Guida turistico-culturale di Giulianova: La città ideale di Giuliantonio Acquaviva - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Guida turistico-culturale di Giulianova: La città ideale di Giuliantonio Acquaviva

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Giulianova e i rigori vescovili e contrasti giurisdizionali nell’acuirsi della crisi economica acquaviana. Il 27 aprile 1606, per atti del notaio Bernardino Astolfi, ad Atri veniva formalizzata la fondazione della Casa di probazione gesuitica. Il progetto di Claudio Acquaviva d'Aragona, generale della Compagnia, trovava così realizzazione grazie a papa Paolo V ma anche per l'efficace azione dispiegata dal pronipote Giosia II che, unendosi agli amministratori atriani, aveva garantito l'erezione della Casa tramite i beni dell'ospedale di S. Andrea a patto che restasse “un congruo mantenimento per gli esposti”. Questa solidarietà acquaviviana con risvolti gesuitici, della quale conviene sin d'ora fare memoria, si estrinsecava anche nei lontani domini pugliesi con l'oratorio dell'Immacolata Concezione eretto pure in quest'anno ad Acquaviva delle Fonti dopo la missione dei gesuiti Geronimo Giezi e Giovanni Matteo per volontà del duca d'Atri, cui probabilmente si deve anche la successiva committenza al pittore fiammingo Gaspar Hovic della grande tela dell’Immacolata. Sempre nei residui possessi acquaviviani della Puglia peucezia, a Gioia, il locale arciprete Alessandro Sirifoli, assurto al titolo grazie ai maneggi del duca d’Atri[44], a mezzo di atto rogato in Acquaviva il 23 settembre 1606 dal notaio Francesco Selvaggi di Cassano, ratificava a Giosia II l’incorporazione di mille tomoli di terra del Capitolo nella “difesa” di Alvaro confermando altresì l’occupazione di altri 130 tomoli da parte dell’abate Lodovico de Jacobellis nel luogo detto Colonna de’ Preti con l’intesa che alla sua morte sarebbero tornati alla casa ducale. E proprio la casa Acquaviva il 15 ottobre seguente veniva rallegrata dai vagiti di Francesco, il primo dei sei figli della coppia ducale e perciò destinato a succedere nella baronia a Giosia II che intanto, da titolare dello Stato d’Atri, “presentava” il fratello Giuseppe per il conferimento dell'ennesimo beneficio, quello di S. Andrea di Ripattoni, assegnato dal Capitolo vescovile con bolla del 27 ottobre. Il viceré Giovanni Alfonso Pimentel de Herrera, la cui firma compare frequentemente e ancora ricorrerà – o per munire di esecutività i decreti del Sacro Regio Consiglio, o in calce agli “assensi” per obbligazioni dei beni feudali costituite in relazione a vendite in burgensatico - negli atti afferenti i guai finanziari del duca d'Atri, come quello del 28 febbraio 1608 riguardante i 1.500 ducati da versare a Giovan Battista Carafa[46], è lo stesso che il 21 giugno dell'anno prima, stante la rinuncia di Paolo Venturino, aveva nominato l' Orazio II Delfico con il quale ci siamo precedentemente imbattuti credenziere della dogana delle merci e credenziere presso il portolanato di Giulianova. Un incarico economicamente assai tonificante che, è chiaro, costituiva una tappa di non poco momento nell'ascesa di questa famiglia teramana (il cui radicamento a Giulianova di qui a due anni sarà peraltro rinvigorito dall’abate Giovan Domenico con il possesso di terreni nella contrada S. Gregorio di Cologna) a fronte dell'importanza ancora posseduta dallo “scaro” giuliese nell'ambito dei traffici marittimi. Oltretutto, a parte il minor approdo di Calvano, l'unico sbocco naturale sul mare per Castelli, la cui qualificata produzione ceramica continuava ad esportarsi largamente. Provenienti dalla cittadina dell'entroterra teramano erano infatti “certi vasi di creta lavorati” per il monastero napoletano di S. Lorenzo che nel 1608 venivano imbarcati a Giulianova su un galeone di Michele Vaez, il mercante portoghese “savio, intendente, perspicace, arguto”, secondo le ammirate espressioni del poeta e teologo campano Giulio Cesare Capaccio, cui l'anno prima s'era rivolto il cardinale Ottavio Acquaviva d'Aragona per trasportare a Napoli, sfinita dalla carestia, duecentosettanta navi cariche di circa 730.000 tomoli di grano. Al ruolo strategico per i commerci via mare, destinati però a contrarsi fortemente con ripiegamento sul piccolo cabotaggio, Giulianova continuava ad unire anche una posizione favorevole nella rete viaria terrestre, per quanto i tracciati non sempre fossero praticabili. Proprio utilizzando la scomoda strada costiera, in un percorso che da Tolentino per Macerata lo aveva condotto al Porto di Fermo dove era stato affiancato da due canonici della cattedrale di Teramo, a fine aprile del 1609 l'agostiniano milanese Giambattista Visconti, successore di Vincenzo da Montesanto sulla cattedra vescovile aprutina, faceva il suo ingresso in diocesi. Salito a Giulianova dalla pianura “molto spaciosa” attraversata tre anni prima dal confratello pesarese Ludovico Zacconi, il nuovo presule veniva accolto con “allegrezza di tutti” in casa dell'arciprete Muzio Boccalari, qui ricevendo un invito dell'arcivescovo di Otranto Marcello Acquaviva d'Aragona dettosi pronto ad attenderlo, lungo il tragitto alla volta di Teramo, “in una Terra” del marchesato di Bellante, la enclave acquaviviana all’interno dello “Stato” d’Atri soggetta al dominio del nipote Andrea Matteo, principe di Caserta, dove monsignor Marcello godeva di pingui benefici ecclesiastici alcuni dei quali arbitrariamente usurpati. Nessun riferimento, nel resoconto dell’accoglienza giuliese al Visconti, a Giosia II, signore del luogo. Un'assenza, quella del duca d'Atri e conte di Giulianova, dovuta forse alla sua permanenza con la moglie incinta a Napoli dove il 23 settembre sarebbe infatti nato il figlio Ottavio che, come atto d'omaggio da parte di entrambi i genitori, rinnovava il nome dell'autorevolissimo e facoltoso zio cardinale le cui proprietà immobiliari, già assai ingenti, s'erano ulteriormente dilatate con l'acquisto, perfezionato l'anno prima, del palazzo romano dei Ceuli di cui pure discorreremo. Quanto al cardinale Ottavio, come Giosia II assente all'arrivo del Visconti benché godesse integralmente delle rendite del beneficio parrocchiale di San Flaviano lasciando al Boccalari ed al Capitolo praticamente le briciole (poco più di 130 tomoli di grano e cento ducati sugli oltre mille che annualmente introitava), in quest’anno 1609, reso insicuro dalla ricomparsa dei banditi per catturare i quali a Giulianova si arriva ad incendiare una casa ritenuta a torto o a ragione covo di “fuorgiudicati”, egli è invece presente con il nipote Giuseppe nella vicina Atri, dove ambedue spesso dimorano, alacremente impegnato nelle iniziative della locale Casa di probazione gesuitica fondata tre anni prima da Claudio grazie anche – ci è noto - alla collaborazione del duca d’Atri.

. Ammirevole e splendente , si estende lungo la  del Medio Adriatico per circa 5 km e ogni anno risorge tra il fiume Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno di tantissimi turisti che visitano e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un dalle innumerevoli e ambientali. si raggiunge via Autostrada A14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’ di , Giulianova è distante solo 50 chilometri.

 
Giulianova e i rigori vescovili e contrasti giurisdizionali nell’acuirsi della crisi economica acquaviana. Una triangolazione solidale, questa tra il generale dei Gesuiti, il cardinale suo nipote e i pronipoti Giosia II e Giuseppe, che se da un lato rievoca quanto detto in ordine all'ipotizzato ruolo di Claudio nella scelta dell'ateneo padovano da parte del fratello del duca d’Atri, dall'altro evidenzia lo stretto rapporto presente tra le espressioni laiche e quelle ecclesiastiche di Casa Acquaviva. Di triangolazione solidale s'è detto, e non a caso, atteso anche l'intervento diretto da parte di Giuseppe che in qualità di abate commendatario consentiva a due Gesuiti, Desiderio Palassi e Giovan Battista Trotta, quest'ultimo un insegnante particolarmente prestigioso, di operare a Notaresco, a Morro d'Oro e a Mosciano, soggetti alla sua autorità spirituale. Eguale sostegno interveniva sul versante laico della famiglia ed era precisamente quello che, ancora una volta generosamente, garantiva la già incontrata Isabella Acquaviva d'Aragona a fronte del sequestro, avvenuto proprio nel 1609, di ogni bene feudale e burgensatico, inclusi i frutti pendenti, ammontando a 639.224 ducati il capitale debitorio. Data infatti al 1° settembre 1610 un assenso del viceré sull'obbligo fatto da Isabella, da suo nipote Giosia II e dalla moglie Margherita Ruffo per il pagamento “in un certo tempo” di 3.724 ducati a Francesco Zizzarello di Napoli, ed in mancanza di “subhastare” la masseria con case e giardino nel casale di Barra, alla distanza di circa 3 miglia da Napoli, appartenenti ad Isabella e posseduti da Lucrezia Caracciolo. Un paio di mesi dopo, ai primi di novembre, monsignor Giambattista Visconti raggiungeva Giulianova per la effettuazione della sua prima visita pastorale. Al cospetto del presule si presentava una città rampollante di chiese – ad iniziare dalla prestigiosa Collegiata di San Flaviano con la sua mole militaresca, giustapposta al palazzo ducale - e di attive confraternite laicali, la cui più longeva, quella della Misericordia risalente al 1474, seguiva la severa regola dei Disciplinati. Una realtà composita dalla quale però emergevano in alcuni casi aspetti per nulla edificanti se non addirittura inquietanti. Così relativamente alla piccola chiesa intramoenia di San Pietro, eretta da poco più di un lustro per volontà di Simone Piermarini e dotata di buone entrate, che il Visconti ispezionava con Domenico Piermarini, figlio del fondatore e fratello dell'assente rettore don Rodolfo. Ebbene quest'ultimo, già coinvolto nel 1592 in una rissa con il Muzio Boccalari a noi noto e che presto torneremo ad incontrare ma all'epoca non ancora arciprete, in seguito – nel 1604 - era stato addirittura condannato per omicidio e solo il provvidenziale intervento della confraternita romana di San Giovanni Battista dei Genovesi lo aveva sottratto alla pena capitale, misura sostituita con la reclusione. Più del caso del rettore di San Pietro, ancora incarcerato, era però la vicenda della diruta e in altri tempi gloriosa chiesa di S. Flaviano a Terravecchia a presentare aspetti limacciosi. Al vescovo, che vi si era recato con l’arciprete Boccalari e i canonici della Collegiata giuliese prima dell'ispezione alla vicina Santa Maria a Mare, soggetta come sappiamo a Giuseppe Acquaviva d'Aragona ma assente perché in quel torno di tempo a Napoli (da dove infatti era partita proprio nel 1610 l'autorizzazione per edificare una cappella alla Madonna a Morro d'Oro), la “venerabilem ecclesiam Sancti Flaviani extra terram Iulie” con le sue ancora imponenti dimensioni lasciava trasparire i segni del passato splendore per quanto mestamente obliterato. Una immeritata condizione a cui, una decina d'anni prima, avevano non poco contribuito i Cappuccini con l'ovvio consenso degli Acquaviva d'Aragona. I frati infatti – ragguagliavano con titubanza comprensibile, e quasi sommessamente, i convisitatori di mons. Visconti - l'avevano mandata in terra per fare il loro convento con l’autorità delli Acquavivi, se bene frate Vincenzo Montesanto Vescovo Aprutino ci mese la scomunica che non si toccasse veruna cosa. Anzi che la cassa di Pietra dove fu trovato, et che anticamente stava il corpo di S. Flaviano in lo coro dove sono li detti versi, se la portorno li detti padri capuccini, quali la tengono a lavare li panni nello claustro di loro convento, quale convento è fatto quasi tutto delle pietre di questa chiesa. Dunque, una chiesa minata dal tempo e certo compromessa dall'abbandono ma il cui degrado era stato fortemente accentuato perché disinvoltamente utilizzata come cava di estrazione dai Cappuccini, intenti a realizzare il loro convento. La rivelazione fatta al Visconti, benché a detta dei dichiaranti fosse cosa nota nella comunità giuliese, ci consente di rimeditare il mosaico relativo alla costruzione del romitorio, aggiungendo quelle che ne sono le manchevoli e non edificanti tessere. Sappiamo come l'allora duca Alberto, differentemente dalle “lemosine” garantite dal fratello Adriano nella fase di avvio delle operazioni di edificazione ad inizio 1596 ma interrotte alcuni mesi dopo, a causa della sua condizione finanziaria giocoforza si era limitato ad autorizzare il prelievo del legname necessario sia “per cocere calge” e fare mattoni in alcune vicine fornaci, sia per farne “tavole, sommasse et altri decorrenti e travi per servitio di detto convento”. La iniziale carenza di risorse, in denaro e materiali, certamente era rimasta impregiudicata quando, morto il duca Alberto e divenuto titolare della baronia il figlio Giosia II che il 15 dicembre 1597 aveva ottenuto l'attesa “licentia”, i lavori era ripresi di buona lena e portati a conclusione due anni dopo. Rebus sic stantibus, uno scempio dunque difficilmente evitabile per quanto esecrabile, soprattutto relativamente all'uso che i frati, pure in spregio alla severa censura vescovile, avevano fatto dell'arca un tempo contenente le reliquie del santo martire di Costantinopoli. Di certo una vicenda imbarazzante, distante le mille miglia dalla coonestante ricostruzione di Paolino da Bagno e dal profilo da egli riservato al frate cappuccino che allora sovrintendeva ai lavori, il marchigiano p. Giustino da Monterubbiano. Infatti, secondo la cronaca di Paolino da Bagno le pietre occorrenti per la realizzazione dell'edificio conventuale, venute a mancare, sarebbero provvidenzialmente giunte dalla Schiavonia attraverso un battello che – aggiungeva - “per resistere a furiosa tempesta, appena approdato, fece dono ai cappuccini di quel materiale ormai inutile”. Ma nessuna spiegazione da parte sua in merito alle ragioni, pure sibillinamente accennate, per le quali p. Giustino da Monterubbiano, alla guida del cantiere, proprio “a causa di questa fabbrica ebbe a sopportare non poche contrarietà” nonostante la rassicurante protezione degli Acquavivai

La storia di Giulianova: La città ideale di Giuliantonio Acquaviva

Posta su una collina a nord della vecchia Castel San Flaviano, i cui abitanti insieme con le principali istituzioni religiose e civili saranno progressivamente trasferiti nella nuova città, Giulianova viene concepita come baluardo posto al confine tra Regno aragonese e Stato della Chiesa con pieno controllo del sottostante mare infestato dai navigli turcheschi. La possente cinta muraria che l’avvolge viene realizzata facendo ricorso ai più moderni sistemi difensivi; anche il suo impianto, così come le principali emergenze architettoniche, a iniziare dalla possente chiesa di S. Maria in platea (ridenominata S. Flaviano nell’inoltrato ‘500), primo esempio di chiesa ottagonale nell’Abruzzo adriatico e dotata di un’ardita cupola che cronologicamente precede quella di San Pietro, rimandano alle più aggiornate riflessioni umanistiche, con la chiara organizzazione degli spazi, porte e piazze specializzate, edifici sacri collegati ciascuno al proprio ambito urbano.


La straordinaria originalità, il raffinato linguaggio matematico-proporzionale come anche i complessi significati politico-militari e civili presenti nel piano di fondazione, fanno di Giulianova una “città ideale” sull’Adriatico.


Giulianova da una stampa del secolo XVI


Da qualche tempo al centro di un appassionato dibattito nazionale, l’impianto della città rinascimentale è stato da alcuni attribuito, scartato Baccio Pontelli, a Francesco di Giorgio Martini, mentre recenti studi lo riconducono alla sicura consapevolezza delle teorizzazioni di Leon Battista Alberti.
La questione, scientificamente ancora aperta, non impedisce tuttavia di considerare Giulianova un’esperienza progettuale di eccezionale rilevanza nella civiltà urbanistica del Rinascimento.

La figura del Cardinale Ottavio seniore Acquaviva d’Aragona per Giulianova. Tra i beni giunti a Francesco per via testamentaria da Ottavio, e che il porporato aveva previamente autorizzato alla vendita registrando la cospicua entità dei debiti contratti, anche la splendida villa di Frascati. Un considerevole immobile, questo, alienato l'8 giugno 1613 al cardinale Scipione Borghese e che da solo aveva fruttato 18.000 scudi sui 48.905 ducati derivanti dalla vendita di grano ed altri vari beni del defunto Ottavio, mentre due giorni dopo si aveva invece una cessione di diverse somme dal Banco della Pietà di Napoli, sempre in riferimento al cardinale Ottavio, a Pietro Perini quale procuratore del giovane Francesco. Il quale ultimo, è bene dirlo, aveva anche ereditato la splendida villa Ceuli di Roma che, sottratta alla vendita, sarebbe divenuta una delle residenze di don Giuseppe a cui, su “presentazione” del fratello Giosia II, assurto al rango di giustiziere d'Abruzzo, il Capitolo aprutino aveva assegnato il 5 gennaio Santa Croce del Cordesco e San Pietro in Cantalupo nonché S. Felice ad Collem e San Salvatore a Ripa Grimaldi in pertinentiis Cantalupo, assoggettate alla sua giurisdizione ecclesiastica, e quindi, il 15 febbraio, la prepositura di S. Pietro ad Livererium in Castellalto dietro corresponsione di un canone e di sei tomoli di grano allo stesso Capitolo. Il 1613 dell'intrecciarsi in rapida sequenza delle operazioni acquaviviane, incluso il sostegno offerto da Giosia II al provinciale dei Gesuiti di Napoli per consentire ad alcuni religiosi della Compagnia di predicare e “fare una cerca generale” nella Montagna di Roseto, un’iniziativa a conferma dell’attenzione riservata al prozio Claudio ma che rinvigoriva il contrasto con il vescovo di Teramo per il quale il duca, autore di una missiva inviata a mons. Visconti “in visita” a Giulianova, con molta arroganza aveva sollecitato la missione come se “ad esso spettasse il governo spirituale di detto luoco”, il 1613, si diceva, è anche l'anno in cui Giulianova, al centro di alcune operazioni di natura fondiaria relative ai terreni in contrada Filetto tra esponenti del patriziato teramano e il monastero aprutino di S. Giovanni, subiva l’assalto dei banditi con la distruzione dell’oratorio della Congregazione del Sacramento. Su questo sfondo di paure e devastazioni, e in cui la componente popolare giuliese ben poco giovamento trarrà dal passaggio dal sistema dell’apprezzo a quello delle gabelle e dall'istituzione, nel 1614, della giunta delle università, i cadetti ecclesiastici di Casa Acquaviva continuano la loro non resistibile ascesa. La morte del cardinale Ottavio e quella, nel 1615, del generale dei Gesuiti Claudio, privava gli Acquaviva d'Aragona del ramo atriano di ragguardevoli esponenti in seno alla Chiesa, per quanto potessero ancora annoverare Orazio, vescovo titolare di Caiazzo, tuttavia ormai anziano e comunque in posizione defilata rispetto alle vicende ed agli interessi di Giosia II. Per cui non poteva che essere don Giuseppe il depositario delle velleità familiari (con prospettive, va da sé, schiettamente economiche) in ambito religioso, dove in effetti il fratello di Giosia II, come vedremo, rivestirà un ruolo di primo piano. Intanto egli, non potendolo più fare ad Atri a causa del sequestro del palazzo ducale, si muove tra Giulianova, Roma e Napoli, città in cui grazie alla sua invidiabile condizione economica, e da buon aristocratico incline al lusso ed allo sfarzo, nel 1615 commissiona i suoi abiti a Giovan Domenico Lercaro, ricco commerciante di tessuti e “cosetore” (sarto, cioè) tra i più rinomati nell'affollata piazza napoletana del tempo, arrivando a sborsare ben 40 ducati. Salvo però richiedere alla città di Atri nel 1616, allorquando è attivamente impegnato a Notaresco a confermare ed istituire rettori in diverse cappelle locali, una sovvenzione per consentire alla nipote Maria la monacazione nel monastero di Santa Maria Donna Regina a Napoli, dove in effetti la figlia di Giosia II verrà ammessa di qui a non molto. Nell'aprile del 1617 un passaggio con sosta a Giulianova, ultima stazione regnicola per il cambio dei cavalli e riferimento per i viaggiatori grazie anche al secolare ospizio di San Rocco, dell'irpino Francesco Magnacervo in pellegrinaggio a Loreto, ci rivela – tramite notazioni sintetiche ma non sprovviste di interesse – non solo come nei nostri luoghi avesse ben allignato la viticoltura (“si fanno molti viti”), ma anche la perdurante pericolosità della strada litoranea tradizionalmente battuta dai viandanti per fede e devozione perciò detta anche Lauretana d'Abruzzo. Infatti l'intera compagnia partita da Serino con diversi sacerdoti, e di cui faceva parte il giovane e prossimo frate Magnacervo che ci informa, era stata messa in “sicurtà” da due appartenenti ad una famiglia giuliese con la quale ci imbatteremo ancora, il prete Taluccio Talucci ed il fratello Andrea Acquaviva, quest’ultimo da noi già incontrato in veste di giudice ai contratti nel 1603 e due anni dopo, quale regimento, assurto al vertice dell’organo rappresentativo e gestionale dell’università di cui sarebbe tornato a far parte tra quattro lustri. Era invece durante la sua visita pastorale che il 13 giugno seguente, nella campana Formicola, cessava di vivere il vescovo Orazio. Con la scomparsa del presule, la famiglia dei duchi d'Atri e conti di Giulianova veniva così a perdere l'ultimo esponente ecclesiastico di riguardo, peraltro giunto alla cattedra episcopale di Caiazzo grazie ai buoni uffici del defunto cardinale Ottavio. Ma il ramo primigenio degli Acquaviva d'Aragona, pur con tutte le difficoltà del momento che comunque non impedivano a Giosia II di prendere parte alle grandi feste napoletane in musica a Palazzo reale, come quella tenutasi il 10 agosto di quest'anno, stava già avviandosi allo scrimolo della rinascita e avrebbe tra non molto riconquistato prestigio e peso all'interno della Chiesa spiegando una efficace azione di supporto al patrimonio del lignaggio, fortemente compromesso dalle alienazioni, e assodando al contempo, con effetto tonificante, la trama delle relazioni dentro e fuori il Regno. Un incedere per gradi ed ancora con passo cauto da parte di Alberto, altro figlio di Giosia II dal nome assai rievocativo, il quale, ancora chierico regolare ma già patrizio napoletano, nel 1617 (come lo era stato l'avo Berardo nel 1373, e come nel 1691 lo sarà il pronipote Domenico) diveniva cavaliere dell'Ordine di Malta.
La figura del Cardinale Ottavio seniore Acquaviva d’Aragona per Giulianova. Ben più decisa invece l'andatura di Giuseppe, dal 10 giugno 1618 primicerio dell' arciconfraternita dello Spirito Santo dei Napoletani di cui il defunto zio Ottavio – lo si ricorderà - era stato cardinale protettore e che, proprio in virtù del nuovo incarico, veniva ossequiato da un giovane cadetto ecclesiastico del ramo pugliese degli Acquaviva allora seminarista a Roma e già autore di una orazione[84], Mario, figlio di Francesco di Giovan Bernardino II duca di Nardò e di Isabella del Barone, con la dedica alla sua De S. Spiritus adventu oratio per papa Paolo V recitata nella basilica di S. Pietro nella solennità di Pentecoste e messa a stampa per i torchi della tipografia viterbese Discipulorum. Un gesto da non sopravvalutare, certo, epperò in grado di lumeggiare quel senso di appartenenza alla grande famiglia acquaviviana nonostante le filiazioni dinastiche avessero moltiplicato le discendenze espandendo enormemente il parentado. Nessuna cortesia veniva invece riservata dal vescovo di Teramo all’arciprete ‘acquaviviano’ di Giulianova, il più volte incontrato Muzio Boccalari. A detta del quale mons. Visconti “et suo vicario” con ragioni pretestuose non solo avevano proceduto al sequestro in suo danno di una grossa quantità di grano conservato in una delle numerose “fosse” cittadine ma avevano anche irrogato la scomunica, censura da cui era stato assolto dal vicario di Campli. Tale “espeditione” veniva quindi presentata al vescovo aprutino, su istanza del Boccalari stesso, dal prete camplese Romolo de Nigris alla vigilia di Natale di questo anno 1618 ma “detto monsignor vescovo di Teramo […] nel istesso cortile del suo palazzo ove molti vi erano, con scandalo infinito cominciò a percotere molto malamente detto sacerdote e doppo [sic] avergli tolto tutte le scritture lo tenne molti giorni in secreta”. Un atteggiamento borioso quello del presule, ma pure estorsivo considerando che il povero sacerdote era stato rimesso in libertà solo grazie all’esborso di “alcuni scudi”, e di cui l’arciprete di San Flaviano faceva ragguaglio in una sottomessa “supplica” inviata a papa Paolo V nei primi del 1619. Tuttavia, la brutalità e l’arroganza del vescovo di Teramo, quest’ultima ribadita dal Boccalari in una seconda lettera per Paolo V in cui lamentava il rifiuto opposto da mons. Visconti ai quaresimalisti nominati dall'arciprete di Giulianova, uscivano molto ridimensionate dalle “Informationi dell’elettione delli Predicatori della diocese aprutina” che lo stesso presule inoltrava a febbraio alla Congregazione dei Vescovi e Regolari. Sin dalla sua venuta in diocesi, ragguagliava infatti il vescovo, quasi tutte le università “volevano eligere il predicatore”; e benché avesse rammentato come la scelta fosse di esclusiva competenza vescovile, nondimeno alcuni luoghi “grossi e principali”, tra i quali appunto Giulianova, avevano opposto il loro rifiuto “fumentati in questo da loro signori e baroni quali vogliono essere padroni del temporale et spirituale”. Eppure, egli aveva concesso a Giulianova e Canzano, con paziente indulgenza, “quelli predicatori ch’anno [sic] essi voluto” per quanto fossero “persone indegne et poco sufficiente a passione”. Un gesto di buona volontà ripagato però con la più nera ingratitudine in quanto, lamentava il vescovo, non erano mancate alcune rimostranze tra le quali una, come sappiamo, proprio di provenienza giuliese. Insomma, reazioni scomposte e ingiustificate, aggiungeva mons. Visconti, ascrivibili solo ad interessi particolari - e non certo limpidi - di persone “poco amorevoli” nei confronti di un vescovo che, in un “paese d’usurpatione et di persone che vogliono vivere a loro modo”, agiva “per mera defensione della giurisditione ecclesiastica”. Praticamente solo contro tutti, impegnato a fronteggiare intere comunità ormai preda dell’anomìa ed operante in una diocesi in cui spesseggiano quei signori feudali che attentano alle prerogative vescovili come il duca Giosia II, il cui nome taciuto nelle “Informationi” troviamo invece in una procura del marchese Giuseppe D’Azzia del 22 agosto di quest’anno 1619 con la quale veniva autorizzato a comparire in tutti i tribunali regnicoli ma anche di Spagna e presso la Maestà Cattolica[88] , Giambattista Visconti invece dell’uomo arrogante e brutale dipinto dall’arciprete di Giulianova, appare piuttosto – in base alla sua versione dei fatti, solo in parte vera - un vescovo austero e rigoroso. Non stupisce pertanto se la sua terza relazione sullo stato della diocesi aprutina, approntata a novembre, come le precedenti sia tutta percorsa da doglianze e tinte cinerizie. I laici, scriveva il presule, vivono di continuo “in odij, risse, rancori, inimicitie, et persecuzioni” e generalmente sono “poco devoti”, appena “odono la Messa” e si fanno beffe delle censure ecclesiastiche, non temendo neppure la scomunica. Desolante è anche la situazione della componente religiosa. Il clero, in generale “ignorante”, è incline “all'otio a spassi et piaceri”; egualmente incolti sono i frati, tanto da rivenirsi tra loro pochi lettori o predicatori, e “vivono in libertà” senza osservare le regole degli Ordini di appartenenza. Inoltre, facendo dei conventi altrettante oasi di immunità, non si peritano di alloggiare autori “di gravi et enormi delitti”. Eppure, il vescovo di Teramo non aveva fatto mancare il suo permesso per il nuovo convento dei frati cappuccini che, richiesto dalla comunità di Civitella del Tronto al provinciale Francesco Boccadossi da Campli, era stato eretto sotto il titolo dello Spirito Santo e quindi benedetto con la relativa chiesa il 23 gennaio 1612. Sul tappeto anche gli inesausti conflitti di giurisdizione con i soliti Acquaviva, i quali non solo accampano diritti su quasi tutti i benefici, “tanto curati quanto semplici”, ma anche proteggono, e spesso fomentano, i preti della Montagna di Roseto, loro dominio temporale, che infatti “vivono in molta libertà” mal tollerando la pur legittima intromissione vescovile. Un vero e proprio contropotere che si esplica nell'assegnazione dei benefici “a tutti forastieri loro servitori o altri benemeriti di loro Casa” e nelle rimostranze al vescovo da parte dei preti loro “vassalli” specie in ordine all'elezione del predicatore. Nella relazione del vescovo di Teramo ce n'è anche per Giuseppe Acquaviva d'Aragona giacché come abate “pretende di fare in tali lochi”, cioè a Morro d'Oro, Notaresco e Mosciano, “tutte quelle fontioni che toccano al Vescovo”.

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano il territorio.
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Guida turistica-culturale realizzata dall'Amministrazione Comunale di Giulianova (Te) Abruzzo - Italy.
Fotografia Giovanni Lattanzi - Testi: Sandro Galantini - Contributi di Gabriella Magazzeni, Laura Ripani, Francesco Tentarelli - Grafica ed impaginazione Andreas Waibl (Waibl & Di Luzio).

 
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