stagione del paesaggismo napoletano, tuttavia capace ancora di un fascino di vaste irradiazioni: Dalbono ed Esposito — presente però con uno straordinario disegno di volto —, Casciaro e Ricciardi.
Ma siamo ormai in un altro secolo — poco contano certi dati anagrafici: Gonsalvo Carelli è ancora vivo nel 1900 —, in un contesto culturale e sociale tanto mutato, da relegare la vicenda della “Scuola di Posillipo” a favolosa distanza.
                                                  Carlo Fabrizio Carli

Alcune opere della "Scuola di Posillipo e il paesaggio napoletano dell'Ottocento
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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