Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Philippe Artias - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Philippe Artias

Museo > Philippe Artias

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L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


Philippe
ARTIAS
Al MAS, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 9 luglio al 15 settembre 2002, “Tentazioni visionarie: Il ciclo di Sardanapalo e altre opere", dipinti e ceramiche di Philippe Artias, a cura di Floriano De Santi.
Artias, dalla pittura alla ceramica e viceversa. Ossia, una interpretazione dell’arte
 
Vallauris fino da giovanissimo è stato per me, come per tanti altri della mia generazione, della mia formazione, un luogo privilegiato dello spirito. Non è dir troppo, posso proprio dirlo. Certo, lo è stato per quella straordinaria presenza di Picasso: ma perché lì il genio dell’arte sovvertiva tutti gli stereotipi della critica e della storia scritta dell’arte, per ricongiungersi ai valori primari dell’uomo. Intendo dire che a Vallauris, modesto centro di pignatte sia pur sulla Costa Azzurra, anche se con un art nouveau di altissima qualità, il grande artista spagnolo indicava col fare che la creatività primaria dell’uomo emergeva anche (e in talune civiltà, soprattutto) dall’impastare l’argilla con le mani, dal plasmarla, dall’inciderla, dall’esaltarla con il colore. Picasso poteva ispirarsi anche alle pignatte, proiettando nel campo dell’arte così il lavoro stesso dell’artigiano.
Prima dei vent’anni, ricordo benissimo, il rigore di Braque al paragone con l’estrosità di Picasso, mi affascinava di più. Ma poi, conosciuta la stagione di Vallauris ebbe la meglio la preferenza per Picasso. Ho avuto modo in passato di esprimere questo mio pensiero e sentimen o, almeno in diverse occasioni: mentre la mia frequenza stessa in quel luogo, per quanto in tempi non più mitici per la presenza ormai trascorsa del genio, ne aveva potuto cogliere segni sparsi ma ancora suadenti, persino di seduzione, nelle strade, nelle botteghe, nell’atmosfera, nelle persone.
Si potrà capire allora, meglio, la seduzione che Philippe Artias esercitò su di me quando lo conobbi nel corso degli anni Ottanta: aveva lavorato nella ceramica a Vallauris, quando c’era Picasso, tra la fine degli anni Quaranta e gli inizi degli anni Cinquanta.
Anzi, aveva raggiunto a Vallauris Picasso, attratto dal genio, come altri giovani artisti di allora. E i suoi racconti: l’ammirazione di Picasso per il giovane disegnatore, come per l’ex partigiano, il suo aiuto nell’inserirlo nel lavoro ceramico perché potesse avere di che vivere, perché i disegni non “dabant panem”, la collaborazione con l’altro grande amico di Picasso, il pittore e ceramista Edouard Pignon... Ma ancora di più: se posso dire, m’intrigò il suo universo pittorico, le metamorfosi della realtà, le deformazioni fenomeniche, l’anamorfismo di figure, paesaggi, silhouettes e movimenti di persone e cose, la grande conoscenza e passione per l’arte del passato, le sue interpretazioni di grandi artisti del passato che esplodono sempre in elaborazioni cromatiche, — anche quando siano poco più che monocromatiche — di forti sensazioni, impressioni visive ed emotive: in tutto questo, e in tanto altro, rileggevo e capivo ancora di più il genio di Picasso mentre mi apriva, per converso, alla personalità precisa di Artias. Capire Philippe Artias, significava capire meglio Picasso: e viceversa.
Ricordo come una delle più belle mostre mai viste, per me, sia stata quella di disegni di Raffaello dedicatagli alla Villa Medici, prima ancora di quella mantovana pur bellissima ma con più vaste e differenti fonti raccolte. E sono disegni di studio del genio urbinate ispirati a pittori a lui precedenti o quasi coetanei. Proprio da questi studi mi parve di capire meglio Raffaello, oltre che di avere uno straordinario strumento per entrare nel sistema dell’arte. Il copiare, non dunque nell’eccezione banalissima dei nostri banchi di scuola, ma metodo altissimo di formazione anche del genio stesso. Dunque, con questo importante riferimento non si tratta di “pittura anacronistica” o di qualcos’altro del genere, come “pittura colta” come abbiano conosciuto nell’ultimo quarto all’incirca del secolo scorso. Artias è strutturalmente immanente all’arte e alla storia attinente alle ragioni sottese più che alle iconografie e ai modi scoperti.
Analogo sistema dell’arte ho recepito e sperimentato sia cercando di leggere Picasso, sia procedendo ormai da vari anni nell’ispezione di Artias. E per quest’ultimo non solo nei suoi richiami a Goya o Delacroix: ma le impaginazioni stesse di tanti dipinti sembrano suggerire qualche cosa d’altro che si conosce, attraggono per le loro diverse fonti “classiche”: rinascimentali/manieristiche, barocche, romantiche... Il soggetto, allora, sembra valere assai meno della costruzione del quadro — del segno/disegno/colore — mentre rimanda, suggerisce, suggestiona verso autori dell’arte anche non volutamente citati, assunti come fonti d’ispirazione.
E tutto questo passa senza soluzione di continuità nella ceramica, anche nell’espressionismo ultimo dei “Volti”, quasi Meduse orrifiche, che è ciclo della primavera 2001. “Volti” in cui sembra dissolversi l’eleganza felice d’antan. Senza dire poi di quel ciclo giocato nel decorativismo supremo della “Famiglia reale” di Goya del 1991. E così via, per altre tematiche come quelle coi movimenti di persone e cose, degli anamorfismi, e di tanto altro nelle bizzarie interpretative più singolari.
E qui ritorna Vallauris... perché ho provato direttamente e vivendolo nel fattuale con l’artista, il suo rapportarsi alla ceramica, anche se in tempi assai posteriori al passaggio del genio. Essa è per lui un pretesto per la pittura; oltre che gusto tipico francese per la pluralità dei supporti. Ma il suo è un gusto, un’attrazione non generica per la ceramica popolare. Un gusto che si dà, per lo più, nelle forme “popolari” anche quando derivino da stereotipi neo-rinascimentali di perdurante attrazione popolare: ma anche nel colore dell’argilla refrattaria, nel suo porsi come supporto rosso di ferro, rosso cuoio, reso brillante dalla invetriatura, che sorregge la figurazione monocroma — alla Grecia classica, — o quella policroma moderna come se galleggiasse sulla superficie d’acqua arrosata, in trasparenze illusorie che richiamano anche l’ultimo decorativismo di Henri Matisse, le sue colorate trasparenze vitree e i suoi papiers découpés. La ceramica come pittura, dunque, che può giocare magari con il concavo e con il convesso come non sempre accade con i dipinti su tela o altri materiali di supporto per il quadro.
In questo Artias è meno eclettico di Picasso, che ha “giocato” con la ceramica esplorandola anche al di là dell’espressione pittorica “tout-court”. Artias con la ceramica ha inteso arricchire le possibilità espressive della “sua” pittura, sottoponendo il materiale ceramico al suo segno o servendosene anche nella sua forma storica, sia antica, sia popolare o d’uso comune: esaltando le forme stesse o annullandole. Quando le forme divengono troppo importanti, si vuoi dire fortemente plastiche, già di per sé decorative, Artias le ha rifiutate come ho potuto esperimentare io stesso proponendogli anni fa alcune forme del ceramista derutese Giulio Busti (ad esempio, i suoi grandi vassoi “cornucopie”, che amavo molto). In questo mi pare che Artias si avvicini maggiormente al pittore ceramista Pignon, che pure tentò di esperire il materiale anche come fatto plastico ma senza quella sfrenatezza ludica di Pablo Picasso, quel suo sommovimento, quella sua voracità.
                                                         Gian Carlo Bojani
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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