Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Dino Cunsolo - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Dino Cunsolo

Museo > Dino Cunsolo

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L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


Dino
CUNSOLO
Al MAS, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, Dino Cunsolo "Tormento Ed Estasi". l'Artista espone circa 33 opere in caolino bianco, terracotta patinata, bonzo, cera rossa e ceramica, mostra a cura di Beatrice Buscaroli.
La scultura di Dino Cunsolo
La scultura di Dino Cunsolo comunica un senso di rassicurazione, di conosciuto, di riconoscibile. Deriva dall’incontro con la bellezza delle forme, la sapienza della tecnica, l’equilibrio delle proporzioni. Dino Cunsolo è uno scultore vero, che plasma le sagome e definisce i contorni con grande perizia. E’ un artista che lavora in un’Italia da troppo tempo ostaggio del Poverismo delle installazioni e di tutti quei surrogati che negano alla scultura propria dignità, fino al punto estremo di alcuni anni fa, quando la Biennale di Venezia premiò per questa disciplina due fotografi, i coniugi tedeschi Becher.

Dino Cunsolo, Pische - segno zodiacale pesci. Terracotta patinata con foglia argento, cm. 25x75 - 2004

Per l’artista la scultura è un rapporto diretto e immediato con la rappresentazione della bellezza, una bellezza antica, classica, universale. In questo senso, negli anni, è stato più volte presentato come un continuatore della lezione anacronista di Mariani, Abate, Di Stasio o del primo Omar Galliani. Nella medesima direzione si è parlato anche di un rapporto ideale con le sculture di Igor Mitoraj, al suo ispirarsi alla iconografia greco-romana, al complesso viaggio nella forma e nel senso. Sono tutte considerazioni pertinenti, ineccepibili nella loro costruzione critica e storica: le opere di Cunsolo, in effetti, evocano un rapporto con la bellezza salvifica, una sorta di estremo recupero in mezzo agli scempi della contemporaneità, rappresentando indubitabilmente un segnale di misura in mezzo al degrado reale e morale nel quale viviamo.
Ma forse questo non è che la superficie di un lavoro molto più complesso, infinitamente più articolato e intimamente collegato con l’altrove. Ben oltre una prima, seppur ragionata, lettura.
L’artista Cunsolo viene dalla pittura, da una ricerca propria degli anni ‘70 legata alla geometria, al minimale, al recupero dell’optical, allineata con le ricerche più attuali di quel periodo, sensibile al suo tempo, alle grandi personalità che circolavano in Italia e in Europa. Erano gli anni del Gruppo N , del Gruppo Zero, dell’Arte Cinetica e Programmata. Oggi può apparire inutile accennare a quel periodo, tanto risulta distante dalle scelte attuali dell’artista. Ma così facendo si rischia di escludere la sua indole profonda, limitandosi a raccontare una storia di immagini. La vicenda di Cunsolo narra invece di una basilare scelta di inattualità consapevole, l’inattualità dei grandi non omologati: come Vincent Van Gogh, Amedeo Modigliani, F. T. Marinetti, Marcel Duchamp. Quella di Cunsolo diviene la storia di una potente vocazione che lo ghermisce dopo un periodo di disorientamento, di riflessione profonda sul lavoro e soprattutto sulle ragioni e l’onestà di questo. L’esordio come scultore è una sorta di approdo trionfale. Plasmatore, inventore di tecniche, di forme e di stili. E’ un momento di chiarificazione estrema che gli conferisce consapevolezza, e gli suggerisce, prima di ogni altra cosa, l’azzardo. Perché di azzardo si tratta quando sceglie di evocare l’antichità in un periodo di sciatto post-modernismo decadente e globalizzato, di deriva inespressiva per mancanza di motivazioni e di talento. Dino Cunsolo ha scelto. E ha scelto, suffragato dalla logica naturale del tempo e dei linguaggi, per la sacralità della memoria, per la salvaguardia di una bellezza che ha nel corpo umano e nel suo mistero un’eternità irrinunciabile.
Anche le modalità di questo approdo nascondono tuttavia risvolti ulteriori, imprevisti, nascosti. La realtà profonda del lavoro di Cunsolo non è in realtà così rassicurante. Affiorano dalle composizioni anime differenti, contrastanti, combinatorie. E i parametri di riferimento mutano. Le sue figure emergono da un indistinto, da un blocco pulsante che richiama una sorta di antropologia della scultura, da Michelangelo a Rodin, evocando immediatamente l’idea della liberazione della figura dal fondo di materia che la trattiene, e quindi il suo slanciarsi, librarsi nell’aria, il suo vivere.
Questo principio convive con una sorta di vibrazione, un’elettricità sottile che percorre dall’interno e traversa le sue materie, trovando pace e placandosi solo nella compiutezza dei volti e delle mani, là dove la luce può fermarsi e schiarire.
Viene in mente un’altra materia novecentesca, quella di Leoncillo Leonardi (1915-1968) e la sua lezione sulla lacerazione, sul sentimento di un tempo che si accumula, sedimenta e, parallelamente, si disgrega e finisce. Ma non solo. Anche di quel Leoncillo che confessava: “Io voglio semplicemente dire cose mie. Come chi è innamorato e racconta anche ciò che non dovrebbe. Come chi ha avuto un grande dolore, una gran perdita, che di notte nel buio del letto ripete ancora certe parole a voce alta e poi le parole fuori di lui nel silenzio della notte diventano ormai un altra cosa”. Un altra cosa, quindi, che innesca un rapporto tra la fisicità e la sua interiorizzazione. L’analisi di quel sentimento che evoca il concetto opposto di eternità, che supporta la valenza assoluta del sacro, straordinariamente presente nelle mani delle figure di Cunsolo, allungate, protese verso il cielo, quasi indipendenti dalla funzione organica al resto del loro corpo.
Nell’opera di Cunsolo cambiano i riferimenti e si giunge ad un altro scultore, che plasma per oltre venticinque anni per poi arrivare alla pittura, in una sorta di procedimento inverso rispetto alla sua esperienza: Lucio Fontana. Il Lucio Fontana del rapporto privilegiato con la materia, vicino a Leoncillo e alla sua sostanza inerte che si anima con le slabbrature, e vicino anche a Dino Cunsolo, per la priorità che conferisce al piacere di plasmare, di lanciare piccole tracce di materia oltre una prima forza centrifuga, di proiettare nello spazio piccole schegge leggere, impazzite. E’ il Lucio Fontana della strabiliante Via Crucis del 1947, di quelle incredibili “Quattordici stazioni” che non cancellano l’Informale, ma lo assolutizzano, nobilitandolo con una plasticità nuova, esuberante, policroma, sconosciuta fino a quel tempo. Enrico Crispolti, scrivendone, citerà un sentimento di “Barocchetto informale , presente in Fontana e nell’opera, assolutamente calzante con ciò che oggi si potrebbe dire delle opere di Cunsolo, che il Barocco della sua Sicilia ha assorbito giorno dopo giorno, rigenerandolo continuamente con naturalezza. Una luce nuova su questo artista, dunque, simmetricamente vicino all’Anacronismo della citazione, ribadito e mai celato sia nella scelta dei soggetti che nelle forme delle sculture, il più delle volte dedicate alla mitologia greca, che viene assolutizzato poi, senza mediazioni, dalla manipolazione tradizionale e sapiente del caolino. Contemporaneamente Dino Cunsolo sa rimanere attuale, cosciente erede del tempo di Leoncillo Leonardi e dello spazio di Lucio Fontana.
La rappresentazione della bellezza nell’artista non ha la valenza rassicurante di una dichiarazione. Anzi. Le proporzioni sono spaesanti, la sensazione visiva è di un trasporto quasi trascendentale, con i colli allungati innaturalmente e flessi, piegati ad assumere posizioni suadenti e inquiete, le mani protese oltre ogni equilibrio proprio dell’umano, spinte dalla pressione sottostante di una materia, magmatica e calda, vulcanica, non di questo mondo.
Quello di Cunsolo è un sacro più della Passione che della Resurrezione, ancora più del Corpo che dell’Anima, dove la plasticità è un punto di partenza, una sorta di proiezione verso l’alto, di spinta, di slancio. Lo stesso caolino, impiegato nella maggior parte delle opere, il suo biancore compatto e surreale dona alle sculture una sacralità senza compromessi e senza accomodamenti, così come la sordità della terra di Leoncillo nasceva dalla primordialità del mondo e del suo tempo.
Dino Cunsolo entra con le sue opere nelle chiese e nelle cattedrali. Come le sue sculture avevano intimamente reclamato. Le mani protese, i colli flessuosi e suadenti, il magma dei vulcani e quello infernale. La Passione, la Resurrezione….
E lì che la sua scultura mantiene una sorta di confidente amicizia con quella dei Giacomo Serpotta e degli altri artisti barocchi siciliani, nel rigoglio di putti floridi che ammiccano e sembrano intimamente colloquiare, nella fioritura rotante delle ghirlande di stucco, con le festa di quei sorrisi, quei volti in attesa, protesi, fissi al cielo. Il più bell’imperatore della storia d’Europa, Federico II di Svevia, lancia il suo falcone e il suo sogno. Lui lo osserva; noi lo sentiamo fremere, lo vediamo alzarsi.
                                              Beatrice Buscaroli
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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