Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Venanzo Crocetti - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Venanzo Crocetti

Museo > Venanzo Crocetti 2000

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L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


Venanzo
CROCETTI
Al Mas, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 2 luglio al 17 settembre 2000, “Venanzo Crocetti. Dall’armonia della Bellezza alle forme della materia”, con bronzi, sculture e opere su carta dal 1932 al 2000, a cura di Floriano De Santi.
Venanzo Crocetti: dall’armonia della Bellezza alle forme della materia
III.  La levita' luminosa dei rilievi
Privilegiare il riferimento alla tradizione classico- umanistica significa per Crocetti anche mettere tra parentesi la tradizione romantica della malinconia e portare direttamente su questa un pesante giudizio: sia sul piano dei contenuti che su quello dell’attualità storica. D’altra parte è ovvio che se con la “lettura” di Arturo Martini, egli si sentiva liberato dalla “vita interiore”, questa liquidazione non riguardava certo soltanto Bistolfi, Wildt e Andreotti, ma a fortiori una cultura del languore sentimentale dell’Es che a partire da Gemito e da Pietro Canonica aveva percorso tutto l’Ottocento e di cui la sinfonia di Medardo Rosso aveva celebrato insieme il momento di massima realizzazione e il limite invalicabile.

Venanzo Crocetti, La ballerina del circo.

Così, in effetti, nella Predella con Santi Monaci del ‘37, realizzata da Crocetti all’età di ventiquattranni, il répechage della cultura classica è un fatto innegabile, ma non si può ugualmente dire che la sua plastica manchi del tutto di originalità. In questo bassorilievo la ricerca della profondità è esclusa a priori dallo stesso genere di modellato, che è sfuggente, delicato, tendente a colmare gli spazi delle “scene” con una superficie continua e dolcemente ondulata, con una trama fitta di masse lievemente compenetrantisi che si distende uniformemente su un fondo liscio visibile nei rari vuoti e resa più vicino dalla patina del bronzo. C’è insomma nell’opera dell’artista giuliese come un vago ricordo dell’horror pleni delle decorazioni del primo Rinascimento: cui si accompagna un gusto per gli intrecci di volumi e soprattutto per i profili ricurvi, per le linee ondulate epperò grumose, che si rivela talvolta persino nella definizione dei tratti fisionomici dei personaggi.
Nel rilievo Modella in riposo del ‘47 e, più ancora, in quello de Il cavaliere dell’Apocalisse del ‘48, Crocetti appare ormai libero da residui scolastici e da convenzioni accademiche, in misura subito sensibile. Nelle due formelle il fondo di supporto, pur coordinato alla composizione, è respinto dalla proiezione protesa dei corpi che sembrano avvitarsi in uno spazio, o per meglio dire in un misurato spessore, consistente e consenziente, di cui teste, braccia e gambe segnano divaricate penetrazioni. Volumi e piani non digradano e non slittano, si disegnano per nitide scansioni lineari come solidi in corso di sviluppo, in rivoluzione.
Morbosamente attaccato al suo isolamento, ne I fucilati del ‘49 Crocetti sceglie per le sue “passeggiate notturne” nei tragici avvenimenti della guerra spazi iconosferici deserti e spaccati da un vento glaciale. Lo attira nel cuore della città il trou noir, la purezza di morte delle tenebre e del gelo, che esclude ogni apparente immagine di percezione di vita. I corpi delle vittime straziati dalla violenza sembrano conservare in questa formella bronzea alcune cadenze di ritmo lineare o di cursus grafico. La disposizione però non è periodica, non c’è ritorno a intervalli eguali, il tempo di scansione non è regolare e costante, ma composto, ricco di conversioni e di cesure, con distanze elastiche d’intensità e di accentuazione tutte collegate da un fulcro di pregnanza; la visione non ha diagramma strofico, si concentra in nodi o si accentra, tendendo alla simultaneità visiva.
Nei mirabili rilievi della Crocefissione del ‘50 e dell’Angelo dei Sacramenti del ‘56 si crea attorno alle figure come un pulviscolo atmosferico che fa vibrare continuamente le superfici, con la disinvoltura dell’occhio che — ha acutamente osservato Bellonzi — “scorre sul modellato adeguandosi al passo della ]uce”. Ma nella Croce della Passione del ‘55, allogata nella Pro Civitate Christiana di Assisi, l’effetto di vibrazione ininterrotta è incredibile e trova termini di paragone solo in qualche opera di scultori del Cinquecento, come Jacopo Sansovino o Vincenzo Danti. A fare da sfondo ad ogni riquadro del bassorilievo è soltanto la croce, che si leva alta contro il cielo, con ai lati immagini atteggiate in gesti di disperazione straordinariamente vitalistiche, eppure elegantissime e leggere nelle vesti fruscianti e quasi trasparenti.
Lo spazio intorno alle figure è suggerito dal trattamento impressionistico e materico del bronzo, che fa scaturire vibrazione, mobilità, un continuo frangersi della luce, un effetto di resa atmosferica della prospettiva. Come una sorta di magma melmoso, da una specie di fanghiglia di petrolio dorato, si liberano delle forme di così aerea leggerezza, di così fremente leggiadria, da sembrare un miracolo che forse solo Crocetti, fra gli scultori italiani del Novecento, è in grado di compiere. Intorno al corpo di Gesù crocefisso, disposto di sbieco, è un’agitazione, una frenesia drammatica che tocca il suo apice nella Maddalena urlante, come una “Menade sotto la croce”, quasi sdoppiata nella scena della “Deposizione” in una seconda Maria, che la affianca piegandosi in avanti, di rilievo assai più basso e di una levità davvero straordinaria.
Risultati espressivi diversi, ma altrettanto ammirevoli, sono i rilievi delle quattordici Stazioni della Via Crucis ideate e modellate da Crocetti nel ‘58 per la chiesa romana di San Giovanni Bosco. Nelle figure erette, le tortili spirali altrove monofasi o ricorrenti diventano onde e flussi di un bulicame sottostante e disuguale nel pullulare. Le creste si dinamizzano, in drammatico contrasto con gli appiombi e gli scarti abrupti sostituiti ai lunati déhanchements, con uno slancio al paragone aggressivo rispetto alla Croce della Passione o alla Decapitazione di San Gennaro del ‘62. Le figure sono impetuosamente angolate, internamente ossate con una complessione architettonica evidente che consente un avviluppamento spaziale regolato con la forza e la nettezza delle proiezioni correlate, cui serve l’immediatezza improvvisa dei gesti plastici che scattano istantanei. Anche i volumi sono organizzati in senso espansivo, vedi — ad esempio — “la pietosa che si affaccia dall’angolo formato dai bracci della croce per contemplare Cristo caduto”: e qui il coordinamento dell’intera composizione figurale a un centro visivo unitario e di gravitazione è particolarmente accusato.
Ma è la Porta dei Sacramenti per la Basilica di San Pietro a Roma, cui il maestro ha lavorato incessantemente dal 1953 al 1966, il suo capolavoro. Essa è divisa in otto grandi formelle rettangolari — il Sacramento, il Battesimo, la Cresima, la Penitenza, l’Unzione degli infermi, l’Ordine Sacro, il Matrimonio e l’Eucarestia —. Crocetti, “tenendo piuttosto basso il rilievo e modulandone sottilmente le emergenze contenute entro nitide e larghe marginature lineari, e quindi con assoluta esclusione di effetti pittorici o impressionistici, è riuscito ad immergere ogni scena in un’atmosfera di dolce gravità e di compostezza che ben si addice al loro carattere liturgico ed al tempo stesso ne ha espresso con la massima chiarezza gli specifici contenuti”
Il bronzo dei rilievi è lasciato in gran parte nello stato opaco e granuloso con cui è uscito dalla fusione, oppure al massimo è “rinettato” molto parzialmente; qualche volta sulla superficie è ben leggibile una fitta picchiettatura a martello che sembra avvolgere in un brulichio atmosferico le immagini emergenti dal fondo. La materia dà corpo quasi per allusione a forme che sono, per altro, elegantissime. Invece dell’assorto, magico e arcano luminismo del Greco della Porta del Duomo di Orvieto, o del Manzù della Porta della Morte di San Pietro in Vaticano, dipendente dalle strutture plastiche convulse che danno alle scene qualcosa di irrespirabile, di concentrato e muto, i rilievi crocettiani hanno una comunicatività penetrante, un respiro e un fremito vicino, che è loro conferito appunto dal fatto che la vibrazione luminosa non riguarda soltanto il tessuto, ma è il risultato di una summa prodigiosa di articolazioni della “divina prospettiva”; una prospettiva che non è il quadro, ma le cui falde risonanti allagano il mondo. Apparenze luminose negli infiniti limiti dello spazio, che non sembra averne, nella sua felicità vitale.
Anche in rilievi più recenti Crocetti raggiunge una qualità altrettanto alta, sia quando insiste nel trattamento scabro del metallo, come nella Conversione di San Paolo del ‘76, sia quando le superfici sono più finite, come nell’Eclissi e tragedia dell’anno prima, con una splendida raffigurazione allegorica di difficile interpretazione, in cui una donna nuda dalle chiome volanti è in grande evidenza al centro, aggredita forse da un moderno sátyros la cui nudità dà adito a una vitalistica descrizione di anatomie nerborute, mentre sulla sinistra c’è un’altra figura femminile, mirabile nella definizione del corpo che si avvita elegantemente fino a disporsi di tre quarti. E in ultimo non si può dimenticare la Porta del Museo Crocetti del ‘98, con quell’invenzione davvero straordinaria da ricordare Il cavaliere, la morte e il diavolo del Dürer, di un cavallo in corsa montato dalla Morte che trafigge con una lunga lancia degli ignudi. E in essa foga, grazia, vitalità e ritmo si fondono con un risultato di altissima suggestione narrativa.
                                                                  Floriano De Santi
                        Direttore artistico Critico e storico dell'arte

Alcune sculture dell'Artista giuliese, Venanzo CROCETTI

Alcune opere su carta dell'Artista giuliese, Venanzo CROCETTI
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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