"La Rivista Madonna dello Splendore" n° 14 del 22 Aprile 1995 - Complesso di Maria SS.ma dello Splendore - Viale dello Splendore, 121 - 64021 Giulianova (Te).

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"La Rivista Madonna dello Splendore" n° 14 del 22 Aprile 1995

Rivista

I nostri consigli... per le vostre vacanze.

 
L’ampia spiaggia a nord del porto, dotata di ogni tipo di struttura turistica. Giulianova - Una limpida distesa blu che incontra il cielo all’orizzonte, la natura dirompente della Regione Verde d’Europa alle spalle, il profumo intenso di fiori, e ancora palme, pini e oleandri a incorniciare un quadro di rara bellezza. Così si mostra agli occhi di un turista ammaliato il litorale giuliese, lungo e ben attrezzato, con un eccellente porto turistico.
 

QUATTRO LETTERE INEDITE DI RAFFAELO PAGLIACCETTI SUL “COLOSSO IN BRONZO”: IL VITTORIO EMANUELE II DI GIULIANOVA

 
di Mario Montebello
 
Sono le quattro lettere superstiti del carteggio intercorso negli anni 1881-1889 tra Raffaello Pagliaccetti ed i sindaci di Giulianova Gaetano De Maulo e Francesco Ciafardoni, relativo all’esecuzione del Vittorio Emanuele II°, che oggi sorge sulla piazza Belvedere, e di un busto commissionato personalmente dal Ciafardoni. Per quanto mi risulta dalle ricerche eseguite, esse sono inedite e per di più mai utilizzate o menzionate; inoltre gettano una luce tutta nuova sulla vicenda dei rapporti fra il Pagliaccetti e gli amministratori del paese nativo, acquistando da ciò ulteriore motivo di interesse. La storia fatta direttamente sui documenti spesso è molto diversa dai raccontini edulcorati ad uso di parte.

Monumento a Vittorio Emanuele II (1889)
E' la grande statua in bronzo che sorge nella ottocentesca Piazza della libertà, nel centro storico di Giulianova Paese. La statua fu tradotta in bronzo dalla fonderia Conversini di Pistoia nel 1889, ha un peso di circa 35 quintali ed è alta circa 4. metri.
 
Nel 1860, mentre era in corso la spedizione dei Mille, il Re sabaudo provenendo da nord era penetrato nel Regno di Napoli varcando il confine del Tronto, ed il primo abitato in cui entrò coll’esercito fu Giulianova. A ricordo dell’evento, ventidue anni dopo l’Amministrazione giuliese affidò al conterraneo scultore Raffaello Pagliaccetti, che lavorava a Firenze, l’incarico di realizzare un monumento in bronzo del sovrano colto nell’atto del suo ingresso a Giulianova, sopra un alto basamento in marmo: era la generazione che aveva vissuto in gioventù lo straordinario evento e voleva eternarlo insieme ai sentimenti patriottici che esso aveva suscitato. Da notare che quella sera il Re pernottò nella villa degli Acquaviva sulla Montagnola, e la camera che la tradizione indica è quella che occupa l’angolo sud-occidentale del fabbricato: tradizione pienamente accettabile, perchè l’ambiente è posto nella zona di rappresentanza sulla fronte, cui si accede dallo scalone principale, quindi in pratica gli Acquaviva avranno ceduto al Re. agli attendenti di camera ed alla sua scorta personale tutta intera tale zona collo scalone, mentre un corpo di guardia sarà stato collocato all’ingresso principale e delle ronde nel parco e sotto le finestre della camera. L’anno dopo, Don Carlo Acquaviva d’Aragona fu nominato Maggiore della Guardia Nazionale; in seguito, fu eletto Deputato e poi Senatore del regno. La consorte tenne un lungo diario personale di quegli anni, non sappiamo se perduto ma certamente esistito fino a pochi anni fa, di grande interesse perchè risultava un affascinante spaccato della vita e della società giuliese negli anni risorgimentali, Il Re è ritratto dal Pagliaccetti, evidentemente sulla base di una precisa tradizione locale, mentre si leva il cappello della divisa da campo e sembra sventolarlo in un ampio gesto di saluto, rivolgendosi a quella terra che lo acclamava; nei tre bozzetti eseguiti il Re è sempre a capo scoperto, soltanto che nel primo la mano che regge il berretto pende lungo il fianco e negli altri due ha il gesto di saluto che oggi vediamo, acquistando in dinamismo e comunicativa. Ma in un colloquio di qualche anno fa. l’ultima discendente della casata, N.D, Contessa Fiorella Acquaviva d’Aragona, mi faceva notare che il protocollo regale vieta ad un Re di scoprirsi il capo davanti a chicchessia, eccezion fatta per una nobildonna. Tra le autorità intervenute a riceverlo alla testa del popolo, si trovavano anche gli Acquaviva: il Re scendendo da cavallo si scoprì per salutare la Contessa, e questo è il senso di un gesto interpretato patriotticamente e amplificato poi nel monumento. La parte formale si lega nei bozzetti ai significati simbolico-patriottici del basamento, spiegati estesamente in una lettera del Pagliaccetti (Parroni pag. 46), ed anche per questo è durata fino ad oggi: vi aderisce il Bindi (pag. 5-67, la ripete il Parroni che riporta anche altre fonti di parte risorgimentale (pagg. 39-40-43). Lasciamo questa interpretazione al giudizio altrui. Ma c’è un altro aspetto accettato universalmente che va rivisto in sede critica, in particolare sulla base di queste lettere inedite: il problema dei difficili rapporti tra il Pagliaccetti e l‘Amministrazione Comunale di Giulianova. A cominciare dal Bindi, le motivazioni che portano al disaccordo ed alla rottura vengono cercate nel problema economico che avrebbe costretto l’Amministrazione a ridurre il basamento, suscitando la violenta reazione dell’artista. Il Bindi è un professorino compito con tanti meriti verso la località natale ma anche con un enorme limite: appartiene ad una di quelle poche famiglie dominanti, ed il perbenismo spesso si traduce in conformismo. Mai che denunci, mai che graffi; le buone maniere sembrano al vertice delle sue preoccupazioni di storico e di critico. Un esempio immediato e calzante. Il bozzetto era stato richiesto inizialmente dal Sindaco di Teramo, e suscitò consenso; ma “l’opera, anche questa volta per incresciose ragioni, che carità di patria c’impedisce di ripetere, non venne eseguita” (pag. 5). L’espressione “carità di patria” è un eufemismo ipocrita. Subentrò allora l’Amministrazione di Giulianova; “ma anche quest’opera insigne fu cagione al Pagliaccetti di grandi e immeritate amarezze”, ed elenca di seguito le riduzioni al basamento dovute a motivi economici, cioè eticamente ‘neutri’ (pagg. 5-6). Questa versione si è sempre mantenuta, e sostanzialmente ritorna prima nel Parroni (pagg. 44-45), e più recentemente nel De Michelì (pag. 98). Io sono convinto che, se alla base del contrasto ci fossero siate soltanto le ristrettezze del bilancio comunale, il Pagliaccetti da uomo generoso ed idealista sarebbe stato molto più comprensivo, non sarebbe comunque arrivato ai toni amari e duri: poi, nelle quattro lettere che proponiamo non si parla ancora affatto del basamento e problemi connessi, ma emerge già un dissidio che porta al raffreddamento dei rapporti, con parecchi indizi di una situazione ben più complessa e articolata di quella fin qui proposta; e infine, una testimonianza già nota del Pagliaccetti nega esplicitamente le motivazioni economiche legate al basamento, ponendo in primo piano il problema di comportamenti scorretti degli uomini dell’Amministrazione giuliese.
La prima lettera, in data 24 gennaio 1881, è piena di commozione e gratitudine per l’incarico ricevuto, e per quel comitato che risulta espressione di tutta la cittadinanza, destinato a raccogliere i fondi; termina con un ampio ventaglio di ringraziamenti al Sindaco, “all’intero Municipio e all’intero Paese”. Nella seconda, del mese successivo, tornano frasi analoghe di gratitudine insieme ad altre di cortese modestia (“Ringrazio lutti.. che contro mio merito..”): ma già entra in ballo il fatto economico e si annuncia qualche nuvoletta, le avvisaglie della scarsa affidabilità e serietà del nostro ambiente rispetto agli impegni assunti: il contratto (su cui si scusa d’aver fatto qualche minimo cambiamento non di sostanza) non è stato ancora stipulato e l’artista è costretto a sollecitarlo “caldamente” per cominciare a lavorare tranquillo, e si offre anche di accoll’arsi le spese legali relative pur di accelerare le cose. La strana raccomandazione che il contratto non sia in data 13 nasce dalla superstizione che quel numero porti male, e si lega ad un retaggio di credenze popolari: ma fu una precauzione inutile, come vedremo. Cogli ultimi due documenti lo scenario bruscamente muta. nel la cronologia come nel la sostanza: colla terza lettera siamo ormai al 23 marzo 1888, il sindaco è cambiato; le difficoltà, in cui si dibatte il povero Raffaello Pagliaccetti per aver accettato quel l’incarico dal suo paese, sono evidenti. Lo stato d’animo di tensione si riflette anche nella calligrafia alcune volte incerta e tremolante, e in qualche correzione (una nell’ultima cifra della data. un’altra nel testo). Lo scultore comincia esponendo “la stima e la fiducia” universalmente accordategli nella terra dove lavora ed è ben conosciuto, in contrasto evidentemente colla condotta del paese natio, improntato ormai a sostanziale disinteresse. Il “colosso” (e in questa parola esprime la sua soddisfazione di uomo e di artista con una punta di orgoglio, al di là di tutte le incomprensioni e le amarezze) è quasi pronto, ma deve ricordare fermamente al paese ed al sindaco che adesso devono fare il loro dovere come lui ha fatto il suo, dal tenore del documento sembra che non abbiano ancora raccolto i fondi per pagare le spese vive sostenute dall’artista, che così rischia di trovarsi in grosse difficoltà economiche. Inoltre, ha eseguito un busto in bronzo al genitore del sindaco, ed anche a questo proposito deve esprimere il proprio disappunto. E’ stato così ingenuo che ha spedito l’opera al destinatario prima di essere pagato, e in risposta di questa signorilità e fiducia gli è stato chiesto addirittura quale sia la spesa sostenuta, come si sarebbe fatto con un semplice artigiano da cui si pretendeva il conto colla distinzione tra spese e manodopera, perchè non potesse approfittare sul prezzo finale. Lo scultore allora è costretto a ricordare quanto gli sono state pagate altre opere in Giulianova (oggi nella cappella De Bartolomei, in piazza Belvedere) per una valutazione generale del suo bronzo, e fa un prezzo ‘stracciato’ di tremila lire, che chiede gli venga pagato “con sollecitudine” perchè certo non spaventerà una persona così “intelligente e distinta”; si firma “Suo dev.mo amico…” Il quadro a questo punto è completato da un altro documento, quanto si legge sulla Rivista Minima del 23 ottobre 1888, un periodico culturale pubblicato in quegli anni a Giulianova. In un articolo di prima pagina per il monumento a V.E., a firma Gamin, si annuncia il prossimo ritorno a Giulianova di Raffaello Pagliaccetti, atteso con impazienza perchè tutti vogliono rivederlo e sapere a che punto è la realizzazione del monumento. “C’è chi crede che, per mancanza di.. quattrini, il monumento non sorgerà mai; ma sarebbe una vergogna per il nostro paese”. Si esorta allora la “Commissione ordinatrice” perchè “ci si metta una bona volta con più energia, e riguadagni in breve il tempo perduto”. Ed a pag. 3, dissimulato nella rubrica “A spizzico” come un controcanto, un breve trafiletto: “Per il monumento a Vittorio Emanuele, il Messaggero Abruzzese di domenica scorsa pubblica una corrispondenza da Giulianova, intesa a risvegliare la grave inerzia del Municipio e della Commissione in questa importante faccenda”; le parole della corrispondenza sono molto dure, ma si è in sostanza costretti a riconoscere la legittimità dei rilievi e dei rimproveri. Poichè non ci è accaduto di imbatterci in altro sull’argomento, nè nei numeri precedenti nè in quelli seguenti, dobbiamo concludere che anche il foglio culturale navigava nel generale letargo, e che è stata proprio la corrispondenza di un giornale esterno a sollecitare un minimo di resipiscenza e di vergogna. Il quadro è così delineato: mentre da una parte il Pagliaccetti fondeva in bronzo l’opera, dall’altra ogni iniziativa naufragava in un indolente disinteresse, al di là del fatto che il Comune non avesse fondi; indolenza tanto più colpevole in quanto la situazione era nota già dall’inizio, la Commissione apposita era stata attivata proprio per ovviare a questa lacuna finanziaria, e frattanto aveva avuto lunghi anni di tempo. Ma questi ‘padri della patria’ in pratica avrebbero dovuto cominciare ad autotassarsi, considerate le condizioni dei popolani e della plebe, e probabilmente il nocciolo della questione era proprio questo (si veda quando dice il Cerulli, cap. VI). La quarta lettera è dell’anno seguente, anch’essa distinta in due parti, l’una a proposito del busto e l’altra del monumento, riguardanti il destinatario rispettivamente in qualità di privato, e di capo dell’Amministrazione. Sappiamo così che l’amico sindaco non solo è riuscito a staccare un pezzo di duemila lire (un ‘3x2’, diremmo oggi con linguaggio da supermercato), ma ha lasciato passare oltre un anno senza tener fede ai propri impegni, speculando sulle condizioni di difficoltà economica in cui versa l’amico artista proprio a causa del monumento al Re eseguito per il paese natio. Trattando di quest’altro argomento, ancora tenta ingenuamente di ricordare ai suoi compaesani ed al loro sindaco l’ammirazione che l’opera, esposta a cura del Comune fiorentino addirittura in S. Maria Novella, riscuote da parte della critica e del pubblico, che fanno la processione per vederla; non è una vanteria personale ma un tentativo di scuoterli nella loro provinciale insensibilità all’arte e convincerli ad apprezzarla adeguatamente: ma il tono ormai è freddo e disincantato, di persona che non crede più nei suoi interlocutori. vedete come comunica seccamente la notizia così elettrizzante dell’imballaggio e spedizione della grande statua a Giulianova. Ormai ha ricevuto dei danni irreparabili, forse di immagine oltre che economici, e si potrebbe pensare ad una temporanea insolvenza verso la fonderia. La lettera termina con un’insistenza patetica e penosa nella preghiera di essere pagato. La formula di saluto finale è generica e fredda, puramente di circostanza; è scomparso l’appellativo ‘amico’ sia davanti al nome del destinatario, che nella firma. Sopra un particolare va ancora fermata l’attenzione; quando dichiarava di essere stato danneggiato da “codesti bravi nemici del monumento al Re” sembrerebbe riferirsi ad una opposizione organizzata di natura ideologico-politica; ma in mancanza di conferme esplicite, coll’espressione si potrebbe anche intendere in senso lato l’opera di quei ‘disfattisti’ scettici quale è adombrata nel già citato articolo della Rivista Minima. Come si vede, queste lettere pur se esigue nel numero coprono tutto l’arco dalla commissione del monumento alla fusione della statua; mostrano come l’artista passi dai sentimenti entusiastici e grati della prima allo scoramento dell’ultima, pur non comparendo ancora il problema economico relativo alla realizzazione del basamento: che va riguardato quindi come un’ipocrita giustificazione di un contrasto e di una rottura ben anteriori ad esso. Questa nuova interpretazione trova piena conferma in un ultimo documento già noto, e riportato dal Parroni (pagg. 44-46), ma stranamente trascurato del tutto nei suoi significati reali, per un pigra adesione al racconto tradizionale. E’ una lettera aperta di denuncia che Raffaello Pagliaccetti inviò al quotidiano La Nazione, pubblicata con un breve commento redazionale di adesione (da noi omesso per brevità), sotto il titolo: La protesta di un artista.
“Firenze, 20 luglio 1894
 
Avevo letto già su vari giornali ripetuto l’annuncio della prossima inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele in Giulianova, avendone io la responsabilità artistica di fronte al pubblico, non posso né devo tacere di quanto avviene a pregiudizio non solo mio, ma ancora del monumento stesso. Io per appianare la vertenza con quel Comune, fattami durare parecchi anni, mi sacrificai in tutto, fino alla rinuncia del beneficio della sottoscrizione e del credito di più di cinquemila lire per il rimborso di spese dell’opera allogatami. Non mi rimane salvo, come autore del monumento, ed in forza dei contratti, che l’assoluta facoltà artistica, e libertà d’azione, che si riferiscono al concetto, allo stile, alla materia, alle dimensioni di essi. di conseguenza la direzione di tutti i lavori del basamento fino ad innalzarvi la statua di bronzo, la quale come tutti sanno fin dal 1889 fu dal Municipio lasciata giacente nella piazza destinata. Ma verso la fine di gennaio. nel tempo che mi disponevo a recarmi in Giulianova allo scopo di preparare tutto quanto era necessario di disegni geometrici e quindi come erasi fissato, dirigere l’esecuzione al posto, in modo che tutto venisse eseguito a rigore di arte, di tecnica e rispondente all’idea (sulle quali cose nessuno poteva intromettersi) venni alla sgradita conoscenza con sorpresa e meraviglia, che tutto era stato ordinato arbitrariamente dal sindaco Ciafardoni e per intrusione dell’Onorevole Cerulli ad un tal negoziante di Carrara senza che io ne potessi conoscere il nome, e solo potei saperlo tardi, quando il lavoro architettonico da tale accollatario era già eseguito. Pur di evitare disturbi non avrei rivolto nessun lamento se l’esecuzione di scalpellinaggio indebitamente affidata fosse riuscita almeno a regola del mio disegno. Ma saputo finalmente il nome del signor negoziante di marmi potei scrivergli, e dalla sua ritardata risposta rilevai che il basamento era stato ridotto nella tecnica e nelle misure. Nel primo caso viene tolta la stabilità di un monumento che deve affrontare le intemperie e nel tempo stesso non sono ammissibili i gradini muniti di massello, nel secondo caso che è più grave restano compromesse le proporzioni colla statua più alta di cui sè tolta anche la piattaforma che è marciapiede alla gradinata. Vi è ancora altro svisamento per gusto e volere degli onorevoli prepotenti soprannominati, quella cioè di sopprimere l’aquila con lo scudo delle Due Sicilie redente nel 1860 e gli stemmi degli antichi Stati riuniti, i quali non solo stanno a decorazione del piedestallo ed a richiamo della statua di bronzo in atto di saluto al popolo, ma a simboleggiare principalmente l’Unità d’Italia che con i quattro monoliti della gradinata dove sono scolpite Solferino, Magenta, San Martino, Palestro, formano il concetto artistico-politico e si compendia al monumento il ‘59 e ‘60 a gloria del gran Re a cui lo innalziamo. E Giulianova che con grande entusiasmo popolare lo decretava fin dal 1880 la quale città fu la prima dell’ex Regno di Napoli ad accogliere trionfalmente il Padre della Patria, non potrà consentire per niuna ragione simile lacuna, che sfregia di concetto il suo monumento. Nè può servire di scusa la ristrettezza finanziaria in cui sottrovasi il Municipio di Giulianova poichè la spesa che si commette per tale deturpamento a carico della mia statua è superiore di non poco a quella da me prevista e dichiarata per eseguire ogni cosa nei modi e condizioni artistiche corrispondenti ai miei diritti, al sentimento del popolo abruzzese ed al fatto storico nazionale. Io ho protestato formalmente; un Consiglio sconsigliato accettò nonostante il fatto compiuto ed ora trombano l’imminente inaugurazione del disgraziato e deturpato monumento al Liberatore della Patria nostra.
Firmato: Raffaello Pagliaccetti”.
Siamo all’ultimo atto, l’innalzamento della statua sul suo basamento, e la lettera ci riserva un finale a sorpresa. L’opera della Commissione si è rivelata per quello che era, una bolla di sapone, e la relativa sottoscrizione è andata in fumo: lo scultore ha perso oltre cinquemila lire, una somma notevole per quei tempi, ma vi ha rinunciato spontaneamente per tagliare corto ad una vertenza annosa: infatti gli premeva solo portare a termine l’opera coll’innalzamento della statua, cioè il fatto artistico puro e semplice che avrebbe realizzato le sue emozioni, e che a norma di contratto solo lui era abilitato a completare. Ma senza che lui ne sappia niente viene estromesso arbitrariamente da due notabili locali, il cui operato e le cui manomissioni al basamento vengono avallati dal Consiglio Comunale nonostante le formali proteste dell’autore. E’ già da allora si era messa in giro la giustificazione economica, che si rivela un puro pretesto di comodo perchè Raffaello Pagliaccetti la smentisce recisamente: il basamento impiccolito e depauperato infatti è venuto a costare alle casse comunali più di quanto sarebbe costato quello fedele al disegno originario. Affermazione clamorosa che, se falsa, sarebbe stato troppo facile smentire, documenti alla mano. Quello che avevamo intuito dalle lettere inedite trova adesso piena conferma: la versione tradizionale della rottura fu solo un pretesto di comodo per coprire un comportamento profondamente scorretto di sindaco e amministratori, fatto di arbitrio e soprusi, inadempienze contrattuali, grettezze e sordità spirituali. Il Bindi, che è vissuto in quel periodo, sapeva bene queste cose: ma ha preferito ammantare d’un velo ipocrita e complice le responsabilità del suo ceto, riprendendo e diffondendo la favoletta di comodo? Queste lettere inedite ci hanno messo sulla strada per scoprire la verità storica. Modesta la cultura letteraria, come si vede da certe forme sintattiche impacciate o contorte e dall’incertezza nella punteggiatura, tanto che nella prima lettera lascia al Comune l’incarico di redigere il contratto nella forma linguistica più adatta; nobile il ritratto morale. Emerge infatti la figura di un uomo sostanzialmente ingenuo ed indifeso, pronto ad entusiasmarsi per certi valori ideali e poi profondamente ferito dall’inevitabile scontro con una realtà più sordida; senza rancore anche nel torto subito, che si adatta a pregare con modestia e semplicità per ottenere quanto gli spetta di diritto; superiore agli interessi economici, ma che non transige di fronte al tradimento artistico. L’intelligenza analitica e chiara risalta nella evidenza con cui, pure se illetterato, sa esporre il suo pensiero: nella felice freschezza con cui comunica al lettore la sua condizione psicologia.
 

26 agosto 1894 - E’ il momento culminante dell’inaugurazione del monumento a Vittorio Emanuele II, opera di Raffaello Pagliaccetti. Vi assiste, interessatissima, una gran folla che osserva ammirata il monumento appena inaugurato, mentre le autorità intervenute gremiscono lo spettacolare palco che si vede sullo sfondo. Il 26 agosto 1994, cent’anni dopo, nessuno, ripetiamo: nessuno, ha creduto di dover solennizzare il centenario dell’inaugurazione. (Per gentile concessione Biblioteca V. Bindi)
 
Queste lettere sono state rintracciate presso un archivio privato (di Francesco Ciafardoni) dall’amico Pierino Santomo, che me le ha passate per il commento; a lui quindi va il merito di averle riportate alla luce. Insieme ad esse, un biglietto da visita colle parole a stampa: Domenico Pagliaccetti - Giulianova: e vergate a mano: “prega caldamente Don Francesco favorirgli lire dieci anche di bronzo urgendogli al momento. Anticipati ringraziamenti e saluti”. Un consanguineo che approfittando dei rapporti intercorsi tra il sindaco e l’artista implora con scarsa dignità un piccolo donativo in denaro, contrappunto in sordina di tutto un dramma umano e artistico. Le opere indicate nel corso dell’articolo sono: Rivista Minima, Giulianova, 23 ottobre 1888, anno 1° num. 14; Bindi V., Raffaello Pagliaccetti - Scultore - Notizie biografiche ed artistiche, Roma 1916 (estr. da ‘Nuovo Convito’ n. 9, 1916); Parroni G., Un caposcuola fiorentino del Verismo. Raffaello Pagliaccetti nella vita e nell’arte, Milano 1927; Cerulli R., Giulianova 1860, Pescara 1959; De Micheli M., Raffaello Paghaccetti, S. Atto di Teramo 1989.
 
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“Ill.mo Sig. Sindaco
con viva soddisfazione ho ricevuto la pregevolissima della S.V. in data del 21 corrente, in cui mi viene partecipato ufficialmente che, la deputazione Provinciale ha già approvato l’innalzamento in Giulianova di un monumento al Re Vittorio Emanuele II°. E con eguale soddisfazione apprendo, che codesta Giunta Municipale per tale oggetto, ha costituito un comitato composto di ogni ceto di cittadini per raccogliere le offerte volontarie. Apprezzo, e sono grato altresì, della stima e fiducia che la Giunta mi dimostra chiedendomi la bozza del contratto. Solo compiegherò que’ pochi appunti a me riguardanti, ma che credo essenziali. Quindi codesta Rappresentanza Municipale colla SV. Ill.ma che degnamente è a capo, si compiacerà di redigere il contratto col consueto linguaggio ufficiale che ad Essa è dovuto.
Dopo tuttociò, darò mano al lavoro, adoperando ogni studio, ed ogni mezzo possibile, affinchè l’opera riesca degna dell’Arte e del Fatto Nazionale. Accolga Sig. Sindaco i sentimenti della mia profonda stima ed immensa riconoscenza, estensivi all’intero Municipio ed all’intero Paese.
Ill.mo Sig. Gaetano De Maulo Sindaco di Giulianova
Firenze 24 gennaio 1881
Raffello Pagliaccetti”
 
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“Firenze 26 febbraio 1881
Onorevole Sig. Sindaco
le invio la minuta del contratto che dovrà essere stipulato fra me e codesto Municipio. Tutto sta benissimo; e ciò torna a mio vantaggio, ed a mio onore. Ringrazio tutti dell’Amministrazione e del Consiglio, ed a mio onore. Ringrazio tutti dell’Amministrazione e del Consiglio, per tanti riguardi, che contro mio merito, da oggi mi vengono usati. Mi sono poi permesso di fare alcuni piccoli cambiamenti sulla bozza; ma la SV. osserverà che questi, non alterano punto nè il frasario, nè le condizioni espresse nella scrittura. Ora la prego caldamente di avere insieme alla Giunta municipale, la somma bontà di sollecitarmi la stipulazione di tal contratto; (che non sia in data 13) affinchè io finalmente con più calma, e con più soddisfazione possa mettermi all’opera. Prevengo altresì la S.V. che qualora codesta Amministrazione ritenesse che la spesa di carta bollata, di registro ecc. debba essere a mio carico, sono ben disposto di aderirvi. E con ossequio distinto mi pregio ripetermi
Dev.mo R. Pagliaccetti
All’onorevole Sig. Gaet. Ing. De Maulo Sindaco di Giulianova”
 
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“Firenze, 23 Marzo 1888
Pregiatissimo amico D. Francesco
i fonditori hanno fatto a gara per fondere in bronzo la nostra statua V.E.le - tanto la stima e la fiducia che ispiro in Toscana e fuori. Potremo avere il colosso, in bronzo verso l’agosto dell’anno corrente. Conto che il paese faccia l’obbligo suo, come io fo l’obbligo mio verso di esso; ed a SV. come capo della cosa pubblica spetta di darsi cure per la raccolta e la somministrazione de’ mezzi necessari ond’io non mi rattrovi in gravi angustie dopo tanti sacrifizi per amore della patria e del pubblico bene. Ho appreso con piacere che il busto dell’amato di lei genitore le sia stato di soddisfazione, ma V.S. domandandomi quale spesa ho sostenuto. mi da ragione a credere che voglia deprezzarlo. poichè come le dissi, la spesa che io avrei incontrato sarebbe stata di ottocento lire. Trattandosi di un busto particolare, mi conterrò come mi sono contenuto con tutti, e fra tanti le posso rammentare De Bartolomei, il quale pagò il busto di suo zio lire quattromila, altre ottomila il resto del monumento, e così proporzionalmente gli altri lavori, tutti esistenti nella sua cappella. Ma alla S.V. non occorre certamente tal’esempio nè sarà di sgomento ricompensarmi in qual modo che si addice a persona intelligente e distinta come ella è, mandandomi sollecitamente prezzo a divario ristretto di Lire tremila per mezzo di questo Banco di Napoli ove sono ben conosciuto. Gradisca i cordiali saluti gli attestati di sincera stima del suo dev.mo Amico Raff. Pagliaccetti
Ill.mo Sig. Sindaco D.F. Ciafardoni Giulia”
 
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“Firenze 3 luglio 89
Preg.mo D. Francesco, nuovamente passo a domandarvi le lire 2000 - del busto, che in risposta alla vostra esternavo il desiderio di farmele pervenire per vaglia di questo Banco di Napoli. Accettai tal prezzo da voi ristretto, non solo a riguardo vostro e dell’amico avvocato, ma anche per alleviare in parte i danni ne’ quali sono stato gettato da codesti bravi nemici del monumento al Re.
Vi prego dunque di spedirmi prima del 10 corr. questo denaro, avendone strettissimo bisogno. La statua in bronzo mi è stata consegnata. e trovasi già in S. Maria Novella esposta al pubblico in un locale aperto concesso dal Municipio. Tutta la stampa fiorentina è interessata di annunziare questa Esposizione, e dalle 6 della mattina alle 8 della sera vi affluiscono migliaia di persone d’ogni ceto. Lunedì prossimo sarà nuovamente incassata e quindi spedita a Giulia. Vi prego di contentarmi di quanto v’ho richiesto. e nella fiducia che non vorrete tenere più oltre sospeso questo particolare nostro interesse, con perfetta stima mi ripeto
Vostro dev.mo Raff. Pagliacceiti”

La pubblicazione è stata curata da: Mario Orsini e Pierino Santomo.
Tutti i diritti riservati agli autori. Riproduzione anche parziale di testi e foto sono da concordare con i curatori della rivista "Madonna dello Splendore”.
 

La Rivista “Madonna dello Splendore” nasce, con il primo numero, nel 1982 da una timida idea di Padre Candido Donatelli, Pierino Santomo, Mario Orsini e Sergio Di Diodoro. Si pensa ad un’iniziativa editoriale che non vada oltre la raccolta di qualche scritto divulgativo sulla Festa e di qualche rara foto d’epoca. Ed è subito successo. La Rivista è ricercata, letta, bene accolta. Pur nella sua veste tipografica, all'inizio umile, è diventa, di anno in anno, un corredo importante della manifestazione e nel corso degli anni cresce sempre di più. Aumenta di conseguenza l’impegno dei curatori che estendono la collaborazione a chiunque voglia scrivere di Giulianova, della sua storia, e della festa in generale. La rete di interventi, pertanto, comincia ad estendersi e documenti inediti e preziosi cominciano a diventare oggetto di studio, di analisi, di pubblicazione. Entrano a far parte della rosa dei redattori nomi illustri, storici, giornalisti, ricercatori. Artisti di fama dipingono copertine e disegnano immagini della Madonna. Si va alla ricerca di foto rare negli archivi e nelle abitazioni private della città, si riportano aneddoti e vicende del passato, storie destinate, diversamente, a perdersi per sempre nella notte della dimenticanza. Si scrive, insomma, la storia di Giulianova e della sua Festa, ma il racconto è arricchito da continui riferimenti a tutto il tessuto socio culturale, all’arte, alla musica, all’urbanistica, alla letteratura, alla poesia, alla scienza. Una silloge di tutto ciò che riguarda la città, senza nessuna imposizione tematica, né tanto meno ideologica. Così nel tempo la Rivista si fa grande e si affranca dalla primitiva immagine di modesto libello per assumere i connotati di una testata ormai emancipata; la voce ufficiale della Festa più importante dell’anno.

Giulianova turistica. Ammirevole e splendente città di mare, si estende lungo la fascia costiera per circa 5 km e ogni anno risorge tra il Tordino e il Salinello sempre più energica e scintillante per accogliere con ancora più onore e impegno i tantissimi turisti che visitano Giulianova e il suo territorio.

Venirci a trovare è davvero semplice. Giulianova è nel bel mezzo d’Italia, a Nord di un Abruzzo costiero dalle innumerevoli risorse turistiche e ambientali. Giulianova si raggiunge via Autostrada A 14 - uscita Giulianova, oppure in treno con la comoda stazione ferroviaria, o ancora in aereo atterrando nel moderno Aeroporto d’Abruzzo di Pescara, Giulianova è distante appena 50 chilometri.

 
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