Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Alberto Sughi - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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Al MAS - Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, espone l’Artista: Alberto Sughi

Museo > Alberto Sughi

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L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 
MAS - Museo d'Arte dello Splendore.

Eventi al MAS - Museo d'Arte dello Splendore Giulianova () - Italy


Alberto
SUGHI
Al Mas, Museo d’Arte dello Splendore di Giulianova, dal 24 settembre al 26 novembre 2000, “Alberto Sughi nella Collezione Zavoli”, dipinti e opere su carta dal 1958 al 2000, trentasei opere, tra cui olii su tela, carbone, tempera su carta, litografie, ecc., a cura di Floriano De Santi.
Attraverso la pittura di Alberto Sughi
 
I. Le esperienze giovanili
 
La storia dell’arte e della vicenda espressiva di Alberto Sughi ha inizio ufficialmente negli anni ‘50 del secolo testé scorso. Ma ci sono antefatti — e si potrebbe dire, incunaboli — che hanno ugualmente diritto di esistere e di essere considerati. Pensiamo a quei disegni del biennio 1943-44, che portano il marchio di pittori tanto coevi (Rosai, Lorenzo Viani in modo particolare) quanto ottocenteschi (Fattori). Disegni che comunque si caratterizzano per l’impronta sociale: un richiamo che comporrà uno schermo ideale a cui Sughi si sarebbe poi costantemente e fedelmente attenuto nel corso dell’intera sua carriera.
È un’Erfahrung, un’esperienza forse ancora provinciale, ma tutta già scandita in ritmi non crollanti e non esteriori. La provincia appare nel nostro caso un punto di forza: il consentaneo specchio di una vita quotidiana conosciuta nel suo carattere e, progressivamente, anche nelle sue pieghe. Una disposizione originaria e ben radicata, che non a caso Sughi si sarebbe portata dietro nella prima escursione fuori casa, a Torino, ponendola intimamente a contatto con le posizioni e i tratti linguistici di un Menzio, di un Felice Casorati, di Paolucci, percorsi artistici conosciuti occasionalmente, in parte trasformati nel sistema di apprensione del giovane artista cesenate.
L’esito furono quadri più spigliati, sicuramente più consapevoli. Ma di più positivo (asserì in seguito Sughi) troneggiava il “senso, non subito avvertito, che anche nella città c’era l’impossibile vita che tanto ci angustiava in provincia: Torino era come Cesena”. Al di là del sociale, dell’effusione descrittiva e realista, comincia già ad apparire una condizione del disagio e della difficile, ansiosa appartenenza. Sul fondo c’è il disagio di tutt’intera una generazione: bruciature e stordimenti che la letteratura dell’epoca — Pavese in testa — lungamente acuiva.
I compagni di quei primi anni di ricerca si chiamano Caldari e Cappelli (quest’ultimo partito con lui per la trasferta torinese). Le novità abbaglianti — che portano a una scoperta intima e personale sulla strada della propria Forschung sentimentale e recondita — recano i nomi di Fougeron e Renato Guttuso. Una natura morta del primo vista alla Biennale di Venezia del 1948 scatena un’onda di riflessioni, impegnativa anche per il proprio cammino “Non ci sfuggiva che Fougeron si riproponeva di guardare con veemenza in faccia alla realtà. Era quello che avevamo sempre inconsapevolmente cercato, ma proprio dove non si poteva trovare; il distacco dell’arte dalla realtà”.
Il plurale non è maiestatico, ma invece allusivo del lavoro svolto in comune — in un’affine direzione e modalità — con amici pittori. È il periodo delle nature morte, violente e forti, fissate su un traliccio visivo aggettato e tagliente. “Era già un passo; quegli oggetti erano ben gli stessi della realtà quotidiana, caricati poi di una passione
che li sopravanzava”. Arde tutto un fervore da neofiti in questi giovani artisti che con la propria espressione intendevano operare nella realtà. Il periodo — lo si ricordi — era straordinario. La ricostruzione, in arte, implicava la possibilità di edificare nuove prospettive e un’inedita cultura. Cominciavano a comparire gli scritti di Gramsci. Il neorealismo era una parola d’ordine generosa e appassionante. Mutare la realtà per mutare l’uomo, dopo le rovine del fascismo. Mutare l’arte per dare un proprio contributo — e un senso anche culturale, anche poetico e pittorico — a un tale difficile ma anche esaltante ideale.
La partenza per Roma accelera l’avvicinamento al realismo inseguito e praticato in quegli anni di fuoco: il passaggio attraverso una fase necessaria perché Sughi trovasse l’agio di approdare al più peculiare ed esclusivo “realismo esistenziale” con il quale prende l’abbrivo la sua pittura più alta. Roma intanto significa, per lui, Guttuso e altri artisti engagés, tra cui quelli del così menzionato “Gruppo del Portonaccio” (Renzo Vespignani, Alberto Muccini). Inizia per Sughi un confronto senato e vivo: ci si interroga e inquisisce collettivamente su astrazione e figuratività, sul senso del nuovo “realismo”, sulla responsabilità degli artisti e più in particolare della pittura.
Segnatamente l’incontro, quasi inevitabile, con la visionarietà espressionistica e postcubisteggiante di Guttuso scatena una ridda di sensazioni e pensieri trascinanti. “Cominciai a pensare ad una pittura dove l’uomo fosse reso nella sua vera misura”. Ma se da Guttuso sono ben presto prese le distanze, tornano a galla le radici primarie: “Ricordavo i contadini del mio paese e li vedevo sullo sfondo delle campagne o dei portici delle città romagnole”. Cominciano anche a profilarsi i tipi antropologici che andranno a compendiare i cicli e i personaggi degli anni Cinquanta, e insieme insorge il problema dell’ambiente e del suo correlato visivo.
L’uomo da rappresentare era quello immerso nel proprio milieu culturale. L’oggetto dello scandaglio pittorico divenne L’uomo nel suo paesaggio, ad esempio il paesaggio piatto delle mondariso in una sede di disegni del 1950, elaborati nel corso di una permanenza in risaia. Un lavoro sul campo, che consentiva di non fallire il bersaglio e di non sbagliare di segno purché si fosse davvero colto l’autentico rapporto con le persone rappresentate. “Volevo che si riconoscessero nei miei disegni. Quella sarebbe stata per me la prova che fra me pittore e loro mondine era avvenuto un vero legame”.
Oggi, in parte avvedutamente, la critica tende ad escludere un “realismo sociale” in Sughi. Ma questo è vero per lo sviluppo che la sua opera assume solo nella seconda metà degli anni ‘50. Non forse per la produzione antecedente: il pannello ad esempio commissionatogli dal P.c.i. emiliano per commemorare il trentennio della sua fondazione, avvenuta nel fatidico Convegno di Livorno. Parve allora che fosse come risorto, nel cuore del Novecento, un realismo emiliano, politicizzato e sociale, ma con caratteristiche formali sue proprie. Anzi, stante la mostra del 1954 al Circolo della Cultura di Bologna, un realismo romagnolo di cui ovviamente il nostro artista era componente essenziale.
La stessa appena espressa diffidenza verso il picassismo guttusiano manifestava una perplessità intorno ai linguaggi non collimanti con l’essenza della realtà: o meglio, con le forme del suo apparire e le sue modalità sociali. Rifuggire dalle accelerazioni sul pedale dello stile non voleva dire per Sughi un riflusso nella cartellonistica di partito, ancorché nobile e motivata. Il realismo ottocentesco prediletto e perseguito — quello di certo Fattori, più privato e meno epico; del Toma — portavano viceversa verso situazioni e personaggi ai lati della grande storia: quasi al margine delle relazioni sociali. Di qui, inevitabilmente, l’attenzione a singoli momenti e a personalità già chiuse nella solitudine, irrelate e staccate dal flusso corrente delle cose. Sulla vulgata neorealista si edifica insomma in Sughi il contrassegno esperienziale e linguistico di una ricerca, che lo avrebbe guidato ai suoi soggetti e ai suoi “modi” di pittore ormai padrone del proprio mondo. […]
                                                              Floriano De Santi
Il Museo d'Arte dello Splendore, museo di arte contemporanea, occupa gran parte dell'ex Convento-Studentato di Giulianova (Te) - Italy, opportunamente restaurato, ed è stato inaugurato il 27 luglio 1997. 
Il Museo è composto da tre piani espositivi: 
Il piano terra è adibito alle mostre temporanee; dalla sua inaugurazione sono stati presentati importanti eventi espositivi come "Aligi Sassu e il Sacro" (27 luglio 1997), "Giorgio Morandi pittore ed incisore" (14 dicembre 1997), "Robert Carrol" (19 aprile 1998), "i Cascella, cinque generazioni di artisti abruzzesi" (4 luglio 1998) e "La Bibbia" di Marc Chagall (13 dicembre 1998). Oltre alle mostre temporanee si svolgono, in un ampio salone, conferenze e concerti. 
Il secondo piano, inaugurato il 14 dicembre 1997, ospita la prima parte della collezione permanente del Museo stesso; suddivisa in otto sale monografiche, comprende un vasto numero di opere di altrettanti artisti italiani e spagnoli, di rilevante importanza nella storia dell'arte del dopoguerra. I dipinti esposti sono di Aligi Sassu, Franco Francese, Giuseppe Banchieri, Armando De Stefano, Alberto Gianquinto, Gaston Orellana, Carlos Mensa e José Ortega. 
Con l'apertura del terzo piano,  il 4 ottobre 1998, è stata completata la collezione permanente con l'esposizione "Nel segno dell'immagine", cento opere di pittura e scultura di ottantacinque artisti italiani e stranieri, curata da Alfredo Paglione. Le opere esposte costituiscono, indubbiamente, una vasta panoramica dell'arte figurativa degli ultimi quarant'anni, in grado di documentare alcune delle tendenze più significative, attraverso diverse tecniche ed espressioni. Fra gli artisti presenti Ugo Attardi, Claudio Bonichi, Ennio Calabria, Arturo Carmassi, Mimmo Germanà, Giancarlo Ossola, Ruggero Savinio, Mario Schifano, Renzo Vespignani e, tra gli scultori, Floriano Bodini, Pietro Cascella, Lopez Garcia, Giuliano Vangi. Una collezione tutta da vedere, che ha arricchito notevolmente il patrimonio artistico e culturale della nostra cittadina.
 

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
 
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