Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Antonio Corpora - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Antonio Corpora

Museo > Antonio Corpora

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L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


Antonio
CORPORA
Al MAS, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 12 ottobre 2002 al 12 gennaio 2003, Antonio Corpora, “Dipinti e acquerelli dal 1944 al 2002", a cura di Floriano De Santi.
l'astrazione lirica di antonio corpora: l'orizzonte europeo
L’orizzonte europeo
Le note di biografia segnalano la nascita di Antonio Corpora in quel di Tunisi nel 1909 (e tunisini sono i primi interventi giornalistici e critici intorno al giovane pittore allora ventenne, il primo nel 1928, gli altri a ruota nei due anni seguenti). Ma la Tunisia, specialmente per chi propendesse per una vocazione e ricerca artistica, voleva essenzialmente dire in quegli anni Francia. Così, dopo il passaggio a Firenze nel ‘29, dove andò a studiare, “cioè a copiare quadri degli Uffizi”, e dopo una curiosissima mostra a Palazzo Bardi visitata all’inaugurazione da una sola persona, che tuttavia rispondeva al nome di Ottone Rosai, Corpora si trasferisce a Parigi in quella che si presentava e voleva essere e in fatto ancora era in quei decenni anteriori alla seconda guerra mondiale la capitale legittima dell’arte internazionale. Nella “ville lumière” ebbe infatti luogo la sua vera formazione, creativamente mirante a innestarsi sul ceppo monetiano dell’impressionismo e però anche propiziata dalla scoperta di Paul Cézanne. L’appartenenza alla piena modernità, seppure a una certa modernità (bisogna subito rimarcarlo), non poteva essere più determinante e suggestiva, resa comunque compiuta dalla contemporanea conoscenza delle opere di Pablo Picasso e soprattutto di Henri Matisse.
Una serie di elementi tutt’affatto significativi prende dunque dall’inizio a sdipanarsi. La natura mediterranea di Antonio Corpora (che sia detto per memoria è di origine e famiglia siciliana) si fortifica e esalta nell’esperienza tunisina. Una luce ancora più intensa e imperativa che non quella dell’isola entra a vortice e si accende nelle prime opere. E’ una luce che tocca e lambisce la vista ma che anche raggiunge la mente. Una figura dunque intellettuale e logica ma al contempo un dato prensile e sensoriale, nel suo modo quasi un antemurale di quella percezione e immaginazione astratto-concreta da cui verranno accompagnate le opere della piena affermazione e della maturità di Corpora e la sua stessa immagine di pittore e di uomo dì cultura.
Lasciamo stare l’episodio fiorentino, legato a quell’apparizione di Rosai e comunque decisamente ricordevole (si trattava in ogni caso della prima esposizione di Corpora). “Allora vivevo a Firenze, mi offrirono una sala a palazzo Bardi. In quell’epoca i miei quadri erano influenzati forse da Modigliani, da Soutine, da una pittura un po’ impressionista. E non piacevano perché Firenze, allora come ora, era molto conservatrice. Ricordo di aver fatto gli inviti con l’elenco telefonico, non conoscevo nessuno. All’inaugurazione non venne nessuno. Improvvisamente entrò una persona che visitò la mostra e, uscendo, buttò sul tavolo un cartoncino e se ne andò. Sul cartoncino c’era scritto: ‘Ottone Rosai, telai e cornici’. Lui allora era falegname e sperava, così, di farsi un cliente”.
Vero o non vero che sia (ma ovviamente propendiamo per la sua assoluta autenticità), l’episodio è sintomatico di una autosuggestione e di una sede straordinaria di eventi e occasioni, in cui si inanellava in quegli anni memorabili per la cultura figurativa internazionale l’apprendistato dei giovani pittori. Della stessa natura sembra essere l’esperienza del viaggio — e del viaggio in un luogo altro quale era allora l’Africa. Uno spazio diverso nel quale le qualità immanenti della propria natura soggettiva potessero pervenire a un punto di aperta deflagrazione e espressione: in cui i dati dell’origine riuscissero a estrinsecarsi al massimo grado, e massimamente valorizzarsi. La Tunisia vale insomma la quintessenza della natura siciliana, ma è anche la condizione di un déplacement che non sarebbe rimasto senza effetti sulla successiva evoluzione di Corpora.
Certo, l’indole mediterranea di Corpora — annotata e osservata sotto i più vari rispetti dai suoi interpretit - sarebbe potuta germinare e crescere nella sua Sicilia (ancorché egli rimanga a tutti gli effetti un uomo del sud). Ma in quel caso, ove le cose fossero andate in un certo prevedibile modo, si sarebbe contornata dei connotati sanguigni e terrosi e di un’orchestrazione forse naturalistica della materia, con un abuso dei paesaggi di maniera, e una conformità verso una cronaca puramente figurale e paesana. L’originale e inventiva morfologia pittorica di Corpora si serve sì di impasti corposi di colore e di larghi lampeggiamenti di luce. Ma il concreto della materia serve a far spiccare una visione che esaltando le corde della rappresentazione mentale si rivela e prospetta contiguamente e costitutivamente vicina a un orizzonte di vita. La plenitudine traspare in controluce dalla limpidezza naturale, ma affonda nella stretta circonferenza della realtà.
La distanza — quella tunisina, quella francese — serve a Corpora per rimettere la visione nel suo giusto elemento, stabilendo tra il mondo e la percezione, tra la materia e lo sguardo artistico una sorta di oscillazione e però anche subito di sintesi. La Tunisia insomma fornisce le flessioni e le sensazioni più intense: ma quelle immagini prendono sin dall’inizio a condensarsi magistralmente nell’inverso spirare di accensioni intellettive. Quasi Corpora, attendendo e volgendosi alle voci dissimili e varie della natura, ne cercasse la purità e ce ne fornisse sulla tela l’essenza (ma un’essenza che sempre insiste a irradiarsi e insorgere dalle efflorescenze del reale). L’esperienza soggettiva diviene insomma occasione d’arte: diviene accesso all’arte.
Si consideri il caso della lontana prima gouache del 1930, Rabbino, un acquerello che rappresenta un personaggio della locale comunità ebraica. Una scritta in basso a destra puntualizza: Corpora Rabbino di Gerba, in questo modo introducendo all’interno del testo la traccia autobiografica delle escursioni giovanili nelle vicinanze di Tunisi (in fatto nel ‘31 Corpora fece una puntata a Gerba in compagnia di alcuni amici). Le inchiostrature di colore appaiono intense e rilevante- mente corpose. La figura è in evidenza, quasi si direbbe prominente: ma propende a affondare nel groviglio cromatico. Un po’ come succede in Beduina dell’anno appresso.
Corpora non è evidentemente un naïf un pittore incolto quantunque di genio. In quel primo correre degli anni Trenta, si iscrive all’Accademia di Tunisi e diviene allievo di Armand Vergeaud, che in Francia era stato condiscepolo di Dufy, Matisse, Rouault e Marquet. con i quali aveva frequentato l’atelier di Moreau. Si tratta di autori dinnanzi a cui si dev’essere incantata e raffinata l’immaginazione del giovane Corpora, che avvia in questo modo i suoi primi decisivi esercizi di stile.
La marcatura espressionista torna anche nella gouache della Beduina, dove il colore è tuttavia più inventi- vo. Ancora Uliveti, un olio su tela esposto nel 1931 al Salon de la Peinture tunisino, rivela l’influsso congiunto dei fauves (più segnatamente di Maurice de Vlaminck) e degli espressionisti. “Di questi ultimi, — rileva Marina Cossu — si avverte in Uliveti memoria della inesplosa tensione pittorica, latente nelle lunghe e dense pennellate disposte, secondo ritmi ascensionali e contrastanti”, con “le sciabolate di gialli, bianchi, rossi e blu, che lacerano il paesaggio mediterraneo e lo scompongono in una serie di brandelli di colore, i grumi bianchi e neri sparsi a figurare case ed ulivi”.
I ritmi e la tensione si attenuano in Cartagine, anch’esso di pertinenza del ciclo di opere realizzate a Tunisi nel 1932. Ma siamo ormai a un necessario mutamento di prospettiva. Una composizione risalente al 1934, Veliero, palesa già segni di crisi. Quella relazione traduttoria costantemente tenuta con la veemenza espressionista tende a scendere di tensione. La lingua pittorica fa mostra di connettersi a un diverso ordine di referenti. Viene in mente l’impressionismo, giunge a riscontro Turner menzionato proprio da Corpora) seni azzurrini di paesaggio si campiscono in uno stile attento al colore più armonioso e attento alla luminosità. L’azzurro è allora lo spazio, un grande immenso spazio. Un colore di profondità e di infinito.
L’azzurro colore metafisico era come si sa il colore preferito dai simbolisti, il colore celebrato da Mallarmé. Corpora lo accepisce negli ampi golfi della sua pittura, tutt’accanto agli altri colori e alle striature cromatiche. Ne avverte l’intensità lirica e ne traduce le movenze e persino la narratività sulla tela. L’incalzare delle cangianze lessicali e semantiche, ognuna nel proprio ordine, fa emergere la coscienza dell’intreccio sinestetico tra i vari linguaggi. Un intreccio proprio di quella modernità che in pittura ha l’abbrivo dall’impressionismo, ma che nell’arte letteraria e nel pensiero estetico ha inizio a cavallo tra Sette ed Ottocento.
Come è noto, Antonio Corpora ha voluto essere anche poeta e scrittore. Lui pensa che la pittura — o almeno la sua pittura — possa e debba tenere al proprio interno l’inusuale e determinante affondo prospettico della poesia.
Ma non per questo scrive pagine letterarie in soggezione delle arti plastiche e, meno ancora, appoggia il lavoro artistico sopra riverberi letterari. E’ vero invece che egli carica la pittura di una sorta di intensificazione lirica. Insomma la pittura riesce a soddisfare e a suo modo a corrispondere alla lirica ove ne traduca l’essenza — che è dunque l’essenza della modernità — all’interno degli intuizioni e delle zone coloristiche e compositive (secondo la stretta congiunzione tra la timbrica della luce e la modulata e musicale esemplarità cromatica).
Il più autentico significato di tutte queste referenze è tuttavia l’appartenenza di Corpora a una ideale linea di cultura segnatamente europea. Molti vincoli infatti lo congiungono a una dimensione francese e cosmopolita, con tutto il peso che questo fatto poi ha dovuto avere sul piano della pittura. Corpora sta insomma nel seno di una cultura, dal cui interno si è venuta elaborando la prassi moderna dell’agire pittorico. Per dirla diversamente, viene dal punto più alto della riflessione europea sul destino dell’arte, ma ne innesta le apposite strumentazioni nel terreno dell’origine e dei concreti transiti di vita e esperienza.
Ecco allora la Tunisia coi suoi variegati e corruscanti panorami; ecco la Sicilia con tutto il suo peso di colori e profumi: ecco soprattutto il valore evocativo della natura. A Tunisi e in Tunisia, Antonio Corpora sarebbe tornato numerose volte nel corso degli anni Trenta come a un luogo d’elezione e al luogo delle scoperte primordiali. Avrebbe continuato ad esporre al Salon Tunisien (come avvenne per Composizione del 1935, dove si può osservare l’adesione alle posizioni dell’astrattismo italiano). Ma è comprensibile che, previo il rapido ritorno in Italia e l’effimero soggiorno fiorentino, dovesse poi involarsene per l’avventura esistenziale e artistica la più decisiva della sua vita sotto i cieli di Parigi.
Era una scelta non solo di gusto, ma anche di civiltà — ha scritto Palma Bucarelli. Sempre Bucarelli legge nel magistero del Monet amato e approfondito ma anche criticato da Corpora il senso di un riferimento confidabile alla materia pittorica e congiuntamente ai legami di intrinsecità tra visione e pensiero. Ma è il nesso organico tra memoria, percezione e immaginazione a collocare Antonio Corpora all’interno di una tradizione dove Monet e gli altri autori francesi più ammirati aiutano a ridefinire il valore di natura-poesia, secondo intuizioni che sviluppate dalla pittura e dalla lirica avrebbero poi determinato l’accesso alle concezioni di un Henri Bergson.
                                                                  Floriano De santi
                                                        Curatore della mostra
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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