Al MAS - La biografia dell’artista: Carlos MENSA - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - La biografia dell’artista: Carlos MENSA

Museo > Carlos Mensa

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
Giulianova (Teramo) L’arte di Carlos Mensa. L’IMBALSAMATORE: Lo sguardo –e altro non può essere che Mensa– seduce la figura che, forse oscena, o assediata / compiaciuta da ortopedia e corsetto, ci osserva. Non più dal muro. Sono i personaggi della tela che visitano la galleria e lo spettatore è l’insetto attraversato dall’ago, conficcato, questo sì, nel muro. Lo sguardo seduce o meglio, aizza, tanto con la delicatezza manierista di un Bronzino, come col cuoio nero e il marabú de “La Venere delle pelli”. E al visitante, dietro la vetrina, la perpetuità dell’insonne gli consegna in eredità la forma. SCINTILLE DI RIVOLTELLA: Attraverso la visione della Chiesa in Mensa, si presenta alla mente un riferimento facile ma inevitabile: la chiesa di Fellini. O meglio, la Chiesa come maschera degli istinti che lei stessa condanna e che il regista italiano trasgredisce con feroce affetto, trasformando il rito in un piacere antagonico e, per questo, fratello. Fellini in Italia; Buñuel o Mensa Spagna. La farsa umana dell’ecclesiastico in essi, la visione cadaverica in Mensa? Ossia: innanzi al quadro –cardinali e fantocci del suo Vaticano privato– appare la morte incorrotta che si disfa all’aprire il feretro e nell’aria resta sospesa la sua presenza. Lo stesso Mensa non si salva; lui è uno dei cardinali ritratti. Allora Leda non è altro che una suora che per l’estasi lascia cadere la Liturgia delle Ore. LA CARNE: L’erotismo in Mensa –intarsio di Streghe o unghie cinabro– imposta con finezza il modo di giungere a una forma di scontro: la pornografia. E c’è una certa provocazione alla maniera surrealista e di hard core corrosivo in quei corpi torturati, adiposi accanto all’oggetto bello, o sensuali accanto ad aggeggi meccanici e volti vuoti. Il corpo è un manichino o il manichino è un corpo. O in altro modo e alludendo ai suoi quadri: chi indaga i riccioli del pube–o l’opale tra le natiche– delle Tre Grazie, statiche sotto il l’acconciatura araba di satin verde? Risiede forse la deformazione acida dell’amato nel coraggio di svelare, con l’eleganza come maschera di perversione, ciò che davvero si desidera? Gli stivali di vernice degli ussari e il carro funebre che scopre lo splendore di un corpo luminoso e decapitato zittiscono le domande. La canzone, funebre e amorosa, appartiene ad Apollinaire: “La dama aveva un vestito di viola ottomano. Quella donna era così bella da far paura”. L’ISCRIZIONE DI PANDORA: Una sonatina di Scarlatti e varie incisioni del Tiepolo tra le mani. “Trionfo di Flora” e “Il banchetto di Cleopatra”, forse annotazione col lapis rosso per svelare le teste che son tali o che lo sono in eccesso per scuoiamento, gli elmi e le facce bendati. Carlos Mensa vuole avvisare sull’accuratezza dei preziosi e sull’abito (o lo scenario) come contrapposizione alla propria ironia e al sarcasmo implacabile con quanto di cafone lo riveste; o della sostituzione –è un esempio– della fatua donna che vorremmo contemplare, del malizioso pellicano con zampe da uccello migratore? L’eco della risata e il silenzio sono tutt’uno nella sala.
L’arte ribelle di Carlos Mensa. A quasi cinquant’anni dalla data-simbolo del “Sessantotto” appare giusto e storicamente importante rivisitare – e rivalutare – tutte quelle espressioni artistiche che in Italia si sono chiaramente ispirate alla protesta politica, alla speranza rivoluzionaria, alle spinte libertarie, e che si sono sviluppate a partire dal 1965, con le prime proteste per la guerra del Vietnam, per proseguire poi almeno sino alla metà degli anni settanta. Con il titolo emblematico di “Arte ribelle”, Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, responsabili delle Gallerie del Credito Valtellinese hanno scelto di indagare quel particolare momento artistico. La mostra proposta presenta così un gruppo abbastanza ristretto di artisti, essenzialmente operanti tra Milano e Roma, mettendo a confronto linguaggi cosiddetti “alti” (pittura da un lato e arte “concettuale” e comportamentale dall’altro) e “bassi” (l’illustrazione di riviste e di fanzine, come “Re Nudo” e altre), che in quegli anni hanno cercato di costruire un vero e proprio linguaggio espressivo al contempo innovativo e accettato dalle grandi masse, dove il confronto tra arte e illustrazione, tra arte e ciò che un tempo si definiva “propaganda”, pur essendo entrambi schierati ideologicamente dalla stessa parte, costituisce uno dei motivi più interessanti. “Se la Francia - affermano i due direttori - ha celebrato la sua “Figuration Narrative” con una mostra al Centre Pompidou (maggio 2008), è giusto che Milano – cuore della protesta studentesca e operaia italiana - faccia altrettanto con gli artisti e anche coi semplici illustratori, che furono testimoni attivi di quella stagione, e che costituirono un esempio importante, duraturo e linguisticamente non secondo a nessuno nell’Europa di quell’epoca”. Partendo da questi presupposti, il progetto “Arte ribelle” è partito il 12 ottobre proprio da Milano - con grande successo di pubblico e critica - presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese ex-refettorio delle Stelline, e approderà a Fano con una selezionata retrospettiva sugli artisti protagonisti di quel momento storico e sociale. Di qui, appunto, il Progetto “Arte ribelle” che dall’11 ottobre, proprio a Milano, presso la Galleria Gruppo Credito Valtellinese di Corso Magenta, approderà in una grande e selezionatissima retrospettiva sui protagonisti, sul fronte dell’arte di quel momento storico e sociale. Il curatore ha selezionato per questa rassegna un’ottantina di opere - alcune di grande dimensione - e una nutrita serie di documenti illustrati, oltre alle testimonianze fotografiche, centrate non tanto sugli avvenimenti, ma sul costume dell’epoca. Il catalogo che accompagna l’esposizione si pone come strumento fondamentale per la comprensione dell’arte e dell’immaginario figurativo del periodo: un approfondito saggio del curatore, una serie di interviste inedite ai protagonisti, saggi dedicati a singoli aspetti del periodo, - stilati da Alberto Saibene, Enrico Morteo, Francesca Caputo, Matteo Guarnaccia, un forte apparato iconografico farà di questo volume un punto di vista aggiornato sull’argomento. Tra i protagonisti della mostra troviamo Vincenzo Agnetti, Franco Angeli, Fernando De Filippi, Nanni Balestrini, Age, Paolo Baratella, Gianfranco Baruchello, Fabio Mauri, Mario Ceroli, Emilio Isgrò, Mario Schifano, Ugo La Pietra, Umberto Mariani, Franco Vaccari, Gianni Pettena, Gianni Emilio Simonetti, Giangiacomo Spadari, Franco Mazzucchelli. A questi artisti si affiancano coloro - Matteo Guarnaccia e Pablo Echaurren tra i molti - che in quel periodo, magari anonimamente, hanno operato nel campo dell’illustrazione, del muralismo e nelle diverse altre forme di comunicazione visiva, a comporre un affresco ragionato di uno dei momenti più magmaticamente creativi della cultura italiana del Novecento.
 
 Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova
Espone l'artista Carlos MENSA
HomeNote Biografiche

La "Fondazione Museo d'Arte dello Splendore" di Giulianova (Te), presenta le opere dell'artista Carlos MENSA.

La mostra si è conclusa con grande successo.
MAS "MUSEO D'ARTE DELLO SPLENDORE" GIULIANOVA
Viale dello Splendore n° 112 - 64021 Giulianova (Te)

Al MAS l'artista Carlos MENSA
  •    La biografia di Carlos MENSA

Carlos Mensa ( 1936 - 1982 ) è stato un pittore spagnolo del 20 ° secolo . Carlos Mensa, pittore autodidatta 1 che ha lavorato da solo ai margini della moda. Espressionismo, realismo, surrealismo, citazioni sulla storia della pittura e critiche feroci si uniscono in un lavoro molto personale di grande perfezione tecnica. Usando sarcasmo e ironia successiva, argomenti scomposti, cercando l'assurdo, il corrosivo e l'opprimente. Fornire situazioni di impatto, estreme e rischiose che agiscono come metafore o allegorie incorporate nelle immagini.
 
Biografia
Nacque a Barcellona , in Catalogna (Spagna), il 28 febbraio 1936, figlio di Juan Mensa Bada e Manuela Corchete López. A causa della guerra civile spagnola , nel 1939 fu evacuato dalla Spagna insieme ad altri bambini, i cosiddetti " bambini della guerra ", su una nave della Croce Rossa a Casablanca(Marocco), incontrandosi più tardi con sua madre, che era un rifugiato in Francia . Nel 1945 tornarono in Spagna, stabilendosi a Cartagena , per tornare nel 1950 nella sua città natale. Nel 1957 decise di dedicarsi alla pittura, dopo aver visto la mostra "Italian Painters", che si tenne al Palau de la Virreina di Barcellona , impressionato dalle opere di Giorgio de Chirico. Nello stesso anno partecipa a un concorso di pittura e scultura organizzato dal Real Artistic Circle di Barcellona. Nello stesso anno incontrò la designer Margarita Nuez, con la quale si sarebbe sposato nel 1960 e avrebbe avuto due figlie, Laura nel 1966 e Patricia nel 1973. Nel 1960, ha presentato la sua prima mostra personale presso il Museo Civico di Mataró . Nel 1961 fonda il gruppo Síntesis insieme a Teo Asensio e Enrique Maas, che esporrà in Spagna , Danimarca e Svezia . Tra il 1962 e il 1964 ha partecipato a diverse esperienze con il Ciclo d'arte di oggi, che nasce dalla confluenza del gruppo Síntesis con un altro gruppo di pittori e scultori. Dal 1963 si dedica esclusivamente alla pittura. Il suo rapporto con l' Italia è iniziato nel 1964/65, con la sua partecipazione alla mostra itinerante "Mostra di arte spagnola contemporanea in Italia". Nel 1966 si trasferisce a Parigi con una borsa di studio ed espone in diverse città italiane. Nel 1968 era a Milano per una mostra personale nella galleria l'Agrifoglio e quando tornò in Spagna fu imprigionato per alcuni giorni accusato di anti-franchismo e insulti all'esercito. Nel 1969 espone alla galleria La Nuova Pesa di Roma la sua pittura "Perros" che inizia una svolta verso un linguaggio simbolico-surrealista. Nel 1970 una lunga serie di "metafore" sulla condizione umana, visti come un conflitto tra la realtà apparente e l'inconscio, tra ragione e l'assurdo, tra la perfezione e il degrado, tra amore e perversione appare nella sua opera . Elementi come maschera, abbigliamento, armi, animali e musica sono gli strumenti che modellano la denuncia delle contraddizioni che rendono l'essere umano un intreccio esistenziale di tensioni strazianti. Nello stesso anno realizza la sua prima mostra nella Sala Pelaires di Palma di Maiorcaa cui altri seguiranno nel 1972, 1975 e 1980. Nel 1971 la sua opera viene esposta per la prima volta nella galleria Trentadue di Milano, dove esporterà nuovamente nel 1974, 1976, 1978, che la galleria pubblicherà la prima monografia dedicata alla sua opera, scritta dal critico Roberto Tassi, nel 1976. Nel 1980 espone alla galleria Bollhagen a Worgswede, vicino a Brema . Morì nel 1982, dopo aver partecipato alla fiera ARCO a Madrid. Dopo la sua morte, sono state presentate diverse mostre retrospettive delle sue opere, come quella organizzata dal Comune di Barcellona nel Palazzo della Virreina nel 1983, dal Palazzo dei Diamanti di Ferrara nel 1985, dal Centro Culturale della Villa di Madrid nel 1987, Accademia Spagnola di Storia, Archeologia e Belle Arti di Roma 1987, nella sala espositiva della Caja de Madrid a Barcellona nel 1991, nel centro culturale Sa Nostra nel 2002 o nelVila Casas Fondazione nel 2008. Il suo lavoro è nelle collezioni di musei nazionali quali il MACBA, il National Art Museo Reina Sofía o Fran Museo Daurel e internazionale: Museo d'Arte Costantino Barbella, Museo di Palazzo Mayo-Chieti E Musei Palazzo d'Avalos.
 
Traiettoria artistica. Informalismo e primi germogli espressionisti
Carlos Mensa decide di essere un pittore a seguito della visione di un dipinto di Giorgio de Chirico che lo impressiona fortemente; "Malinconia autunnale" (1915). Nel 1960, la sua carriera artistica parte da un iniziale informalismo che si trasformerà rapidamente in un linguaggio materiale con una schematica figurazione gestuale, con una connotazione espressionista. Verso la fine del 1962, pubblicato i suoi "pupazzi": volti, corpi sporgenti dei media attraverso i colori duri e gocciolanti che aiutano a trasferire un senso di rottura senza speranza e frustrato, che può entrare, per la sua bellezza, nella migliore antologia disperazione.
Social Chronicle
Tra il 1964-1965, il suo lavoro sarà portare ad un realismo critico, più attenzione ai dettagli, che rafforzerà una denuncia con l'accento sarcastico, volte al limite caricatura , di alcuni settori del potere, nonché alcuni commerci con significati molto concreti. Ha partecipato e collaborato con i gruppi e le iniziative come "Cronaca della realtà", "Estampa Popular" e "Interrealismo" coincidono in intenzionalità: quella di un impegno vernice chiara intenzione di lotta politica, che alla fine incorporando forti connotazioni di pop art.
allegorie
"Perros" del 1969 inaugura una nuova direzione nella traiettoria artistica della Mensa; abbandona l'analisi critica della realtà esterna e sociale verso l'analisi critica della realtà interna e individuale. Appare per la prima volta "la maschera del viso", simbolo chiave nel lavoro dell'artista, che capovolgendone il significato trasforma l'apparenza in realtà. Allegorie o metafore sulla condizione umana, inserite in un'atmosfera di oppressione e violenza deliberata, che cerca di ricreare il clima di opacità che ha invaso la civiltà occidentale. Gli anni '70 significano per la Mensa l'incontro con la propria lingua e la sua espansione, specialmente in Italia. È anche il momento in cui il suo lavoro suscita un interesse crescente tra il pubblico e la critica d'arte.
Lo stravaganza
Nel 1975, Carlos Mensa ha creato opere di piccolo formato con una complessa tecnica mista, utilizzando collage assemblage incorporato in materiale pittorico, con una straordinaria ricchezza di veli e trasparenze. Con la serie "Stravaganza", porterà le simbolizzazioni della sua pittura al massimo livello di sofisticazione.
Ultimo stadio
Con il lavoro "Painter in the studio" apre nel 1979 l'ultima tappa del lavoro di Carlos Mensa, determinato dall'indagine su nuovi modi. Il cromatismo diventa sempre più raffinato e luminoso, con una volontà quasi tridimensionale che si oppone alla comparsa della tecnica non finita , creando contrasti ambientali. Le deformazioni dei volti scompaiono e il simbolo della maschera viene relegato al secondo mandato.
In questo periodo scompare il clima di violenza delle opere precedenti e al loro posto appaiono rare atmosfere di mutua contemplazione. Crea opere con grandi paralleli con figure di pittura classica, che aggiorna inserendo il suo messaggio critico.
 

  •    Antologia critica su Carlos MENSA

JUAN CORTES (1964)
Mensa seguita a rigenerarsi nel suo mondo larvato, truculento, fetale, abominevole, irremissibile, al quale ha aggiunto frammenti di titoli a grandi lettere il cui scopo solo può essere quello che immaginò il Pantarca [Eugeni d'Ors] a proposito di Nonell, assassinato dai suoi modelli come vendetta per averli raffigurati. Alla presenza degli espressionismi che si sono i succeduti, ai quali va aggiunto quello di Mensa, l'invenzione dorsiana è rimasta ridotta a una sproporzionata apprensione dinanzi a uno spettacolo di serena normalità.

Carlos Mensa

BALTASAR PORCEL (1968)
Carlos Mensa è un pittore dell’onorevole e alta società. Finanzieri, gerarchi, politici, capi, dame, tutti con pompoese uniformi e splendidi abiti, vengono ritratti con minuziosa serietà, stanno lì, nella tela e posano, posano con orgogliosa e brutale sciocchezza, palloni gonfiati nei cui volti, modi e abiti si rivela un’imbecillità petulante e crudele. Carlos Mensa, sulla linea di Daumier, Goya, Nogués o Solana, è ossessionato dalla satira feroce, che nel suo caso come in quello del Goya –con le dovute distanze, visto che non voglio esagerare–, si traduce in un raffronto diretto e demistificatore, accusatore, nei confronti dei dirigenti della società. La pittura, per Carlos Mensa, è arma artistica e sociologica che deve servire alle più perentorie necessità del corpo sociale che la nutre. Personalmente, sono d’accordo con lui. Ciò non impedisce, ed è chiaro, che comprenda e piaccia la molteplice varietà con cui può manifestarsi l’arte. Ma la noia visuale e l’evanescenza ideologica che produce l’attuale galoppo delle mode in pittura, proprio come se questo paese fosse l’asse del più opulento sviluppo economico e culturale, tra questo frivolo ed estemporaneo ballonzolamento e la gravità critica di Mensa, mi tengo quest’ultima per convinzione e perché suscita un inquieto e stupito interesse. Mensa crea un mondo. Come in letteratura lo creò Valle Inclán con “El ruedo ibérico”. Le quattro splendide mostre che in tre anni ha celebrato in Italia evidenziano che quanto ha fatto, e io possa ribadire, risponde alla più stretta configurazione dei fatti.
 
VITTORIO FAGONE (1971)
Le opere più recenti fanno ancora più acuto questo complesso metodo di costruzione di una immagine. Infatti, l’evidenza del soggetto, descritta ancora con minuziosa insistenza, è spostata verso punti precari e inagibili... L’immagine, marcata in chiave realistica, è «spiazzata» verso un opposto significato, non abolendo un certo tipo di relazione con le altre immagini (lo sfondo-immagine) ma obbligandone una diversa direzione. Letta in Italia, in chiave realistica, con una forzante critica oggi evidente, la pittura di Mensa appare piuttosto costruita secondo un originale recupero di spostamenti e deviazioni per i quali è d’obbligo ricordare il limite-frontiera dell’operazione rivoluzionaria dei surrealisti. Mensa ne sfrutta liberamente certi luoghi canonici, ma capovolgendo le immagini barocche di un universo spagnolo ridondante e caduco egli ne risuscita, anche ambiguamente, movimenti, tensioni e apparenza. Così la scena spagnola che egli devasta appare allo stesso tempo in cui viene derisa, tragicamente viva in un’irrecuperabile e disseccata grandezza.
 
RENZO FEDERICI (1975)
Di fronte ai quadri dello spagnolo Carlos Mensa, che espone alla «Santa Croce», la cosa che prima colpisce è la giustezza e l’intensità con cui sono stati assimilati i più tipici meccanismi del surrealismo classico: la perenne ambiguità delle cose, la loro metamorfosi incessante, da cui la continua imprevedibilità, gli accostamenti incongrui, le presenze gratuite, l’uso dell’oggetto emblematico; e poi le ossessioni erotiche, le angosce da nevrosi, lo sgomento di un luogo e un tempo irriconoscibili. E tuttavia senza nulla di meccanico, come tanto spesso accade, anzi con una convinzione e una fertilità vere, per cui l’invenzione non ristagna, ma scatta di continuo in nuovi, penetranti arricchimenti. Pur così densi e fermi, i suoi quadri sono in realtà quanto mai mobili come messa a fuoco mentale. Tuttavia, rispetto al surrealismo storico e a tanta produzione corrente in questo genere, la pittura di Mensa si individua con una fisionomia sicura. Basta del resto a farne un caso a sé la sua stretta aderenza al museo, o meglio, visto che da Dalí a Magritte il museo è stato ben presente nel lavoro di tanti surrealisti, la sua scelta di un determinato museo, che è poi quello della grande pittura spagnola dal Velázquez caravaggesco a Zurbarán e Goya. È ciò che assicura alla sua pittura il tono fermo, lucido e crudo, e quella tensione che arrovella le forme nella ricerca di una costante precisione e complessità. Ma c’è un altro aspetto anche più rilevante che individua il suo lavoro, ed è, diremmo, l’atmosfera dilatante. Mensa immagina in uno spazio costretto, per oggetti incombenti, per vicende che s’annodano immediate e saldissime. Come gli manca il senso dell’fabulazione ariosa gli manca anche il senso del favoloso. La sua avventura si compie al chiuso, tra oggetti di estrema evidenza, che se mai oscillano tra le epoche della storia, ma non tra gli spazi della geografia. In questo senso è anche legittimo parlare per lui di realismo, come fa Roberto Tassi nella bella presentazione: realismo per l’estrema attenzione agli oggetti, la loro individuazione nitida e cruda, ma anche per l’estrema serietà con cui egli gestisce le sue invenzioni, i toni di chiusa angoscia che indubbiamente si sprigiona da molte delle sue immagini.
 
TOMMASO PALOSCIA (1975)
Carlos Mensa sembra stia a indicare ai realisti di ferro italiani, in particolare a coloro che ancora fanno sfoggio di una tecnica sbalorditiva e di una esattezza di raffigurazione realistica quasi mostruosa, che l’unico sbocco riservato alla loro pittura è il Surrealismo. Ma questa parola fa senso ai critici nostrani che le hanno dato l’ostracismo; e quando essi non possono farne a meno, cercano di giustificarne la presenza, quasi debbano vergognarsene, ricorrendo a funamboliche ricerche di citazioni di comodo. Carlos Mensa è un surrealista ed esprime con la massima serietà i suoi concetti; e accompagna l’espressione con esattezza di linguaggio: un linguaggio, ovviamente, mutuato dal realismo ma che non consente di chiamare «realista» questa pittura. Le folli combinazioni iconografiche non ne giustificherebbero la definizione, anche se, nella realtà, viviamo un angoscioso momento di follia, collettiva. Interessantissima la tavolozza di Mensa. Il colore ottenuto con il costante mantenimento della cromia per un semitono al di sotto dei valori normali, la scelta dei bruni, dei verdi spenti, dei grigi o l’esercizio dell’invecchiamento dei gialli persino dei rossi, ripropongono alle generazioni nuove ricordi di una gloriosa tradizione spagnola, rivisitata al lume del nostro tempo e con felice capacità di assorbimento.
 
GIORGIO MASCHERPA (1976)
(….) Mensa è d’abilità sconcertante, velazqueña, caravaggesca nel proiettarvi negli occhi l’immagine incombente e pregnante per cui vi vien spontanea al labbro l’ingiuria e, ma più raramente, l’ohhh di ammirazione. Un linguaggio che più che iperrealista (come i maniaci d’ismi potrebbero definirlo) è realista alla spagnola, è cioè surrealismo e metafisica delle cose, realtà come entità a sé stante e persona come realtà e come cosa. “Quella mescolanza di vecchia Spagna, del profumo, della sacralità e dell’aberrazione dei suoi riti, con gli oggetti duri e irti delle nuove mode e delle tecniche, la convivenza dei pizzi, dei broccati, dei mantelli trapunti d’oro, il cuoio dei manichini, il ferro… i vari metalli degli apparecchi ortopedici o di tortura, avvengono anche sul piano formale”, scrive Tassi e come dirgli no? Semmai c’è, al fondo di questa somma perizia pittorica, e di questa ferocia espressivo-formale, un pizzico di impotenza ad amare, a redimere ciò di cui si soffre e che si violenta col proprio giudizio. Dico che il compiacimento, tanto spesso, supera l’umanità e me ne dolgo: ed è l’unica cosa di cui mi dolgo, qui...

RAFFAELE CARRIERI (1978)
La sua biografia è monotona come un passaporto, un passaporto bruciacchiato e macchiato di sangue: ciascun foglio ha le stigmate della guerra. Se non fosse un grande pittore nessuno si volterebbe a guardarlo. È stato così per Tiziano e Giorgione a Venezia nei giorni della peste. Sono i maestrini a farsi notare e a creare d’epoca in epoca il modello dell’artista circolante in pubblico. Fisicamente Mensa ha il rilievo di un’infinità d’altri spagnoli che s’incontrano agli sportelli delle banche, da calzolai e sarti. Potrebbe essere un contabile, un esattore, un fornitore di materiale elettrico. Piccolo, robustino, castano chiaro, con occhi azzurri senza la minima fusione: sotto sotto con la punta d’un trapano potrebbe traforare da parte a parte il Sempione. Talvolta per distrazione l’attrazione può essere gentile; un principio di sorriso che finisce sul punto giusto come quelli di un esaminatore di scuola laica. (…) Le rare volte che risponde a una domanda, controlla il grado di acusticità dell’interlocutore. Non è ottimista né pessimista. II suo occhio azzurrino si avvolge di un impercettibile velo di ghiaccio per stabilire le distanze e i percorsi per giungere a un’idea generale. La sua insistenza nel dipingere un particolare d’una figura vista di dietro, di fronte o di scorcio può assumere insistenze d’indagine poliziesca. (…) Nelle sue composizioni vi sono donne che prima di Mensa nessuno aveva concepito sia anatomicamente che come metafore. Meccaniche, ortopediche, caricate a gas come gli aerostati, con la testa d’uovo infranto nel cui vuoto si recita Calderón de la Barca. Comunque siano, compilate o inventate, le immagini femminili subiscono la sua ferocia che talvolta coincide col divertimento. Si capisce che ha fame di come sono, specie nelle parti meno esposte. Una fame organizzata senza premure preliminari: assaggi in tutte le direzioni con la sorniona delicatezza dei mangiatori di crostacei.
 
JOSÉ CARLOS LLOP (2002)
La prima volta che vidi uno dei suoi quadri, fu il quadro stesso a vedermi obbligandomi a entrare nella sala dov’era esposto. Non scegliamo l’arte; è l’arte che ci sceglie. Mi avvicinai con l’umiltà di un profano meravigliato. Allora, il quadro mi si cancellò dalla mente e tutti i quadri della galleria divennero uno solo: uno spazio che avrei abitato un po’ ogni pomeriggio come chi entra in “Las Meninas”. Solo che invece del Palacio, mi trovavo tra le rovine morali di ogni palazzo. Dalla testa del cardinale Richelieu sgorgavano magliette da rugby; da Góngora, una pericolosa donna nuda; Enrico VIII era la panna di una fetta di torta; sulla cellulite dei corpi si posava la morte in forma di mosca; la corona non la portava un re, ma uno scimpanzé; l’Europa riposava macilenta tra due ippopotami; nel Settecento era la vecchia proprietaria di un meublé; i bambini ridevano per non avere occhi e il buon borghese aveva la testa di cane. (…) Mensa era un collezionista di eresie, là dove otterrà –pochi anni dopo– la più alta distillazione di tutto ciò nella serie Stravaganza: como dagherrotipi di un Novecento impazzito – che a sua volta corrispondeva al Duemila spagnolo o a una nuova corte dei miracoli– che mi conquistarono per sempre e che riposano nella mia memoria. (…) Perciò m’avvalgo di alcuni appunti che scrissi allora, poi andati perduti. In essi volli trattenere la nera luce di Mensa, i suoi favolosi artefatti in miniatura.

 

Gli ingredienti sono quelli classici dell’  più bello: spiagge tranquille, immensa e pulita sabbia, dolci colline immerse in verde ecologico  che offrono una panoramica su un mare dai mille colori. Su una di queste colline e sul suo declivio è situata Giulianova Paese con la sua allegria, con i suoi musei,  monumenti, pinacoteche, chiese e santuari, il suo verde e il suo .  
Giulianova
 Spiaggia nota, come "spiaggia d'oro del medio Adriatico", oltre a sottolineare ciò che della Città è giustamente noto, permette al turista e al residente, di scoprire molte prospettive ancora poco conosciute.

 una terra tutta da scoprire e... tutta da gustare....
 
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